martedì 12 maggio 2026

Bullismo e cyberbullismo: riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi

 Bullismo e cyberbullismo: riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi

Il bullismo non è solo una questione di cronaca o di cattive amicizie. È un fenomeno che colpisce la famiglia intera e nasconde, spesso, problemi che partono da lontano.

Innanzituttoun'osservazione importante: dietro ogni bullo c'è spesso una vittima, cioè un bambino che porta con sé un profondo disagio.

I numeri vi dico la verità: non è raro

Secondo i dati ISTAT di giugno 2025, un ragazzo su cinque subisce atti di bullismo. Non è l'eccezione: è la norma. Il 68% dei giovani tra gli 11 e i 19 anni ha sperimentato comportamenti offensivi, non rispettosi e/o violenti, sia online che offline. I più colpiti sono i giovanissimi tra gli 11 e i 13 anni (23,7%), rispetto ai ragazzi tra i 14 e i 19 anni (19,8%). 

Non sono "cose da ragazzi". Non passeranno da sole.

Il vostro ruolo non è giudicare, ma osservare

Internet e i social hanno amplificato quello che c'è sempre stato. La differenza è che ora è più veloce, più visibile, più difficile da controllare. Ma come genitori, il vostro compito non è accusare o punire il bullo, bensì imparare a riconoscere quando vostro figlio sta male.

I segnali esistono. A volte sussurrano, a volte gridano.

I segnali d'allarme che non dovete ignorare

Se vedete questi cambiamenti, è il momento di tendere la mano a vostro figlio:

  • Calo del rendimento scolastico: un bambino che andava bene a scuola inizia ad andare male. Non è pigrizia.
  • Abbandono delle attività che amava: lo sport, gli hobby, gli amici del calcetto. Improvvisamente non vuole più andare.
  • Mal di pancia o mal di testa frequenti, disturbi del sonno: il corpo parla quando la mente non riesce. I bambini, soprattutto i più piccoli, esprimono il disagio così. Mal di testa ricorrenti, insonnia o risvegli notturni possono indicare preoccupazioni legate al bullismo. 
  • Cambiamento dell'umore: diventa irritabile, oppure si ritira in se stesso. Alterna momenti di calma a crisi di pianto senza motivo apparente.
  • Non vuol andare a scuola: è il segnale più importante. Se vostro figlio trova scuse per non andare, c'è qualcosa che non va.
  • Isolamento dai compagni: smette di invitare amici a casa, non risponde ai messaggi, si chiude in camera.

Rischi che non conoscete abbastanza

Gli studi dimostrano che gli adolescenti vittime di bullismo o cyberbullismo hanno un rischio maggiore di sviluppare ansia, depressione, stress post-traumatico e, nei casi più gravi, pensieri suicidari. Non sono conseguenze psicologiche leggere: gli atti di bullismo causano sofferenza e danni, anche a lungo termine, sia a chi ne è vittima sia a chi ne è autore. 

Se vedete segni di grave ritiro sociale, rifiuto totale di vivere, o udite il vostro figlio parlare di morte o di non volere più vivere, non aspettate: contattate immediatamente il vostro pediatra o un professionista della salute mentale.

Perché vostro figlio non vi racconta tutto

Qui c'è un paradosso che vi spezzerà il cuore: chi viene bullizzato spesso si vergogna di dirlo. Ha paura di essere criticato, di essere giudicato, di aver "fatto qualcosa di sbagliato". Se subisce violenza o molestie, questa vergogna è ancora più grande.

Molti bambini e ragazzi vittime di cyberbullismo hanno paura o si vergognano di chiedere aiuto, temono di perdere l'accesso alle tecnologie digitali se denunciano ciò che sta accadendo. Mae

Lo stesso vale se vostro figlio è il bullo. Se un bambino attacca gli altri, non è un mostro: è un bambino che sta male e non sa come dirlo.

