martedì 1 settembre 2026

Settembre, si ricomincia: il sonno, la colazione e le domande al pediatra: bambini zombie??

Settembre, si ricomincia: il sonno, la colazione e le domande al pediatra: bambini zombie??

Rubrica «Il medico risponde» — Primocanale, lunedì 31 agosto 2026

di Alberto Ferrando, pediatra — Presidente APEL, Associazione Pediatri Extraospedalieri Liguri

 

Stamattina a Primocanale abbiamo parlato del rientro: la fine delle vacanze, gli orari che vanno rimessi in riga, e tutto quello che arriva puntuale ogni settembre nei nostri ambulatori. Sono arrivate parecchie domande, al numero verde e su WhatsApp. Le riporto qui riordinate per argomento, con qualche riferimento in più che in diretta, per ragioni di tempo, non si riesce mai a dare.

Il «bambino zombie» di settembre si previene adesso

Ogni anno succede la stessa cosa. Passano due o tre settimane dall’inizio della scuola e in ambulatorio arrivano bambini stanchi, nervosi, pallidi, che non mangiano. I genitori mi chiedono un ricostituente.

Quasi sempre quello che manca non è un ricostituente. Sono ore di sonno. D’estate si va a letto più tardi, ci si sveglia più tardi, e va benissimo così. Il problema nasce quando a settembre resta l’abitudine di addormentarsi tardi ma la sveglia torna a suonare alle sette. Da lì il bambino che al mattino non si sveglia, e che nessuno sciroppino — naturale, alternativo o miracoloso che sia — riesce a rimettere in piedi.

Il consiglio vale per tutti e vale da subito: chi ha tempo non aspetti tempo. Si anticipa l’ora di andare a letto di dieci-quindici minuti per volta, non tutto in una notte. In una settimana si recupera un’ora abbondante senza drammi.

Quante ore servono davvero? I riferimenti dell’American Academy of Sleep Medicine, condivisi dall’American Academy of Pediatrics, sono questi [1]:

Età

Ore di sonno nelle 24 ore (sonnellini inclusi)

1–2 anni

11–14 ore

3–5 anni

10–13 ore

6–12 anni

9–12 ore

13–18 anni

8–10 ore

 

Sono indicazioni di popolazione, non voti in pagella: c’è il bambino che sta bene con dieci ore e quello che ne chiede dodici. Ma se vostro figlio dorme sistematicamente molto meno del limite inferiore, quello è il primo posto dove guardare.

I tre pilastri, e non sono in vendita

Lo ripeto fino ad annoiare: per stare bene servono tre cose. Un sonno adeguato. Un’alimentazione adeguata. Attività fisica.

Sull’ultimo punto una precisazione che mi sta a cuore: l’attività fisica giusta è quella che piace al bambino, non quella che piace a papà o a mamma. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda per i bambini e i ragazzi dai 5 ai 17 anni almeno un’ora al giorno di attività fisica di intensità moderata o vigorosa, in media sulla settimana [2]. Un’ora di qualcosa che gli piace la fanno. Un’ora di qualcosa che detestano la mollano a novembre.

La sera: luci basse, niente schermi, un libro

La routine della sera comincia prima di quanto pensiamo. Si abbassano le luci e i rumori, si rallenta il ritmo della casa. E soprattutto si spengono gli schermi.

Non è una fissazione dei pediatri: la luce serale, in particolare le lunghezze d’onda del blu, riduce la secrezione di melatonina, l’ormone che facilita l’addormentamento, e sposta più avanti l’orologio biologico. Le revisioni sistematiche sul rapporto tra schermi e sonno in età pediatrica trovano nella grande maggioranza degli studi un’associazione con meno ore di sonno e addormentamento più difficile [3].

Al posto dello schermo, un libro. Nel bambino piccolo, la lettura ad alta voce da parte dei genitori: è l’iniziativa Nati per Leggere, che portiamo avanti da decenni e che sta prendendo sempre più campo [4]. La lettura condivisa nutre la mente in un modo che lo schermo non replica, ed è uno dei pochi interventi di promozione della salute con un rapporto costi-benefici imbattibile: costa un libro.

Poi la regola che vale per tutti, adolescenti compresi e genitori compresi: il cellulare non entra in camera. Perché quell’aggeggio lì un messaggio ce l’ha sempre, arriva a qualsiasi ora, fa blink, e ti porta via il sonno. Poi c’è la tentazione di aprirlo, e da lì parte lo scrolling infinito — quello che ormai anche i dizionari hanno battezzato 

brain rot, il cervello che marcisce. Il risultato lo vedo al mattino: ragazzi con delle occhiaie che arrivano alle ginocchia.

La colazione non è un optional

Tempo fa un papà mi ha detto: «Dottore, ho fatto i conti. Da quando ci svegliamo a quando siamo a scuola passano dieci minuti». E allora cos’è, Superman? Ci si alza di corsa, il tempo per la colazione non c’è.

Ma il tempo per la colazione va costruito, perché è un momento e non un adempimento: la fa il bambino, e la facciamo anche noi genitori. E si tiene presente che i due problemi sono collegati — se ci si sveglia esausti perché si è dormito poco, l’appetito al mattino non c’è e la colazione salta da sola. Le revisioni disponibili associano la colazione regolare a un rendimento cognitivo e scolastico migliore; sono in gran parte studi osservazionali, quindi parliamo di associazione più che di causa dimostrata, ma la direzione è concorde [5].

 

Le vostre domande

«I miei due figli adolescenti hanno passato agosto con orari sballati, a letto dopo le quattro. Ora passano la notte svegli in casa. C’è qualche integratore che mi consiglia?» — Anna

Di prodotti in commercio ce ne sono tantissimi, ma il fai da te no. Ne parli con il medico curante.

E soprattutto: nessun integratore risolve il problema se prima non si sposta l’orario. Se si andava a letto alle quattro, si comincia dalle tre e mezza, poi le tre, e si recupera pian piano. Attenzione anche alle erbe: «naturale» non vuol dire privo di effetti collaterali, perché anche le erbe ne hanno.

