Oltre il dolore per Beatrice: imparare a vedere prima
Una riflessione sulla violenza assistita, sui segnali che i bambini lanciano con il corpo e su una pediatria capace di cercare chi rischia di restare invisibile
Dott. Alberto Ferrando — Pediatra di Genova
Le cronache di queste settimane hanno raccontato la tragica vicenda della piccola Beatrice, una bambina di due anni morta a Bordighera lo scorso febbraio. Non è compito mio, né di questo spazio, ricostruire i fatti: sulla vicenda è in corso un procedimento penale e non spetta a noi, da fuori, anticipare conclusioni che competono alla magistratura. Quello che invece sento di dover fare, come pediatra e come cittadino, è fermarmi su una domanda che in questi giorni sento ripetere ovunque: possibile che nessuno si sia accorto di nulla?
È una domanda legittima, ma rischia di portarci nella direzione sbagliata se la usiamo solo per cercare un colpevole dopo che il danno è già avvenuto. Diventare tutti "esperti" a posteriori, pronti a dire "si doveva fare così", non restituisce nulla a Beatrice né alle sue sorelle. Quello che possiamo fare davvero, come comunità, è imparare a vedere prima.
Il trauma che non si vede: la violenza assistita
Accanto a Beatrice c'erano due sorelle più grandi, di sette e nove anni, che hanno vissuto in presa diretta ciò che accadeva in casa. La violenza assistita, cioè il trauma che subisce un bambino quando è testimone — anche senza essere lui il bersaglio diretto — della violenza inflitta a un familiare. Questi bambini non hanno gli strumenti per chiedere aiuto a parole, ma "parlano" comunque, con il corpo e con il comportamento, in modo diverso dai coetanei.
È un punto cruciale. La violenza assistita è una delle forme di maltrattamento più diffuse nell'infanzia, eppure resta tra le più difficili da riconoscere, proprio perché non lascia segni visibili sul corpo del bambino "spettatore".
Cosa raccontano i bambini con il corpo: i segnali da conoscere
In oltre 50 anni di professione ho imparato che i bambini comunicano il loro disagio molto prima di riuscire a metterlo in parole. Nessuno di questi segnali, preso isolatamente, è una prova di maltrattamento: sono indicatori aspecifici, che vanno sempre letti nel contesto della storia clinica e familiare del bambino. Conoscerli, però, aiuta genitori, insegnanti, nonni e operatori sanitari a non archiviarli troppo in fretta come "capricci" o "fasi".
Area | Possibili segnali (indicatori aspecifici, da leggere nel contesto) |
Fisico e psicosomatico | Mal di testa o mal di pancia ricorrenti senza causa medica evidente; ricomparsa di enuresi o encopresi in un bambino già "pulito"; disturbi del sonno, incubi ricorrenti; arresto o rallentamento della crescita |
Comportamentale ed emotivo | Ansia marcata, ipervigilanza, paura improvvisa verso adulti o situazioni prima neutre; regressione a comportamenti da bambino più piccolo; aggressività immotivata oppure, al contrario, ritiro e isolamento |
Scolastico e relazionale | Calo del rendimento o difficoltà di concentrazione; isolamento dai coetanei o, al contrario, ricerca eccessiva di attenzione dagli adulti; assunzione di un ruolo di "piccolo genitore" verso fratelli più piccoli, non adeguato all'età |
Quando uno o più di questi segnali compaiono insieme, in modo persistente, e senza una spiegazione che li giustifichi, vale la pena parlarne con il pediatra di famiglia: non per allarmarsi, ma per guardare la situazione con un occhio in più.
Due pilastri per la prevenzione: i Primi 1000 giorni e una pediatria che cerca, non solo che aspetta
La vera prevenzione si gioca nei Primi 1000 giorni di vita — dal concepimento ai due anni —, il periodo in cui si costruiscono le basi della salute fisica, psichica e relazionale di una persona. Lo afferma con chiarezza il framework Nurturing Care for Early Childhood Development, pubblicato nel 2018 da OMS, UNICEF e Banca Mondiale, che porta come motto una frase che ho fatto mia da tempo: "se cambi l'inizio della storia, cambi la storia". In Italia, l'Istituto Superiore di Sanità porta avanti un proprio progetto dedicato alla promozione della salute nei primi 1000 giorni, con l'obiettivo di individuare buone pratiche e modelli organizzativi replicabili nelle diverse Regioni.
Qui però va detto con onestà, perché non amo le scorciatoie: gli investimenti regionali restano disomogenei. Un'analisi recente di Cittadinanzattiva segnala che alcune Regioni — Lombardia, Veneto, Lazio, Piemonte tra le altre — hanno già programmi dedicati con sistemi di monitoraggio specifici, mentre la Liguria, insieme ad Abruzzo, Marche e Molise, no.
È un dato che non deve scoraggiare, ma che conferma quanto sia necessario continuare a chiedere, un investimento più strutturato.