Cosa potete fare come genitori

Non interrogate, ricevete. Non dite "Che cosa è successo a scuola?" come un processo. Dite "Sono qui, se vuoi raccontarmi qualcosa, ti ascolto senza giudicarti". Aspettate. A volte i bambini parlano quando sentono che è veramente sicuro.

Non negate. Quando un bambino vi parla di bullismo o di un problema, la tentazione è minimizzare: "Non sarà così grave", "Passerà", "Sono cose da ragazzi". Resistete a questa tentazione. Il vostro figlio ha avuto il coraggio di dirvi qualcosa di difficile. È fondamentale che gli adulti creino un clima di fiducia, di ascolto senza giudizio e di apertura al dialogo, rafforzando l'idea che l'accesso alla tecnologia non verrà revocato come punizione per aver segnalato una situazione di abuso. 

Coinvolgete la scuola e il pediatra. La scuola deve sapere, così come il vostro pediatra, che conosce vostro figlio e può aiutare a capire se c'è un disagio più profondo. Secondo le ultime normative (Decreto Legislativo 99/2025), la scuola ha l'obbligo di segnalare immediatamente episodi di bullismo.

Insegnate gentilezza dal primo giorno. dobbiamo "disseminare un pochino di gentilezza". Parte da casa vostra, da come vi parlate, da come gestite i conflitti, da come insegnate a vostro figlio a comunicare senza aggressività.

Il cyberbullismo: quando la scuola arriva in camera da letto

Il cyberbullismo è più insidioso perché è silenzioso e 24 ore su 24. Può verificarsi ripetutamente 24 ore su 7, su una vasta gamma di app, giochi e dispositivi, raggiungendo un numero maggiore di persone. Uno insulto sul gruppo WhatsApp della classe non finisce quando la campanella suona. Continua a casa, nel letto, di notte. 

È pubblico, rimane traccia, è umiliante. 

Monitorate (con rispetto della privacy che cresce con l'età), ma non spiate. Conoscete gli amici online di vostro figlio. Se vedete che passa ore sui social con uno sguardo assente, chiedete come sta, non se sta chattando.

A chi rivolgervi: i numeri che servono

Se vostro figlio è in pericolo immediato o parla di farsi male:

  • 114 - Emergenza Infanzia: Numero di emergenza per tutelare bambini e adolescenti in situazioni di pericolo immediato, attivo 24 ore al giorno e 7 giorni su 7, accessibile via chiamata, chat, WhatsApp, social network e email. 114

Per ascolto e supporto:

  • 1.96.96 - Telefono Azzurro: linea d'ascolto gratuita 24/24, 7/7 per bambini e ragazzi che desiderino raccontare difficoltà.
  • 800.280.000: numero verde specifico per bullismo e cyberbullismo con chat disponibile su www.1nessuno100giga.it (dal lunedì al venerdì 14-20).

Per segnalazioni anonime:

  • App YOUPOL della Polizia di Stato: permette di segnalare atti di bullismo in forma anonima, disponibile su iOS e Android.

Contattate sempre il vostro pediatra come primo punto di riferimento.

Cosa cambia da ora in poi?

E’ necessaria una inversione di rotta culturale: dalla vergogna alla consapevolezza. Non è normale che un bambino soffra in silenzio. Non è normale che una scuola non si accorga. Non è normale che genitori chiudono gli occhi.

Iniziate in casa: insegnate a vostro figlio a riconoscere le emozioni, a parlarne senza paura, a distinguere uno scherzo da un'offesa. Insegnategli che chiedere aiuto non è debolezza. Mostratevi vulnerabili anche voi, qualche volta.

Poi guardatevi intorno. Se una famiglia della scuola sta soffrendo, una mano tesa fa differenza. Non si risolve da soli.