Sulla melatonina, che ormai la televisione pubblicizza da tutte le parti, aggiungo qui quello che in diretta non ho avuto modo di dire. In Italia le confezioni fino a 1 mg sono integratori alimentari e si comprano liberamente; sopra 1 mg si tratta di un medicinale. Nel bambino e nell’adolescente l’uso è in genere off-label e mancano dati solidi sulla sicurezza a lungo termine: non è una caramella. Negli Stati Uniti, dove la diffusione è molto maggiore, le segnalazioni ai centri antiveleni per ingestioni pediatriche di melatonina sono aumentate in modo marcato nell’arco di dieci anni [6]. Quindi: eventualmente sì, ma prescritta e dosata da chi conosce il ragazzo, e sempre insieme al lavoro sugli orari, mai al posto di quello.

Un’ultima cosa, che è la più efficace e la più dimenticata. In adolescenza esiste un ritardo fisiologico della fase del sonno: il corpo, biologicamente, chiede di addormentarsi più tardi. Per rimetterlo in riga non basta agire sulla sera, bisogna agire sul mattino: luce naturale appena svegli, tapparelle su, colazione alla finestra, dieci minuti fuori casa. La luce del mattino è il segnale più potente che abbiamo per anticipare l’orologio biologico. E anticipare a piccoli passi, quindici-trenta minuti ogni due-tre giorni.

Con gli adolescenti è dura. In bocca al lupo.

«Perché alcuni bambini di circa tre anni, al risveglio dal sonno del pomeriggio, piangono in modo nervoso?» — Franco

Succede, ed è molto comune. Ci sono bambini che si svegliano col sorriso e bambini che si svegliano — passatemi il genovese — un po’ risurrei, e piangono. Vale anche per noi adulti: c’è chi si sveglia bene e chi si sveglia male. Spesso è una caratteristica del bambino, spesso è una fase transitoria, e in genere passa da sola dopo qualche minuto di coccole.

Aggiungo un nome, che a volte tranquillizza i genitori: quando il risveglio è accompagnato da pianto inconsolabile, sguardo assente e apparente irraggiungibilità per qualche minuto, si parla di risvegli confusionali. Sono classificati fra le parasonnie del sonno non-REM, sono tipici dell’età prescolare, benigni e autolimitanti [7]. In quei minuti conviene non insistere, non scuotere e non tentare di «farlo ragionare»: si resta vicini e si aspetta.

Quando invece vale la pena parlarne al pediatra: se gli episodi sono molto frequenti, se avvengono di notte in modo ripetuto, e soprattutto se il bambino russa abitualmente o ha pause respiratorie nel sonno. In quel caso il problema può non essere il risveglio, ma la qualità del sonno che lo precede.

«Ho un ragazzo di 14 anni: cosa posso dargli per potenziare le difese immunitarie in vista dell’autunno-inverno?»

Partiamo dal contesto. Non è tanto il freddo a farci ammalare: è che con l’aria più fresca si sta meno all’aperto e più al chiuso, riaprono le scuole e le comunità, e i virus circolano. Che siano già in giro non è un’ipotesi: alcuni pediatri fanno il tampone ai bambini con febbre per capire quale virus sia, e il virus influenzale è già stato isolato.

Detto questo, sarò impopolare. Il mercato dei farmaci e dei parafarmaci «per non fare ammalare» è un mercato miliardario, e i benefici sono soprattutto per chi vende, più che per chi prende. I migliori ricostituenti — lo dico fino a diventare noioso — sono un numero adeguato di ore di riposo, un’alimentazione adeguata e l’attività fisica. Nessuno sciroppo miracoloso supplisce a queste carenze.

Veniamo da decenni in cui noi medici, e la colpa è anche nostra, abbiamo abituato le persone all’idea che per ogni cosa esista un rimedio. In inglese si diceva 

for every ill there is a pill: per ogni malattia una pillola. Ma se uno soffre di gastrite, è inutile che prenda l’antiulcera e continui a mangiare in modo disordinato.

Qualcosa che funziona esiste, ma va personalizzato. La vitamina D, per esempio, ha anche un’azione sul sistema immunitario — soprattutto, però, in chi ne è carente. È esattamente ciò che mostrano i dati: le meta-analisi su dati individuali indicano una riduzione modesta delle infezioni respiratorie acute con la supplementazione, con il beneficio concentrato nei soggetti con livelli bassi [8]. Dopo un’estate passata all’aperto, molti ragazzi la vitamina D se la sono già fatta da soli.

E qui il concetto che vorrei passasse più di tutti: distinguere il beneficio sperimentale dal beneficio sul singolo. Prendete il resveratrolo, la sostanza del vino rosso, che negli studi ha mostrato numerose azioni favorevoli. Peccato che le dosi usate nei modelli animali, riportate all’uomo, corrispondano a quantità di vino che nessuno può bere: le dosi degli studi su animale non si trasferiscono direttamente sulla persona. È un principio generale e vale per moltissimi «integratori dei miracoli».

Un’ultima aggiunta, che in diretta ho tralasciato e che invece è la risposta più concreta alla domanda. Se l’obiettivo è ammalarsi meno in autunno, la misura di gran lunga più efficace non è uno sciroppo: è la vaccinazione antinfluenzale. La circolare del Ministero della Salute per la stagione 2026-2027, pubblicata il 23 giugno 2026, raccomanda il vaccino a partire dai 6 mesi di vita, con offerta attiva e gratuita ai bambini fra 6 mesi e 6 anni, e indica alle Regioni l’avvio delle somministrazioni dalla quarantesima settimana, quindi dai primi giorni di ottobre [9]. Per i bambini sotto i 9 anni mai vaccinati prima servono due dosi alla prima stagione. Aggiungete il lavaggio delle mani e l’abitudine a non mandare a scuola i bambini febbrili, e avete fatto più di qualsiasi integratore.

«Ieri mio figlio, scendendo dalla moto, ha avuto un forte capogiro. Ha bevuto e gli è passato. Come si riconosce un calo di pressione?»

Con il caldo può succedere un po’ a tutti. Quando si sta accovacciati o seduti e ci si tira su di scatto, può comparire la cosiddetta ipotensione ortostatica: la pressione cala per qualche secondo prima che i meccanismi di compenso entrino in funzione. Sono fenomeni transitori, e infatti se andiamo a misurare la pressione dopo la troviamo già normale — motivo per cui misurarla a episodio concluso serve a poco.

