Una bambina di quattro anni è morta di difterite
In Italia non succedeva dal 1991. Non ce l’ho con quei genitori. Ce l’ho con chi li ha convinti.
Dott. Alberto Ferrando — Pediatra di Genova
Scrivo questo articolo con le mani che tremano un po’, e vi chiedo scusa in anticipo se non sarò freddo come dovrebbe essere un medico.
Stanotte, all’ospedale dei Bambini di Palermo, è morta una bambina di quattro anni.
I primi sintomi erano comparsi la settimana scorsa. Febbre, vomito, inappetenza. Sembrava una tonsillite — perché così sembra, all’inizio. Poi le condizioni sono precipitate. È stata intubata, portata in terapia intensiva, e i medici hanno tentato anche la circolazione extracorporea: l’ultima cosa che si può fare quando il cuore e i polmoni non reggono più.
Non è bastato. La tossina aveva già colpito il cuore, il fegato, l’intestino.
I tamponi sono positivi al batterio della difterite. La conferma definitiva dell’Istituto Superiore di Sanità arriverà nei prossimi giorni — finché non arriva parliamo di sospetto — ma il direttore sanitario ha detto che per loro dubbi non ce ne sono.
La bambina non era vaccinata.
L’ultima morte per difterite in Italia risale al 1991. Trentacinque anni.
Ai genitori, prima di tutto il resto
Da stamattina leggo commenti feroci contro quel padre e quella madre. Capisco la rabbia. Non ci partecipo, e vi chiedo di non parteciparci.
C’è una famiglia che ha perso una figlia di quattro anni. Ci sono quattro fratelli che hanno perso una sorella. E ci sono due genitori che dovranno convivere, ogni singolo giorno per il resto della loro vita, con una domanda che nessuno di noi vorrebbe nemmeno sfiorare.
Non esiste punizione che il mondo possa aggiungere a questa. Nessuna.
Non li conosco e non li giudico. So soltanto una cosa, dopo quarant’anni passati in un ambulatorio pediatrico: nessun genitore rinuncia a un vaccino perché non ama suo figlio.
Mai. Nemmeno una volta, in quarant’anni.
Ci rinuncia perché ha paura. E la paura, nei genitori, nasce esattamente nello stesso posto in cui nasce l’amore. Chi non capisce questo non ha mai fatto il mio mestiere.
Quei due, oggi, sono le vittime più devastate di questa storia dopo la loro bambina.
E adesso passo alla parte in cui non sono più gentile
Perché se la mia rabbia non va verso di loro, da qualche parte va.
Va verso chi li ha convinti.
In questi anni si è costruita un’industria del dubbio. Non uso la parola a caso. C’è chi ci ha costruito sopra un pubblico, una notorietà, una carriera, in qualche caso un reddito. Ci sono libri, conferenze, video, canali. C’è tutto un ecosistema che vive del terrore dei genitori, e che quel terrore lo coltiva perché è la sua materia prima.
E poi c’è chi ha responsabilità pubbliche.
Qui devo essere ancora più netto, e non per accanimento: per proporzione.
Un privato cittadino che condivide un contenuto sbagliato lo fa quasi sempre in buona fede, e la sua voce pesa quanto la sua persona. Chi ricopre un ruolo pubblico — un amministratore, un politico, un professionista sanitario, chi parla dai microfoni delle istituzioni — dispone di un’autorevolezza che non è sua: gliel’ha prestata quel ruolo. E quando la usa per alimentare dubbi che le evidenze non sostengono, la usa contro le stesse persone che quel ruolo dovrebbe proteggere.
Non si tratta di vietare il dissenso, né di pretendere che tutti la pensino allo stesso modo. Si tratta di riconoscere una cosa semplice: sui vaccini le parole hanno conseguenze concrete. Non restano nei commenti. Entrano nelle case. Qualche volta entrano negli ospedali.
Chi ha una responsabilità pubblica dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro, perché è esattamente la ragione per cui gli è stata affidata quella responsabilità.
E poi — e questa è la parte che mi fa più male — ci sono migliaia di persone perbene che condividono.
Persone che non hanno alcuna cattiva intenzione. Che inoltrano un video nel gruppo WhatsApp della scuola. Che ripubblicano un post perché “fa riflettere”, “male non fa”, “sentiamo tutte le campane”. Che non hanno letto lo studio, non hanno controllato la fonte, non hanno verificato se quel medico esercita ancora.
A voi voglio dire una cosa, con tutto il rispetto: quel gesto non è neutro.