Rischi/limiti: Questo articolo descrive i segnali più frequenti, ma ogni bambino manifesta il disagio diversamente. Se vostro figlio non corrisponde a questi segnali, ma voi sentite che qualcosa non va, fidatevi del vostro istinto. I pediatri sono addestrati a riconoscere il disagio anche quando non è ovvio.

Ricordatevi: vostro figlio vi parla più con le azioni che con le parole. Se vedete un cambiamento, non è paranoia: è amore che vi sta proteggendo. Ascoltatelo.


Fonti: Dati ISTAT (giugno 2025), Decreto Legislativo 99/2025, Linee Guida Ministero dell'Istruzione, UNICEF Italia, Telefono Azzurro, intervista a dottor Alberto Ferrando (pediatra, Associazione Pediatri Extraospedalieri della Liguria).

Filmato qui: https://www.youtube.com/watch?v=j0RvnyBkP3c

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domenica 10 maggio 2026

HNTAVIRUS: INFORMAZIONI CHIARE E SEMPLICI

 Hantavirus sulla nave: informarsi bene, senza paura e senza complotti

Come pediatra, penso sia importante aiutare le famiglie a capire le notizie sanitarie senza cadere né nell’allarmismo né nella minimizzazione.

In questi giorni si è parlato del focolaio di hantavirus Andes collegato alla nave M/V Hondius, nell’Oceano Atlantico. La notizia è reale: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato un cluster di gravi malattie respiratorie tra passeggeri e membri dell’equipaggio della nave; l’ECDC ha pubblicato indicazioni per la gestione sanitaria dei passeggeri e dei contatti esposti. 

La prima cosa da dire alle famiglie è questa: per chi vive in Italia e non è stato sulla nave, non ha viaggiato sui voli coinvolti e non ha avuto contatti stretti con persone esposte, allo stato attuale non c’è un rischio concreto nella vita quotidiana.

Il rischio riguarda le persone direttamente esposte: passeggeri, equipaggio, contatti stretti e alcuni viaggiatori da monitorare. Per la popolazione generale italiana, al momento, non sono indicate misure particolari.

Questo però non significa dire: “Non è successo nulla”. Il focolaio esiste, alcuni casi sono stati gravi e ci sono stati decessi. Proprio per questo è giusto che se ne occupino le autorità sanitarie con rapidità, tracciamento, isolamento dei contatti quando necessario e comunicazione trasparente. Secondo l’ECDC, i passeggeri della nave vengono considerati contatti ad alto rischio in via precauzionale durante la fase di gestione, sbarco e rimpatrio. 

Gli hantavirus non sono virus nuovi. Sono conosciuti da decenni e sono di solito trasmessi da roditori selvatici, attraverso urine, feci o saliva contaminate, spesso per inalazione di particelle presenti nell’ambiente. Alcuni hantavirus causano forme con interessamento renale; altri, soprattutto nelle Americhe, possono provocare forme respiratorie gravi.

Il virus coinvolto in questo focolaio è l’Andes virus, presente soprattutto in alcune aree del Sud America. A differenza della maggior parte degli hantavirus, può in rare circostanze trasmettersi anche da persona a persona. Ma questa possibilità non lo rende automaticamente un virus pandemico: la trasmissione interumana è considerata limitata e di solito richiede contatti stretti e prolungati. L’OMS ha chiarito che non si tratta dell’inizio di una nuova pandemia simile al COVID-19. 

La dottoressa Roberta Villa, medico e giornalista scientifica, nel suo articolo “Quanto ci deve preoccupare il virus sulla nave?”, pubblicato su Fosforo e miele il 10 maggio 2026, propone una lettura molto equilibrata: chi è stato sulla nave o ha avuto contatti stretti con persone coinvolte deve essere seguito con attenzione; chi non ha avuto alcuna esposizione diretta non deve vivere questa notizia come una minaccia personale immediata.