Se è un episodio occasionale, in una giornata calda, dopo essere stati fermi, non c’è da preoccuparsi. Conta molto l’idratazione: con il caldo bisogna bere, e bere abbastanza, perché la disidratazione è uno dei fattori che favoriscono questi cali.

Aggiungo però il criterio che in diretta non ho dato e che serve per distinguere il banale dal non banale. Formalmente si parla di ipotensione ortostatica per una caduta di almeno 20 mmHg della pressione sistolica o di almeno 10 mmHg della diastolica entro tre minuti dal passaggio in posizione eretta [10]. Ci sono situazioni in cui invece un capogiro o uno svenimento va sempre approfondito, con visita ed elettrocardiogramma:

      se avviene durante uno sforzo fisico, non dopo;

      se avviene di colpo, senza alcun preavviso (niente vista annebbiata, niente sudorazione, niente nausea);

      se è accompagnato da cardiopalmo o dolore al petto;

      se in famiglia ci sono stati casi di morte improvvisa in giovane età o di malattie cardiache ereditarie.

Fuori da queste condizioni, il capogiro dopo essere stati fermi al caldo è quasi sempre quello che sembra.

«Mia nuora dice che lo svezzamento oggi è tutto diverso: liberi tutti, date quello che volete. Io da nonna sono in panico, e anche i genitori mi sembrano più spaesati di prima»

Questa domanda contiene tre temi importanti: come cambiano le cose, l’alimentazione, e i nonni. Comincio dai nonni, perché è la parte che mi interessa di più.

I nonni sono una risorsa enorme. Però, poveri nonni: noi medici una volta dicevamo una cosa, adesso ne diciamo un’altra, e fra qualche anno ne diremo un’altra ancora. Mi è capitato di aver dato una certa modalità di svezzamento a persone che allora erano genitori e che oggi sono nonni dei bambini che seguo — e nel frattempo le indicazioni sono cambiate. Per questo invito i genitori a portare in ambulatorio anche i nonni.

Cosa è cambiato, in concreto. Una volta si temeva che introdurre gli alimenti presto rendesse i bambini allergici. Quindi c’era uno scadenzario: l’uovo non prima dei nove-dodici mesi, niente agrumi, niente questo, niente quell’altro, solo pappine fino a un anno o più. Grandi studi durati decenni hanno dimostrato che era sbagliato: l’introduzione precoce e varia degli alimenti è protettiva, perché l’organismo sviluppa tolleranza.

Lo studio che ha cambiato il paradigma è il LEAP, pubblicato nel 2015: nei lattanti ad alto rischio l’introduzione precoce dell’arachide ha ridotto di circa l’80% la comparsa dell’allergia rispetto all’evitamento [11]. Negli Stati Uniti, dove l’allergia all’arachide è molto più frequente che da noi, le linee guida arrivano a consigliare l’introduzione già dal quarto mese.

Qui però va messa una precisazione importante, perché in diretta rischia di passare come un «liberi tutti» e non lo è. L’indicazione dei 4 mesi riguarda i lattanti ad alto rischio — quelli con eczema grave e/o allergia all’uovo — e prevede una valutazione preliminare prima di iniziare; per gli altri bambini la finestra è quella normale dell’alimentazione complementare [12]. E l’alimentazione complementare, secondo le indicazioni europee, non va iniziata prima delle 17 settimane né ritardata oltre le 26 [13]. Quindi non «date quello che volete quando volete», ma: introducete presto, in modo vario, senza calendari rigidi e senza esclusioni preventive, parlandone con il vostro pediatra.

E il messaggio a nonni e genitori insieme, che per me vale più di tutto il resto: non entriamo nella logica del «fai così, sbagli» e «io facevo così». Chiediamo perché. La spiegazione ve la può dare il pediatra. Una mamma una volta mi ha detto: «Vuole farmi del male facendo venire mia suocera?». No, non faccio del male a nessuno. La cosa importante è avere un’informazione chiara, mettersi uno di fronte all’altro, dire i dubbi, le perplessità, anche le contrarietà — e parlarne. Se no si creano litigi e un brutto ambiente che danneggia tutti, bambino compreso. Soprattutto lui.

«Mio figlio ha avuto un bambino a luglio. Lui e mia nuora non vogliono che lo prendiamo in braccio perché non è ancora vaccinato. Lei cosa ne pensa?»

Fra i consigli che diamo c’è quello di evitare i contatti con troppe persone nei primi mesi. Ma «troppe persone» è vago, perché ne basta una: una sola, che stia incubando qualcosa.

Ed è questo il punto che spesso sfugge. Non serve incontrare qualcuno visibilmente malato. Ci sono persone che stanno benissimo e sono portatrici di virus — vale per gli herpes virus, per il virus della sesta malattia — oppure che stanno bene perché sono in fase di incubazione, e sono già contagiose. Quindi nei primi tre mesi, e ancora di più nel primo mese, il consiglio è di far «rimenare» il bambino il meno possibile da estranei.

Poi c’è il capitolo vaccinazioni, e qui va detta una cosa che tranquillizza poco ma è onesta. Le vaccinazioni coprono alcune malattie, ma quelle che fanno più paura a noi pediatri nel neonato non sono principalmente quelle coperte dai vaccini del bambino. C’è la pertosse, che nel primo anno di vita è una malattia bruttissima: la vaccinazione della mamma in gravidanza — raccomandata a ogni gravidanza, tra la 27ª e la 36ª settimana — riduce molto il rischio nel lattante, ma non lo azzera [14]. E poi ci sono le banali virosi: quello che per noi adulti è un raffreddore, in un bambino di un mese può portare a complicazioni serie. Fra poco comincerà anche la stagione del virus respiratorio sinciziale.

Su quest’ultimo aggiungo un’informazione che ai neogenitori serve avere adesso, a fine agosto, e non a dicembre: per il VRS oggi esiste l’immunizzazione con nirsevimab, un anticorpo monoclonale, raccomandato da SIP e SIN per tutti i neonati e lattanti alla loro prima stagione epidemica, indipendentemente dal mese di nascita, con somministrazione prima della dimissione per i nati in stagione e in ottobre per i nati fra aprile e settembre. I dati italiani di efficacia sul campo hanno mostrato una riduzione intorno al 90% dei ricoveri per bronchiolite da VRS [15]. Un bambino nato a luglio rientra pienamente nella platea: parlatene con il vostro pediatra e verificate le modalità organizzative della vostra ASL, che variano da Regione a Regione.