Condividere non è un’opinione. È un atto che ha conseguenze. Quel contenuto arriva a un genitore che sta decidendo, e quel genitore lo legge nel gruppo della scuola — cioè nel posto dove si fida — e ci trova la faccia di qualcuno che conosce.
E quel messaggio, in quel momento, pesa più di me. Pesa più di quarant’anni di dati.
Vorrei che chi ha condiviso quei contenuti negli ultimi anni oggi ci pensasse. Non per sentirsi in colpa: non è quello che chiedo, e la colpa non serve a niente. Ma per pensarci la prossima volta, prima di premere “inoltra”.
Perché una catena di condivisioni non ha un colpevole. Ha mille persone che hanno fatto un gesto piccolissimo. E in fondo alla catena, qualche volta, c’è un bambino.
Cosa è la difterite, per chi non l’ha mai vista
Nessuno l’ha mai vista. Io compreso, e ho cinquanta anni di mestiere alle spalle.
Comincia come un mal di gola qualunque. Poi nella gola si forma una membrana grigiastra, spessa, aderente, che ostruisce progressivamente il respiro. Un tempo la chiamavano “il male che strangola i bambini”.
Ma ciò che uccide più spesso non è il soffocamento: è una tossina che il batterio produce e che entra nel sangue, raggiungendo il cuore, i nervi, i reni. Nei non vaccinati, senza trattamento adeguato, la difterite è letale in circa tre casi su dieci.
E c’è un dettaglio che dovrebbe restare a tutti: il vaccino non protegge dal batterio, protegge dalla tossina. Non impedisce di incontrare l’infezione — impedisce che l’infezione uccida.
È esattamente ciò che qui è mancato.
Negli ultimi trent’anni in Italia si sono accertati otto casi di difterite, tutti non letali, tutti causati da ceppi che la tossina non la producevano.
Poi stanotte.
Il paradosso che dobbiamo capire
Ecco il punto che vorrei restasse più di ogni altro.
I vaccini sono vittime del proprio successo.
Funzionano così bene da far sparire le malattie dalla nostra vista. E quando una malattia sparisce dalla vista, sparisce anche dalla mente: diventa una cosa dei libri di storia, dei racconti dei nonni, delle fotografie in bianco e nero.
A quel punto succede l’inevitabile. Resta visibile solo il rischio del vaccino, mentre il rischio della malattia diventa invisibile.
Da una parte una puntura, la febbriciattola, la possibilità rarissima di una reazione. Dall’altra parte, apparentemente, niente. Un fantasma.
Ma il fantasma non se n’era andato. Si era soltanto tolto dai piedi finché eravamo in tanti a difenderci.
Nel mondo, nel 2025, l’OMS ha registrato oltre 30.000 casi di difterite. Nei Paesi dell’Unione Europea, nel solo 2024, ne sono stati segnalati 151. Il batterio non è stato eradicato da nessuna parte, e viaggia esattamente come viaggiamo noi.
E non riguarda solo la difterite.
Il morbillo in Italia sta risalendo: nei primi cinque mesi del 2026 le segnalazioni sono state 609 contro le 342 dello stesso periodo dell’anno prima. Quasi il doppio. La copertura della seconda dose di MPR è ferma all’84%, e nessuna Regione italiana raggiunge il 95% necessario a fermare la circolazione del virus.
Negli Stati Uniti va molto peggio, ed è il risultato diretto di scelte politiche che hanno sistematicamente alimentato il dubbio: nel 2026 hanno superato i 2.300 casi di morbillo, il massimo dal 1991, con il 93% dei malati non vaccinato. Rischiano di perdere lo status di Paese in cui il morbillo era stato eliminato.
Non è sfortuna. È una conseguenza.
Il dettaglio che mi toglie il sonno
Nelle cronache di oggi si legge che quei genitori avrebbero rinunciato ai vaccini perché convinti che l’autismo di un cugino fosse stato causato dal vaccino trivalente.
Non so se sia vero. Sono notizie giornalistiche, e le riporto con tutte le cautele.
Ma se lo fosse, guardiamo insieme cosa significa.
Il vaccino contro la difterite non è il trivalente. Sono due vaccini diversi, componenti diverse, momenti diversi della vita. La difterite si previene con l’esavalente, nei primi mesi.
La paura riguardava una cosa. La bambina è morta di un’altra.
Ed è così che funziona la disinformazione. Non convince di un fatto preciso: semina una diffidenza generale, indistinta. Poi quella diffidenza si allarga da sola, copre tutto, e alla fine lascia scoperto proprio il punto da cui arriverà il colpo.