Questa è, a mio parere, la posizione più corretta: preoccuparsi nel senso buono della parola, cioè occuparsene con serietà, non spaventarsi. In sanità pubblica non servono né il panico né le rassicurazioni assolute. Serve dire con onestà: “Questo è ciò che sappiamo oggi, questo è ciò che non sappiamo ancora, questo è ciò che si sta facendo”.

È importante anche evitare l’altro errore: trasformare ogni notizia sanitaria in un complotto. Non si parla di hantavirus perché “qualcuno vuole vendere farmaci o vaccini” o perché “ci vogliono spaventare”. Se se ne parla è perché le malattie infettive emergenti esistono davvero.

Lo aveva spiegato bene David Quammen nel libro Spillover: molti rischi nascono dal contatto crescente tra esseri umani, animali selvatici, ambiente modificato, viaggi internazionali e cambiamenti climatici. Alcuni virus restano confinati negli animali; altri, in determinate condizioni, possono fare il cosiddetto “salto di specie”. Non è fantascienza, non è complotto: è biologia, ecologia e sanità pubblica.

Il messaggio per le famiglie è quindi semplice: oggi, in Italia, per chi non è stato direttamente esposto, non c’è motivo di paura. Non dobbiamo cambiare la nostra vita quotidiana. Non dobbiamo pensare che ogni febbre o ogni tosse sia collegata a questa notizia. Non dobbiamo farci trascinare da titoli allarmistici o da discussioni urlate.

Allo stesso tempo, non dobbiamo ridicolizzare chi si occupa seriamente del problema. Le autorità sanitarie devono fare esattamente ciò che stanno facendo: identificare i casi, ricostruire i contatti, monitorare le persone esposte, organizzare eventuali isolamenti e informare la popolazione.

Come pediatra, penso che i bambini e le famiglie abbiano bisogno di adulti capaci di comunicare con calma. Non servono show televisivi in cui, nell’ottica dello spettacolo, fa più bella figura chi urla di più o “la spara più grossa”. Serve una comunicazione sobria, competente e rispettosa dell’intelligenza delle persone.

La vera lezione non è spaventarsi per ogni nuovo virus. La vera lezione è investire in prevenzione, sorveglianza epidemiologica, ricerca, salute ambientale, medicina territoriale e comunicazione pubblica di qualità. La prevenzione costa meno — in vite, salute e risorse — della gestione tardiva delle emergenze.

In sintesi

Per le famiglie italiane, oggi, il messaggio è questo:

se non siete stati sulla nave, non avete viaggiato sui voli coinvolti e non avete avuto contatti stretti con persone esposte, allo stato attuale non c’è un rischio concreto per voi nella vita quotidiana.

Il focolaio è reale, ma riguarda persone esposte e contatti da monitorare.

Niente allarmismo. Niente complottismo. Niente spettacolarizzazione.
Informarsi bene è un atto di responsabilità. Spaventarsi inutilmente no.


Cronistoria sintetica di quanto avvenuto

  • 1 aprile 2026: la nave M/V Hondius parte da Ushuaia, in Argentina, per un viaggio nell’Atlantico meridionale.
  • 6 aprile 2026: un passeggero inizia ad avere sintomi inizialmente aspecifici, come febbre, malessere, cefalea e disturbi gastrointestinali.
  • 11 aprile 2026: il passeggero muore a bordo. In quel momento non vi sono ancora elementi chiari per sospettare un focolaio da hantavirus.
  • Fine aprile 2026: alcuni passeggeri sbarcano all’isola di Sant’Elena per rientrare nei rispettivi Paesi. Tra loro vi è anche la moglie del primo paziente deceduto, che successivamente si ammala gravemente.
  • 2 maggio 2026: viene segnalato all’OMS un cluster di gravi malattie respiratorie tra persone collegate alla nave. I test identificano un’infezione da hantavirus. 
  • 7-8 maggio 2026: l’OMS pubblica aggiornamenti sulla risposta al focolaio. Vengono riportati diversi casi, alcuni confermati, e tre decessi collegati all’evento. 
  • 9 maggio 2026: l’ECDC pubblica indicazioni specifiche per la gestione dei passeggeri e dei contatti esposti, classificando i passeggeri della nave come contatti ad alto rischio in via precauzionale per la fase di gestione sanitaria. 
  • 10 maggio 2026: la nave arriva nell’area di Tenerife, nelle Canarie. Le autorità organizzano controlli, procedure di sbarco protetto, eventuale isolamento dei casi sospetti e rimpatrio controllato dei passeggeri. 