Quindi, alla domanda: i genitori non hanno torto, e la loro prudenza va rispettata. Ma i nonni sono un’altra cosa. Salvo situazioni particolari — un bambino prematuro, un problema di salute — che i nonni tengano un po’ in braccio il nipote mi sembra il minimo sindacale. Se ci sono molti timori, si può usare la mascherina, e si lavano le mani prima. Utile anche che chi vive accanto al neonato sia vaccinato contro influenza e pertosse: è la cosiddetta strategia del bozzolo, si protegge il piccolo proteggendo chi gli sta intorno.

Discorso diverso per il conoscente occasionale o il vicino di casa che chiede di prenderlo in braccio, si china sul passeggino, bacia le manine e gli parla a un palmo dal viso. Lì si può dire di no senza sentirsi scortesi: un neonato non è un oggetto da guardare, toccare e baciare. Trovate voi l’equilibrio, in casa, fra il bisogno del bambino di stare in braccio e le paure legittime dei genitori.

«Cosa si può fare con un bambino di un anno e mezzo che non dorme di notte?»

Intanto va detto che è un problema da affrontare, non da sopportare: un bambino che non dorme crea uno squilibrio in tutta la famiglia, e la privazione di sonno prolungata fa danni al bambino e ai genitori.

Il percorso è questo. Primo: verificare che il bambino stia bene, che non ci sia qualcosa sotto. Secondo: tenere un diario del sonno per una settimana — sonno diurno e notturno, orari, risvegli, e anche cosa fa durante la giornata, come mangia, come va di corpo. Terzo: chiedere al pediatra un appuntamento dedicato, eventualmente anche senza il bambino, in presenza o come videovisita, perché serve tempo per parlare con il diario alla mano.

Le cause possibili sono tante. Può darsi che dorma troppo di giorno. Può darsi che ci siano bambini ad alto contatto, che hanno bisogno del contatto con la mamma: la mamma glielo dà, giustamente, e il bambino prende l’abitudine di addormentarsi nel lettone attaccato a lei, possibilmente al seno. Nel primo mese e nei primi mesi è giustissimo così. Ma man mano che il bambino cresce, dobbiamo aiutarlo a costruire un po’ di autonomia: dovrebbe imparare ad addormentarsi con i suoi mezzi. Gli interventi comportamentali sui disturbi dell’addormentamento e sui risvegli notturni della prima infanzia sono fra i pochi in questo campo ad avere un buon supporto di evidenze [16].

Il discorso del sonno è lungo e va personalizzato molto. Aggiungo che al Gaslini esiste un ambulatorio dedicato al bambino che non dorme, per i casi che lo richiedono; conviene farsi indicare dal proprio pediatra il percorso di accesso aggiornato.

Quello che invece non va fatto è risolvere con la pillolina o le goccine. Il meccanismo del sonno è complesso, ma affrontarlo si può.

 

Cosa cambia da ora in poi

      Da questa settimana: anticipate l’ora di andare a letto di 10-15 minuti ogni due-tre giorni, senza aspettare il primo giorno di scuola.

      Alla sera: luci basse, niente schermi nell’ultima ora, un libro. Il cellulare fuori dalla camera, per tutti.

      Al mattino: luce naturale appena svegli e tempo vero per la colazione.

      A ottobre: vaccinazione antinfluenzale per i bambini da 6 mesi a 6 anni (offerta gratuita) e per chi vive con un neonato.

      Se in casa c’è un bambino nato quest’anno: parlate con il pediatra dell’immunizzazione contro il VRS prima che inizi la stagione.

      Se un bambino non dorme: diario del sonno per una settimana, poi appuntamento dedicato. Non integratori presi da soli.

 

Rischi e limiti di quanto avete letto

Questo articolo ha valore informativo generale e non sostituisce la visita né il rapporto con il vostro pediatra: le risposte date in diretta valgono per la situazione descritta da chi ha telefonato o scritto, che io non ho potuto visitare. Ogni indicazione su farmaci, integratori, vitamine o melatonina va personalizzata sul singolo bambino. Le raccomandazioni vaccinali e le modalità organizzative dell’immunizzazione contro il VRS possono variare da Regione a Regione e vengono aggiornate ogni stagione: verificate sempre le indicazioni in vigore con il vostro pediatra o con la ASL.

 

Note e riferimenti

[1] Paruthi S. et al., «Recommended Amount of Sleep for Pediatric Populations: A Consensus Statement of the American Academy of Sleep Medicine», Journal of Clinical Sleep Medicine, 2016;12(6):785-786. Raccomandazioni condivise dall’American Academy of Pediatrics.

[2] World Health Organization, «WHO Guidelines on Physical Activity and Sedentary Behaviour», 2020 — fascia 5-17 anni.

[3] Hale L., Guan S., «Screen time and sleep among school-aged children and adolescents: a systematic literature review», Sleep Medicine Reviews, 2015;21:50-58. Si veda anche American Academy of Pediatrics, «Media Use in School-Aged Children and Adolescents», Pediatrics, 2016. Nota: si tratta in prevalenza di studi osservazionali, che documentano un’associazione robusta e coerente più che un nesso causale dimostrato.

[4] Programma nazionale Nati per Leggere, promosso da Associazione Culturale Pediatri (ACP), Associazione Italiana Biblioteche (AIB) e Centro per la Salute del Bambino (CSB), attivo dal 1999. Sul ruolo della promozione della lettura in ambulatorio: American Academy of Pediatrics, «Literacy Promotion: An Essential Component of Primary Care Pediatric Practice», Pediatrics, 2014.

[5] Adolphus K., Lawton C.L., Dye L., «The effects of breakfast on behavior and academic performance in children and adolescents», Frontiers in Human Neuroscience, 2013;7:425. Evidenza in prevalenza osservazionale.

[6] Lelak K. et al., «Pediatric Melatonin Ingestions — United States, 2012-2021», MMWR Morbidity and Mortality Weekly Report, CDC, 2022;71(22):725-729. Dato statunitense, non direttamente trasferibile al contesto italiano, dove la diffusione del prodotto è diversa. Sull’inquadramento normativo italiano (integratore fino a 1 mg, medicinale oltre): il claim autorizzato in ambito europeo per 1 mg di melatonina riguarda la riduzione del tempo necessario ad addormentarsi. Verificare con il proprio medico la formulazione e il dosaggio.