Il secondo pilastro è una pediatria, anzi un sistema sanitario e non solo la pediatria, che non si limita ad aspettare chi entra in ambulatorio, ma che si attiva quando un bambino "scompare" dai radar sanitari. Conviviamo oggi con due fenomeni opposti: da un lato famiglie scrupolose, talvolta fin troppo ansiose, che moltiplicano visite e pareri (il cosiddetto doctor shopping); dall'altro famiglie che si chiudono, non si presentano ai bilanci di salute, non rispondono alle chiamate per le vaccinazioni. Sono proprio questi ultimi i campanelli d'allarme che da tempo proponiamo di monitorare con più attenzione: il cambio frequente e immotivato del pediatra di famiglia, gli accessi ripetuti al Pronto Soccorso per traumi — specie se in presidi diversi — e l'assenza prolungata e ingiustificata ai controlli di routine. Nessuno di questi elementi, da solo, autorizza un giudizio. Ma insieme, in un sistema capace di metterli in comunicazione, possono aiutare a intercettare per tempo un disagio che altrimenti resta chiuso dentro le mura di casa.
Una responsabilità di tutti, non un atto d'accusa
Non scrivo queste righe per puntare il dito contro qualcuno. Le ricostruzioni giornalistiche sulla vicenda riportano che non risultavano segnalazioni recenti ai servizi competenti: un dato che, più che indicare una colpa specifica, ci dice quanto sia fragile un sistema costruito solo per intervenire dopo una segnalazione, e quanto poco siamo ancora capaci, come comunità, di "vedere" il disagio prima che diventi emergenza.
Per questo penso che la risposta più giusta a una tragedia come questa non sia la caccia al colpevole istituzionale, ma una responsabilità condivisa: dei pediatri,, ma più in generale da parte di tutto il sistema socio-sanitario che deve attivarsi quando un bambino si allontana dai controlli (vale anche per assenze scolastiche prolungate o frequenti non giustificate da patologia) ; delle istituzioni, chiamate a investire davvero — e non solo sulla carta — nei primi anni di vita; e di tutti noi, vicini, insegnanti, nonni, che possiamo riscoprire una vigilanza affettuosa verso le famiglie che ci circondano, senza giudicare, ma senza nemmeno girarci dall'altra parte.
Rischi e limiti
Il procedimento giudiziario sulla vicenda di Bordighera è ancora in corso: alcuni dettagli potranno essere precisati nelle prossime settimane, ed è giusto attendere gli accertamenti della magistratura prima di trarre conclusioni definitive sulle responsabilità individuali. I segnali clinici descritti in tabella sono indicatori aspecifici, non diagnostici: la loro presenza non equivale a una prova di maltrattamento e va sempre valutata da un professionista nel contesto della storia del bambino. Infine, il quadro sugli investimenti regionali nei Primi 1000 giorni è in evoluzione: i piani citati della Regione Liguria contengono riferimenti alla tutela materno-infantile e ai territori fragili, ma non risulta, al momento, un programma ligure specificamente dedicato e monitorato come quello di altre Regioni; il dato meriterebbe un aggiornamento diretto con le istituzioni regionali.
Cosa cambia da ora in poi?
Per chi lavora con i bambini e con le fasmiglie, questa vicenda è un invito a non archiviare troppo in fretta un mal di pancia ricorrente, un cambiamento di umore, un bambino che diventa "il genitore" del fratellino. Per le famiglie, è un invito a non vergognarsi di chiedere aiuto, né di segnalare un dubbio su un'altra famiglia: una telefonata ai servizi sociali o al pediatra non è un atto contro nessuno, ma una rete che si attiva prima che sia troppo tardi. Per le istituzioni, è l'ennesima occasione per trasformare i Primi 1000 giorni da slogan a programma strutturato, con risorse e monitoraggio reali. Se cambiamo davvero l'inizio della storia, possiamo cambiare la storia.
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Fonti
- World Health Organization, UNICEF, World Bank Group. Nurturing care for early childhood development: a framework for helping children survive and thrive to transform health and human potential. 2018. https://nurturing-care.org/ncf-for-ecd/
- Istituto Superiore di Sanità – EpiCentro. Promozione della salute nei primi 1000 giorni di vita del bambino(progetto CCM, Ministero della Salute). https://www.epicentro.iss.it/materno/progetto-per-la-promozione-della-salute-nei-primi-1000-giorni
- Gilbert R, Spatz Widom C, Browne K, Fergusson D, Webb E, Janson S. Burden and consequences of child maltreatment in high-income countries. Lancet. 2009;373(9657):68-81. doi:10.1016/S0140-6736(08)61706-7
- Pacini Medicina – Update Pediatra. Abuso e maltrattamento sui minori: la funzione del pediatra di famiglia nella prevenzione e nella rilevazione dell'abuso. 2023.
- Medicina e Società. Indicatori di rischio nei casi di abuso e maltrattamento sui minori.
- Pellai A. Perché nessuno si è accorto di cosa accadeva a Beatrice e alle sue sorelle? Famiglia Cristiana, 1 giugno 2026.
- Regione Liguria / Alisa. Piano Sociosanitario Regionale 2023-2025; Piano Sociale Integrato Regionale 2024-2026.
- Cittadinanzattiva (dato ripreso da Sanità33, giugno 2026). Primi 1.000 giorni: forti differenze regionali nell'accesso ai servizi.
Nota: i nomi delle persone coinvolte nella vicenda giudiziaria non sono stati riportati, in linea con la scelta di mantenere al minimo i dettagli di cronaca e di concentrare il testo sulla prevenzione.