Dato importante: la situazione può aggiornarsi. Il punto fermo, al momento, è che la sorveglianza riguarda le persone esposte, non la popolazione generale italiana.

(Ps: testo sintetizzato ed elaborato e immagine tradotta con chatGPT 5.5)



 

martedì 28 aprile 2026

Depressione post partum: importanza di conoscere e aiutare subito

 Depressione post-partum: guardare negli occhi mamme e papà: importanza di conoscere e aiutare subito

🎥 Nel filmato è disponibile la mia intervista di questa mattina a Primocanale, in diretta, dedicata alla depressione post-partum. Siamo partiti da un fatto di cronaca tragico: non per commentare il caso specifico, ma per parlare di un problema frequente, spesso nascosto e curabile se riconosciuto in tempo.

Messaggio chiave: la depressione post-partum non è debolezza, non è colpa, non è incapacità di amare il proprio bambino. È una condizione di sofferenza psicologica che può riguardare le madri, ma anche i padri, e che merita ascolto, rispetto e cura.

1. Baby blues e depressione post-partum: non sono la stessa cosa

Dopo la nascita di un bambino molte donne hanno qualche giorno di malinconia, pianto facile, irritabilità, ansia o stanchezza emotiva. Questo si chiama baby blues. È molto comune, compare nei primi giorni dopo il parto, raggiunge spesso il picco intorno al terzo-quarto giorno e in genere passa entro 10-15 giorni.

La depressione post-partum è diversa: i sintomi durano di più, sono più intensi, possono comparire anche settimane o mesi dopo il parto e interferiscono con la vita quotidiana, con il sonno, con la relazione con il bambino e con la capacità di chiedere aiuto.

Aspetto

Baby blues

Depressione post-partum

Quando compare

Di solito nei primi giorni dopo il parto.

Può comparire nelle settimane o nei mesi successivi; il periodo perinatale comprende fino a 12 mesi dopo il parto.

Quanto dura

In genere pochi giorni, di solito entro 10-15 giorni.

Settimane o mesi, se non riconosciuta e trattata.

Intensità

Malinconia, pianto facile, irritabilità, ma con andamento transitorio.

Tristezza persistente, ansia importante, senso di colpa, isolamento, perdita di interesse.

Cosa fare

Supporto, riposo, aiuto pratico, osservazione.

Parlarne con medico, ostetrica, consultorio, pediatra, psicologo o psichiatra.

2. Quanto è frequente?

Le stime cambiano a seconda degli studi, degli strumenti di screening e del momento in cui vengono fatte le valutazioni. In modo prudente, possiamo dire che una depressione post-partum clinicamente significativa riguarda circa una donna su dieci. Le percentuali aumentano se si considerano anche forme lievi o sintomi ansioso-depressivi rilevati con questionari di screening.

In Italia, dati ISS e studi pubblicati indicano una quota non trascurabile di donne a rischio depressivo nel periodo perinatale. Il punto più importante non è fissarsi su un numero unico, ma sapere che il fenomeno è frequente, spesso sommerso e merita attenzione sistematica.

Anche i papà possono stare male. La letteratura internazionale indica che la depressione paterna nel periodo prenatale e postnatale può interessare circa il 10% dei padri, con grande variabilità fra gli studi. In Italia il tema è ancora meno studiato, ma clinicamente non va ignorato.