[7] American Academy of Sleep Medicine, «International Classification of Sleep Disorders», 3ª edizione — parasonnie del sonno non-REM, risvegli confusionali.

[8] Martineau A.R. et al., «Vitamin D supplementation to prevent acute respiratory tract infections: systematic review and meta-analysis of individual participant data», BMJ, 2017;356:i6583; aggiornamento: Jolliffe D.A. et al., The Lancet Diabetes & Endocrinology, 2021;9(5):276-292. Effetto protettivo complessivo modesto, più marcato nei soggetti con livelli bassi di vitamina D.

[9] Ministero della Salute, Circolare «Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2026-2027», pubblicata il 23 giugno 2026, predisposta con l’Istituto Superiore di Sanità e le Regioni, sentito il Consiglio Superiore di Sanità.

[10] Definizione di consenso internazionale di ipotensione ortostatica: riduzione di almeno 20 mmHg della pressione sistolica o di almeno 10 mmHg della diastolica entro tre minuti dall’assunzione della posizione eretta. I criteri di allarme per la sincope in età pediatrica e adolescenziale (sincope da sforzo, assenza di prodromi, cardiopalmo, familiarità per morte improvvisa giovanile) sono quelli condivisi dalle linee guida cardiologiche sulla sincope.

[11] Du Toit G. et al., «Randomized Trial of Peanut Consumption in Infants at Risk for Peanut Allergy» (studio LEAP), New England Journal of Medicine, 2015;372:803-813. Si veda anche Perkin M.R. et al. (studio EAT), New England Journal of Medicine, 2016;374:1733-1743.

[12] National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), «Addendum Guidelines for the Prevention of Peanut Allergy in the United States», 2017: introduzione dell’arachide fra i 4 e i 6 mesi nei lattanti ad alto rischio (eczema grave e/o allergia all’uovo), previa valutazione specialistica. Documento statunitense: le indicazioni operative italiane vanno concordate con il proprio pediatra.

[13] ESPGHAN, «Complementary Feeding: A Position Paper by the ESPGHAN Committee on Nutrition», Journal of Pediatric Gastroenterology and Nutrition, 2017 — alimentazione complementare da non introdurre prima delle 17 settimane né oltre le 26 settimane compiute.

[14] Ministero della Salute, Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale — vaccinazione dTpa raccomandata in ogni gravidanza, preferibilmente tra la 27ª e la 36ª settimana. Gli studi di efficacia sul campo documentano una riduzione consistente ma non totale della pertosse nel lattante nei primi mesi di vita.

[15] Società Italiana di Pediatria e Società Italiana di Neonatologia, raccomandazioni unificate per la prevenzione dell’infezione da Virus Respiratorio Sinciziale con nirsevimab (documento pubblicato per la stagione 2025-2026; verificare l’aggiornamento per la stagione 2026-2027 e le delibere regionali). Dato italiano di efficacia sul campo: studio multicentrico coordinato dall’AOU Meyer IRCCS di Firenze, pubblicato su Journal of Infection, riduzione di circa il 90% delle ospedalizzazioni per bronchiolite da VRS nella stagione 2024-2025.

[16] Mindell J.A. et al., «Behavioral treatment of bedtime problems and night wakings in infants and young children», Sleep, 2006;29(10):1263-1276 — revisione delle evidenze sugli interventi comportamentali in età pediatrica.

Il video integrale della puntata è disponibile sul sito di Primocanale.




mercoledì 26 agosto 2026

«Nella classe di mio figlio il 75% ha una diagnosi di DSA» (dislessia e....)

 «Nella classe di mio figlio il 75% ha una diagnosi di DSA»(dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia)

Disturbi Specifici dell'Apprendimento: perché sbagliare per eccesso fa male quanto sbagliare per difetto

Riassunto

DSA (Disturbi Specifici dell'Apprendimento) sono quattro condizioni del neurosviluppo riconosciute dalla Legge 170/2010: dislessia (difficoltà nella lettura, prevalenza stimata in Italia 3,1–3,5%), disortografia (errori ortografici persistenti), disgrafia(difficoltà nel gesto grafico) e discalculia (difficoltà nel calcolo, prevalenza stimata 2,5–3,5%). Non dipendono dall'intelligenza né dall'impegno: sono disturbi neurobiologici, spesso associati tra loro — la prevalenza dell'insieme dei DSA, considerando anche le comorbidità, è stimata intorno al 5–6% della popolazione scolastica (tabella di dettaglio più avanti nell'articolo).

In Italia gli alunni con certificazione DSA sono passati dallo 0,9% (a.s. 2010/2011) al 6,0% (a.s. 2022/2023) — ultimo dato ufficiale del MIM (Ministero dell'Istruzione e del Merito), gennaio 2025. La crescita è costante, non esplosiva (~0,5 punti percentuali all'anno dall'entrata in vigore della Legge 170/2010) ed è coerente con le stime epidemiologiche attese: il ISS (Istituto Superiore di Sanità), nella sua Linea Guida del 2022, riporta una prevalenza del 3,5% per il solo disturbo di lettura in quarta primaria, e altri studi stimano fino al 6% per l'insieme dei DSA. Il dato nazionale aggregato, quindi, non è di per sé anomalo. Sono anomali il divario geografico (Nord-Ovest 7,9% vs Sud 2,8%) e il fatto che le diagnosi si concentrino alle medie e alle superiori anziché alla primaria, dove il disturbo dovrebbe già essere evidente.

IL DANNO DELLA NON DIAGNOSI (il problema quantitativamente maggiore)

Nello studio citato dalla Linea Guida dell'ISS (Istituto Superiore di Sanità) del 2022, a fronte di una prevalenza rilevata del 3,5% per il disturbo di lettura, solo l'1,3% dei bambini esaminati aveva già ricevuto una diagnosi: circa due bambini su tre con un DSA (Disturbo Specifico dell'Apprendimento) reale non vengono riconosciuti. Le conseguenze documentate in letteratura sono: il bambino viene descritto come svogliato o pigro invece che aiutato; sviluppa una spiegazione interna del proprio fallimento («sono stupido»); compaiono ansia da prestazione e somatizzazioni; in adolescenza il quadro può evolvere in sintomatologia ansioso-depressiva, isolamento sociale e abbandono scolastico. Il gradiente Nord-Sud nelle certificazioni (7,9% vs 2,8%) è, con ogni probabilità, in larga parte sottodiagnosi meridionale, non differenza di prevalenza biologica.