Chi diffonde quei contenuti non ha detto a quella famiglia “non vaccinate contro la difterite”. Ha detto qualcosa di più vago e di più efficace: “non fidatevi”.
Sul legame tra vaccini e autismo ripeto quello che ripeto da anni. È stato cercato sul serio, da persone che avrebbero avuto tutto da guadagnare a trovarlo. Su 657.000 bambini in Danimarca. Su 95.000 negli Stati Uniti, compresi quelli che avevano già un fratello autistico, quindi con un rischio più alto in partenza. Su oltre un milione nelle analisi complessive.
Nessun aumento del rischio. Mai.
E l’autismo — che esiste, che è reale, e con cui migliaia di famiglie italiane convivono ogni giorno con enorme fatica — comincia a manifestarsi tra i dodici e i ventiquattro mesi. Cioè esattamente nell’età in cui si fanno i vaccini. Qualunque cosa si facesse a quell’età sembrerebbe la causa.
Non è colpa di quei genitori se hanno creduto a questo. È colpa di chi glielo ha raccontato.
Quello che chiedo alle famiglie
Non a tutte. So bene che chi ha già deciso di non ascoltare non cambierà idea per un articolo, e ho smesso da tempo di illudermi.
Parlo a chi ha dei dubbi e li tiene aperti. A chi è incerto. A chi ha letto qualcosa che l’ha spaventato e non sa più a chi credere.
Controllate il libretto vaccinale dei vostri figli. Stasera. Guardate i richiami, guardate le date.
Se avete saltato qualcosa, non è tardi. Non si ricomincia da capo: si riprende da dove ci si era interrotti, a qualunque età. Chiedete al vostro pediatra o al centro vaccinale.
E se avete paura, ditela. A voce alta, nel mio ambulatorio o in quello del vostro pediatra. Non esistono domande sciocche e non esistono domande imbarazzanti — e se qualcuno vi fa sentire stupidi perché fate una domanda su vostro figlio, quel qualcuno sta sbagliando mestiere.
Io preferisco mille volte un genitore che dubita, chiede, discute e alla fine sceglie capendo, a uno che firma senza guardare. L’ho scritto tante volte: preferisco famiglie convinte a famiglie adempienti.
Ma per convincersi bisogna parlare. E per parlare serve qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare.
Io ci sono. E i miei colleghi anche.
Un’ultima cosa, ai colleghi
Una malattia che non vediamo da trentacinque anni è tornata a uccidere.
Rimettiamola tra le diagnosi possibili davanti a un mal di gola che peggiora in fretta in un bambino non vaccinato. Perché la difterite, all’inizio, sembra una tonsillite. Sembra esattamente una tonsillite.
E se non ci pensiamo, non la vediamo.
Rischi e limiti
La causa del decesso non è ancora ufficialmente confermata: i tamponi sono positivi al batterio, ma si attende l’accertamento dell’Istituto Superiore di Sanità.
È in corso un’indagine della Procura, che riguarda anche la ricostruzione del percorso assistenziale. Non entro nel merito e invito a non farlo: un’inchiesta serve esattamente a stabilire ciò che oggi nessuno sa.
Le informazioni sulle motivazioni della famiglia provengono da fonti giornalistiche e non sono verificate.
Cosa cambia da ora in poi?
Per i genitori. Controllate il libretto vaccinale. Se mancano richiami, chiedete: si recupera sempre, a qualunque età.
Per chi condivide contenuti sui social. Prima di premere “inoltra”, chiedetevi due cose: chi lo ha scritto, e cosa succede se qualcuno ci crede.
Per tutti noi. Questa storia ha una lezione sola, e non riguarda una famiglia di Palermo.
Riguarda il fatto che ci eravamo dimenticati di avere paura.
E che la difterite, invece, non si era dimenticata di noi.
Vorrei chiudere con la cosa più semplice che ho da dire, e che vale per me come per chiunque faccia il mio mestiere.
Ascoltiamo i dubbi. Rispondiamo con rispetto. Ma difendiamo con fermezza i fatti.
Le famiglie meritano informazioni corrette, non paura.
Fonti: ANSA, Il Post, Giornale di Sicilia, Euronews (20 agosto 2026) · OMS, dati difterite 2025 · ECDC, sorveglianza difterite UE/SEE 2024 · ISS-EpiCentro, morbillo e coperture vaccinali in Italia · Hviid A et al., Ann Intern Med 2019 · Jain A et al., JAMA 2015 · Taylor LE et al., Vaccine 2014
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