 3. Come riconoscere i primi segnali

Non basta chiedere “come va?”. Molte persone rispondono “bene” anche quando stanno male. Bisogna imparare a osservare volto, occhi, tono della voce, isolamento, rapporto con il bambino e cambiamenti rispetto al comportamento abituale.

Area

Segnali da osservare

Perché è importante

Umore

Tristezza persistente, pianto frequente, irritabilità, sensazione di vuoto.

Se dura oltre pochi giorni o peggiora, non va liquidato come semplice stanchezza.

Pensieri

Senso di colpa, autosvalutazione, pensieri come “non sono una buona madre” o “non sono un buon padre”.

La persona può vergognarsi e non chiedere aiuto.

Comportamento

Isolamento, rifiuto di vedere amici o parenti, chiusura, perdita di interesse.

L’isolamento è uno dei segnali più visibili per chi sta intorno.

Sonno e corpo

Insonnia anche quando il bambino dorme, sonnolenza marcata, spossatezza, perdita o aumento dell’appetito.

Il sonno alterato peggiora ansia e depressione.

Relazione con il bambino

Difficoltà a provare piacere, sguardo assente, cure fatte solo “per dovere”, paura eccessiva di sbagliare.

Il bambino si nutre anche di relazione, sguardo, voce e contatto.

Segnali di rischio

Pensieri di farsi del male, paura di fare del male al bambino, confusione grave, deliri, allucinazioni.

È una situazione urgente: serve aiuto immediato.

4. Cosa dire e cosa non dire

Da evitare

Meglio dire

“Dai, hai un bambino sano: cosa vuoi di più?”

“Ti vedo molto stanca. Posso aiutarti concretamente?”

“Reagisci.”

“Non devi affrontarlo da sola.”

“È normale, passerà.”

“Se dura o ti fa stare male, parliamone con un professionista.”

“Sei esagerata.”

“Quello che provi merita ascolto.”

“Una madre non dovrebbe pensare queste cose.”

“Avere pensieri brutti non significa essere una cattiva madre: significa che serve aiuto.”

5. Il ruolo di chi sta vicino alla famiglia

Il supporto utile non è fatto di consigli generici, ma di presenza e aiuti concreti. Portare un pasto, fare la spesa, accompagnare a una visita, permettere alla madre o al padre di dormire, restare senza giudicare: sono interventi semplici ma importanti.

Il pediatra di famiglia ha un ruolo particolare: vede il bambino, ma vede anche la relazione. Può accorgersi che qualcosa non va, può usare strumenti di screening come la Scala di Edimburgo (EPDS) e può aiutare la famiglia ad attivare consultorio, medico di famiglia, psicologo o psichiatra.

6. Quando serve aiuto subito

Bisogna chiedere aiuto immediatamente se compaiono pensieri di suicidio, paura di fare del male al bambino, confusione grave, deliri, allucinazioni, comportamenti imprevedibili o grave incapacità di prendersi cura di sé o del bambino.

In questi casi non bisogna aspettare: contattare il medico, la guardia medica, il 112/118 o il pronto soccorso.

7. Prognosi: si può guarire

La depressione post-partum può essere curata. La prognosi è tanto migliore quanto più la sofferenza viene riconosciuta presto. Possono essere utili supporto familiare, psicoterapia e, quando indicato, terapia farmacologica valutata dallo specialista anche in relazione all’allattamento.

Ignorare il problema, invece, può prolungare la sofferenza e avere conseguenze sulla madre, sul padre, sulla coppia e sul bambino. Per questo dobbiamo togliere lo stigma: chiedere aiuto non è un fallimento, è una forma di protezione per tutta la famiglia.

Rischi/limiti

• I dati epidemiologici non sono tutti sovrapponibili: alcuni studi misurano diagnosi cliniche, altri rischio depressivo con questionari di screening.
• Non tutti i casi gravi sono preceduti da segnali evidenti.
• Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce una valutazione medica o psicologica.