 

IL DANNO DELLA DIAGNOSI IN ECCESSO (meno frequente, non per questo neutro)

Michele Zappella (Bambini con l'etichetta, Feltrinelli 2021) descrive una «epidemia diagnostica» fatta di ritardi di lettura scambiati per dislessia — posizione autorevole ma non condivisa da tutta la comunità scientifica. Un dato di popolazione dà però corpo alla cautela: nella coorte finlandese di 388.650 bambini, i nati a dicembre (i più piccoli della classe) avevano un rischio di diagnosi 1,77 volte superiore ai nati a gennaio (intervallo di confidenza al 95%: 1,50–2,11), indipendente dall'ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) — l'«effetto età relativa». Sul piano degli esiti, uno studio americano su 11.740 adolescenti (Shifrer, 2013) mostra che, a parità di rendimento e comportamento, i ragazzi etichettati ricevono aspettative più basse da insegnanti e genitori, e che questo abbassa anche le aspettative che i ragazzi hanno su sé stessi: è la profezia che si autoavvera. Una diagnosi non necessaria, quindi, non è un errore innocuo — ha un costo psicologico reale.

 

LA SINTESI

I due rischi sono simmetrici e convivono nello stesso sistema, come sottolineano gli stessi autori dello studio finlandese: quando si diagnostica troppo i più piccoli della classe, si rischia di non diagnosticare abbastanza i più grandi che ne avrebbero davvero bisogno. Il compito clinico non è scegliere tra «diagnosticare di più» o «diagnosticare di meno», ma diagnosticare meglio: rispettando i tempi minimi, escludendo le cause alternative (vista, udito, età relativa, ansia), ed effettuando sempre il potenziamento didattico prima dell'invio diagnostico.

 

Una telefonata che mi ha fatto pensare

Qualche settimana fa una mamma mi ha detto, tra il divertito e lo sconcertato: «Dottore, nella classe di mio figlio il 75% dei bambini ha una diagnosi di DSA — Disturbo Specifico dell'Apprendimento. A questo punto tanto vale segnalare quelli che non ce l'hanno.»

Premetto subito una cosa, perché è importante: quel 75% è una percezione riferita, non un dato verificato. Non l'ho misurato, non l'ha misurato lei. Nessuno di noi due ha visto le certificazioni di quella classe. È esattamente il tipo di numero che circola nelle chat dei genitori e che, ripetuto abbastanza volte, diventa «verità».

Però la telefonata mi ha spinto a fare una cosa che come pediatra faccio spesso: andare a vedere i numeri veri. E quello che ho trovato è più interessante — e più sfumato — del racconto allarmato.

Che cosa dicono davvero i numeri

Disturbi Specifici dell'Apprendimento (DSA) sono quattro condizioni del neurosviluppo riconosciute dalla Legge 170/2010: la dislessia (difficoltà nella lettura), la disortografia (errori ortografici), la disgrafia (difficoltà nel gesto grafico) e la discalculia (difficoltà nel calcolo). Spesso si presentano insieme, perché condividono in parte le stesse basi biologiche.

Ecco che cosa sono, nel dettaglio, e quanto sono diffusi secondo le stime epidemiologiche italiane (distinte dai dati sulle certificazioni, che vediamo subito dopo):

Disturbo

Che cos'è

Prevalenza media stimata (Italia)

Dislessia

Difficoltà specifica nella lettura (velocità e/o correttezza), a fronte di intelligenza e istruzione adeguate

3,1 – 3,5%

Disortografia

Difficoltà nei processi linguistici di transcodifica: errori ortografici persistenti nella scrittura

Nessuna stima isolata consolidata — spesso in comorbidità con la dislessia (fino al 74% dei dislessici)

Disgrafia

Difficoltà nel gesto grafico: scrittura a mano lenta, faticosa o poco leggibile (aspetto esecutivo, non ortografico)

Nessuna stima isolata consolidata — comorbidità con la dislessia fino al 76%

Discalculia

Difficoltà negli automatismi del calcolo e nell'elaborazione dei numeri

2,5 – 3,5% (range internazionale più ampio: 1–8%)

DSA nel complesso

Uno o più dei quattro disturbi, anche in comorbidità tra loro

5 – 6% della popolazione scolastica

 

Due precisazioni. Per dislessia e discalculia esistono studi italiani con campioni consistenti che convergono su un intervallo stretto (fonti: Linea Guida dell'ISS 2022; Barbiero et al. 2012; SINPIA — Società Italiana di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza). Per disortografia e disgrafia, invece, non esiste in letteratura una stima di prevalenza isolata italiana altrettanto solida: si presentano quasi sempre insieme alla dislessia, il che rende difficile isolarne il peso specifico. Inoltre i quattro disturbi si sovrappongono spesso — circa il 40% dei bambini con discalculia ha anche dislessia — per cui sommare le percentuali delle singole righe sovrastimerebbe il totale: la cifra di riferimento resta quella complessiva (5-6%), non la somma dei sottotipi.

 

Passiamo ora ai dati sulle certificazioni, cioè quante diagnosi sono state effettivamente rilasciate — un numero diverso dalla prevalenza attesa, e il confronto tra i due è il cuore di questo articolo.

Ecco i dati ufficiali più recenti disponibili, riferiti all'anno scolastico 2022/2023 (Fonte: MIM — Ministero dell'Istruzione e del Merito, Ufficio di Statistica, pubblicazione gennaio 2025; dati aggiornati a luglio 2024):

Ordine di scuola

Alunni con DSA

% sul totale

Primaria (solo III, IV, V)

49.418

3,2%

Secondaria di I grado

112.210

6,7%

Secondaria di II grado

192.941

dato % non riportato nelle fonti consultate

TOTALE

~354.500

6,0%

 

E questa è la serie storica:

Anno scolastico

% alunni con DSA

2010/2011

0,9%

2022/2023

6,0%

 

Sembra un'esplosione. Ma va letta con attenzione: la Legge 170 è del 2010. Prima di quella data i DSA esistevano esattamente come oggi, semplicemente non venivano certificati perché non c'era lo strumento normativo per farlo. L'AID (Associazione Italiana Dislessia) calcola che l'incremento sia stato di circa mezzo punto percentuale all'anno: una crescita lineare, non una curva epidemica.