Cosa cambia da ora in poi?

Dobbiamo guardare la nascita non solo come un evento felice, ma anche come una fase di vulnerabilità. Serve una rete: famiglia, pediatra, medico di medicina generale, ostetrica, consultorio, psicologo, psichiatra, servizi territoriali.

Da ora in poi: meno giudizio, più ascolto; meno “passerà”, più aiuto concreto; meno solitudine, più rete intorno a mamme, papà e bambini.

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Bibliografia essenziale

·       Ministero della Salute – FAQ Depressione post partum – Distinzione tra baby blues e depressione post-partum; EPDS.

·       ISS Epicentro – Depressione peripartum: le linee guida – Salute mentale nel periodo perinatale e impatto su madre, bambino e famiglia.

·       ISS Epicentro – Network Italiano Salute Mentale Perinatale, ISTISAN 23/16 – Dati italiani su rischio di depressione e ansia in gravidanza e post-partum.

·       Annali dell’Istituto Superiore di Sanità, 2023 – Epidemiology of perinatal depression in Italy – Revisione sistematica italiana sui dati epidemiologici.

·       ISS Epicentro – Depressione post partum: prevalenza e fattori associati – Studio italiano su positività allo screening EPDS.

·       ISSalute – Depressione post-partum – Sintomi, segnali di allarme, padri e psicosi post-partum.

·       Paulson JF, Bazemore SD. Prenatal and postpartum depression in fathers. JAMA, 2010 – Metanalisi sulla depressione paterna prenatale e postnatale.



sabato 25 aprile 2026

9 mesi salvato da soffocamento dalla mamma con le indicazioni al telefono del 112

9 mesi salvato da soffocamento dalla mamma con le indicazioni al telefono del 112: Soffocamento nei bambini: il tempo è vita

Meglio fare un corso, ma intanto impariamo almeno la teoria

Da una notizia pubblicata da Telenuovo/TG Padova il 24 aprile 2026: un lattantedi 9 mesi stava soffocando dopo aver ingerito accidentalmente un piccolo gioco in casa. La mamma ha chiamato il 112 di Padova e, guidata al telefono da un infermiere della Centrale Operativa, è riuscita a eseguire le manovre di disostruzione prima dell’arrivo dell’ambulanza. Quando i soccorsi sono arrivati, il bambino respirava già autonomamente.

È una notizia che emoziona. Ma è anche una notizia che deve farci riflettere.

Di fronte a un bambino che non respira, ogni secondo conta. In quei momenti non c’è tempo per cercare, leggere, capire, decidere. Bisogna sapere già cosa fare. Per questo il messaggio principale è semplice:

Tutti dovrebbero fare un corso pratico sulle manovre antisoffocamento.

Un corso con istruttori preparati, manichini, esercitazioni, correzione degli errori. Perché la teoria è importante, ma le mani devono imparare il gesto corretto.

Eppure c’è un secondo messaggio, altrettanto importante: nell’attesa di fare un corso, non restiamo ignoranti. Guardiamo filmati affidabili, leggiamo istruzioni corrette, impariamo almeno la sequenza teorica delle manovre. Non sostituisce il corso, ma può fare la differenza.

Il caso di Padova lo dimostra: una madre, in un momento drammatico, ha saputo ascoltare e applicare istruzioni ricevute in tempo reale dal servizio di emergenza. Non è il primo episodio in cui una vita viene salvata da qualcuno che aveva visto un video, seguito una dimostrazione, letto una scheda o ricevuto indicazioni telefoniche da un operatore del 118/112.

La consapevolezza salva tempo. E nel soffocamento il tempo è vita.

Cosa dobbiamo sapere tutti

Il soffocamento da corpo estraneo può avvenire durante il pasto, mentre il bambino gioca, oppure quando mette in bocca piccoli oggetti. Requente anche negli adulti ricordiamolo!