Il confronto decisivo è un altro: quanti DSA ci aspetteremmo?

La Linea Guida sulla gestione dei DSA dell'ISS (Istituto Superiore di Sanità), pubblicata nel 2022, riporta uno studio italiano su bambini di quarta primaria distribuiti nelle diverse aree del Paese: la prevalenza del disturbo specifico di lettura è risultata del 3,5% (intervallo di confidenza al 95%: 3,2–3,9%; questo intervallo indica il range entro cui, con il 95% di probabilità statistica, cade il valore reale nella popolazione). Altri studi italiani stimano la dislessia isolata intorno al 3,1–3,2% e l'insieme dei DSA fino al 6%.

Tradotto: il 6% nazionale di certificazioni è compatibile con la prevalenza attesa. Non siamo davanti a un'epidemia di diagnosi. Il che non significa che tutto vada bene, perché il dato aggregato nasconde due anomalie serie.

Anomalia n. 1: la geografia

Area

% alunni con DSA

Nord-Ovest

7,9%

Nord-Est

6,7%

Centro

6,1%

Sud

2,8%

 

I DSA hanno basi neurobiologiche. Non esiste alcuna ragione biologica per cui un bambino di Genova debba avere quasi tre volte la probabilità di essere dislessico di un bambino di Catanzaro. Questo divario non misura la malattia: misura il sistema sanitario. Al Sud molti bambini con DSA reale restano senza diagnosi e senza tutele. (Per la Liguria, un dato più datato — a.s. 2017/2018 — indicava il 5,1%, tra i valori più alti d'Italia insieme alla Valle d'Aosta.)

Anomalia n. 2: il momento in cui arriva la diagnosi

Il DSA (Disturbo Specifico dell'Apprendimento) è un disturbo del neurosviluppo: c'è dalla nascita, si manifesta quando il bambino incontra la lettura e la scrittura. Dovremmo quindi trovarne la stragrande maggioranza già alla scuola primaria.

Invece: 3,2% alla primaria, 6,7% alle medie, ancora di più alle superiori. Due letture, entrambe plausibili e non alternative:

1.     Diagnosi tardive — il disturbo c'era da anni, nessuno l'ha visto, e il bambino ha passato le elementari a sentirsi dire che non si impegna.

2.     Certificazioni «di scopo» — richieste in prossimità di scrutini ed esami, quando la posta in gioco scolastica si alza.

Il Ministero stesso, nei suoi commenti, ipotizza entrambi i meccanismi. Nessuno dei due è una buona notizia.

Il primo errore, e il più grave: non diagnosticare

Prima di parlare di diagnosi in eccesso, voglio essere netto su una cosa, perché è la più importante di tutto l'articolo.

Il danno maggiore, oggi, in Italia, è ancora quello della diagnosi mancata o tardiva.

Lo studio citato dalla Linea Guida dell'ISS (Istituto Superiore di Sanità) del 2022 è impietoso: a fronte di una prevalenza rilevata del 3,5%, solo l'1,3% dei bambini esaminati aveva già ricevuto una diagnosi. Significa che circa due bambini su tre con un disturbo di lettura reale non erano stati riconosciuti.

Che cosa succede a quei bambini? Nella mia esperienza clinica, e in accordo con quanto descritto in letteratura, succede questo:

     Vengono descritti come svogliati, pigri, distratti, «intelligenti ma non si applica».

     Si costruiscono una spiegazione interna del proprio fallimento: non ci arrivo, sono stupido.

     Compaiono ansia da prestazione, somatizzazioni (mal di pancia la mattina, mal di testa), rifiuto della scuola.

     In adolescenza il quadro può evolvere in sintomatologia ansioso-depressiva, isolamento sociale, abbandono scolastico.

Una diagnosi tempestiva ribalta la narrazione: non «sei pigro» ma «il tuo cervello elabora il testo scritto in modo diverso, e ci sono strumenti per questo». È una delle poche cose in medicina che restituisce dignità a costo quasi zero. La Linea Guida dell'ISS è esplicita: identificazione precoce e intervento tempestivo sono un fattore prognostico positivo sul piano scolastico, sociale e psicologico.

Se avete un dubbio su vostro figlio, non aspettate. Questo articolo non è un invito a non diagnosticare. È un invito a diagnosticare bene.

Il secondo errore: la diagnosi in più

Detto questo, esiste un rischio speculare, ed è quello di cui parla il libro da cui è nata questa riflessione.

Michele Zappella, tra i più autorevoli neuropsichiatri infantili italiani — lo stesso che negli anni Sessanta e Settanta si batté per l'abolizione delle classi differenziali — ha pubblicato nel 2021 per Feltrinelli «Bambini con l'etichetta. Dislessici, autistici, iperattivi: cattive diagnosi ed esclusione».

La sua tesi, in sintesi: sta prendendo piede una nuova forma di emarginazione, basata su diagnosi erronee trasformate in etichette di «diversità» irrecuperabile. Zappella descrive i meccanismi confusivi che vede nella pratica: ritardi di lettura scambiati per dislessia, quadri di ansia, depressione, mutismo selettivo o semplice immaturità etichettati come disturbi del neurosviluppo. E si chiede — domanda scomoda ma legittima — come possano condizioni a forte base genetica aver conosciuto un'impennata così rapida in così pochi anni.

Va detto con onestà: Zappella è una voce autorevole ma non unanimemente condivisa. L'AID (Associazione Italiana Dislessia) e gran parte della comunità scientifica italiana leggono l'aumento delle certificazioni come l'effetto atteso e desiderato della Legge 170, non come una bolla. Sono due letture diverse degli stessi numeri, ed entrambe meritano ascolto.

Un indizio empirico che dà ragione alla cautela

C'è però un dato che merita attenzione, perché non è un'opinione ma una misurazione su popolazione.