La prima cosa da capire è se il bambino riesce a tossire.

Se tossisce, respira, piange o emette suoni, la tosse è ancora efficace: bisogna incoraggiarlo a tossire e osservarlo attentamente.

Se invece non riesce a respirare, non riesce a piangere, non tossisce efficacemente, diventa cianotico o perde forza, siamo davanti a un’emergenza.

In quel momento bisogna chiamare subito il 112 — o farlo chiamare da qualcuno — e iniziare le manovre corrette.

Attenzione: lattante e bambino non sono uguali

Sul mio blog trovate filmati e poster da iniziare a consultare.

 

La prevenzione resta la prima manovra antisoffocamento

Imparare le manovre è indispensabile. Ma ancora più importante è evitare che l’incidente accada.

Il Ministero della Salute ha pubblicato nel 2017 le Linee di indirizzo per la prevenzione del soffocamento da cibo in età pediatrica, approvate dal Consiglio Superiore di Sanità, con indicazioni per famiglie, scuole, mense, educatori e operatori sanitari.

La sicurezza non è paura: è abitudine.

·      il bambino deve mangiare seduto, tranquillo, senza correre o giocare;

·      non bisogna lasciarlo solo mentre mangia;

·      gli alimenti duri, tondi, lisci o scivolosi vanno evitati o tagliati correttamente;

·      attenzione a uva, wurstel, pomodorini, carote crude, frutta secca, mozzarelline, caramelle dure;

·      attenzione anche a oggetti piccoli: pile a bottone, monete, tappi, parti di giochi, palloncini sgonfi o rotti.

Il ruolo del 112

Il caso di Padova ricorda anche un’altra cosa importante: chiamare subito i soccorsi non significa restare fermi.

L’operatore della Centrale Operativa può guidare passo dopo passo chi è presente. Per questo è utile mettere il telefono in vivavoce, seguire le istruzioni e mantenere, per quanto possibile, il sangue freddo.

La mamma del bambino salvato a Padova ha fatto esattamente questo: ha chiesto aiuto, ha ascoltato, ha eseguito.

Il messaggio ai genitori, ai nonni, agli insegnanti

Non diciamo: “A me non capiterà”. Diciamo invece: “Spero non capiti mai, ma se capita voglio sapere cosa fare”.

Ogni genitore, nonno, educatore, insegnante, baby-sitter dovrebbe conoscere almeno le basi.

Il corso resta la scelta migliore. Ma intanto guardare video affidabili, leggere materiali corretti, partecipare a incontri informativi, osservare dimostrazioni pratiche può aumentare la prontezza mentale.

E quando il tempo è pochissimo, anche aver già visto una sequenza può aiutare a non bloccarsi.

1.        riconoscere i segni di soffocamento;

2.        chiamare subito il 112;

3.        sapere che lattante e bambino richiedono manovre diverse;

4.        non mettere le dita in bocca alla cieca;

5.        imparare le manovre in un corso pratico.

In conclusione

Il soffocamento è un evento raro, ma quando accade è drammatico e rapidissimo.

Non possiamo improvvisare. Non possiamo rimandare. Non possiamo pensare che riguardi solo gli altri.

Facciamo un corso. Guardiamo materiali affidabili. Parliamone con genitori, nonni, scuole e comunità.

Perché nel soffocamento da corpo estraneo una cosa è certa: il tempo è vita.

Rischi/limiti

Questo articolo ha finalità divulgativa e non sostituisce un corso pratico certificato di primo soccorso pediatrico. Le manovre devono essere apprese con istruttori qualificati e aggiornate secondo le linee guida ufficiali.

Cosa cambia da ora in poi?

Da oggi l’obiettivo non è solo “sapere che esistono” le manovre antisoffocamento, ma fare un passo concreto: iscriversi a un corso, guardare materiali affidabili, condividere informazioni corrette e prepararsi prima che l’emergenza accada.