Uno studio finlandese su 388.650 bambini nati tra il 1996 e il 2002 ha esaminato tutte le diagnosi di disturbo specifico dell'apprendimento poste entro i 10 anni (3.162 casi). Risultato: i bambini nati a dicembre — cioè i più piccoli della classe, in un sistema con taglio al 31 dicembre — avevano una probabilità di ricevere la diagnosi circa 1,8 volte superiore rispetto ai nati a gennaio (rapporto tra tassi di incidenza, o IRR: 1,77; intervallo di confidenza al 95%: 1,50–2,11). L'effetto era presente sia nelle femmine (2,01) sia nei maschi (1,70), e non era spiegato dalla presenza di ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività).

È il cosiddetto «effetto età relativa», già ampiamente documentato per l'ADHD (rischio da 1,2 a 2,0 volte maggiore nei più piccoli della classe, secondo le revisioni sistematiche disponibili).

IL PUNTO

Una parte delle diagnosi non sta misurando un disturbo: sta misurando undici mesi di differenza di età. Un bambino nato a dicembre confrontato con i compagni nati a gennaio sembra immaturo, disattento, lento. Perché lo è — anagraficamente. Gli autori dello studio finlandese aggiungono un'osservazione che vale la pena riportare: quando si diagnostica troppo i più piccoli della classe, si rischia contemporaneamente di non diagnosticare i più grandi che ne avrebbero davvero bisogno. Sovradiagnosi e sottodiagnosi non sono nemiche: convivono nello stesso sistema.

La profezia che si autoavvera

Arriviamo al punto che mi sta più a cuore come pediatra: che cosa fa un'etichetta sbagliata al bambino che la porta?

Qui non siamo nel campo delle impressioni. Uno studio americano su circa 11.740 adolescenti (Shifrer, Journal of Health and Social Behavior, 2013) ha confrontato ragazzi con un'etichetta di disturbo dell'apprendimento e ragazzi con lo stesso identico rendimento e lo stesso identico comportamento ma senza etichetta.

Risultato: insegnanti e genitori avevano aspettative scolastiche significativamente più basse per i ragazzi etichettati. E — questo è il punto — le aspettative che i ragazzi avevano su sé stessi erano più basse, e questo abbassamento era in parte spiegato proprio dalle minori aspettative degli adulti attorno a loro.

Il meccanismo è quello che in psicologia si chiama profezia che si autoavvera: l'adulto si aspetta meno → chiede meno → il ragazzo riceve meno stimoli e meno fiducia → rende meno → l'aspettativa iniziale risulta «confermata». Il cerchio si chiude.

Nella letteratura sull'ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) è stato osservato qualcosa di analogo: l'attribuzione precoce di un'etichetta diagnostica può accompagnarsi a una maggiore persistenza dei sintomi nel tempo, verosimilmente perché cambia il modo in cui adulti e coetanei si comportano con il bambino. Il dato è discusso e non consente conclusioni di causalità, ma è coerente con quanto sopra.

Attenzione a non fraintendere: non sto dicendo che la diagnosi fa male. Sto dicendo che una diagnosi non necessariacomporta un costo reale, non nullo, e che quel costo va messo sull'altro piatto della bilancia quando si decide.

Quello che ho visto in ambulatorio in trent'anni è che l'etichetta può funzionare in due modi opposti:

     «Ho la dislessia, quindi so perché faccio fatica e so come lavorarci» → la diagnosi è una chiave.

     «Ho la dislessia, quindi non sono capace» → la diagnosi è un tetto.

La differenza non sta nella diagnosi. Sta in come viene raccontata al bambino dagli adulti — e questo dipende da noi: pediatri, insegnanti, genitori.

«Voglio anche io la diagnosi»: il fenomeno di cui si parla poco

Da qualche anno raccolgo, e sento raccontare dai colleghi, segnalazioni di ragazzi delle medie e delle superiori che chiedono esplicitamente la diagnosi — non perché soffrano, ma perché hanno visto che il compagno certificato usa la calcolatrice alla verifica, ha più tempo, può usare le mappe, non viene interrogato a sorpresa.

Sono segnalazioni aneddotiche: non esistono, a mia conoscenza, dati italiani pubblicati che ne quantifichino la portata, e non voglio dare a un'impressione clinica lo statuto di un numero. Ma il fenomeno merita di essere nominato, per due ragioni.

Primo: è comprensibile. Un ragazzo in difficoltà che vede uno strumento che aiuta, lo vuole. Non c'è nulla di moralmente riprovevole in questo.

Secondo, ed è il punto: riguarda anche gli adulti. In un sistema scolastico percepito come troppo esigente, la certificazione può diventare l'unica strada disponibile per ottenere una didattica più flessibile. Se l'unico modo per avere una scuola che si adatta al ragazzo è dichiararlo disturbato, il problema non sono le famiglie: è il sistema che le costringe a quella scelta.

UN EQUIVOCO DA CHIARIRE

Strumenti compensativi e misure dispensative non sono uno sconto. Non riducono i contenuti né gli obiettivi di apprendimento: rimuovono un ostacolo che non c'entra con la competenza da valutare — come gli occhiali per chi è miope. Chiedere una diagnosi per «avere meno compiti» nasce da un fraintendimento di che cosa la diagnosi produce.

Come si riconosce una diagnosi fatta bene

Questa è la parte pratica. Se vi viene proposta una valutazione per vostro figlio, questi sono i criteri di riferimento (Linea Guida dell'ISS — Istituto Superiore di Sanità — 2022; Raccomandazioni cliniche del PARCC — Panel di Aggiornamento e Revisione della Consensus Conference sui DSA — 2011; Legge 170/2010):

3.     I tempi. La diagnosi di dislessia e disortografia non può essere formulata prima della fine della seconda primaria; quella di disgrafia, discalculia e disturbo di comprensione del testo non prima della fine della terza. Prima di quel momento si parla di indicatori di rischio, non di diagnosi. Una diagnosi anticipata aumenta in modo significativo i falsi positivi.

4.     Il potenziamento viene prima. Le linee guida prevedono che, di fronte a difficoltà, la scuola attivi un percorso di potenziamento didattico mirato prima dell'invio diagnostico. Se il bambino recupera, non era un DSA. Saltare questo passaggio è la scorciatoia che produce diagnosi improprie.

5.     I numeri devono esserci. La relazione deve riportare i punteggi grezzi ottenuti nelle prove standardizzate e la loro significatività statistica, non solo conclusioni discorsive. Il criterio è una prestazione pari o inferiore a –2 deviazioni standard (una misura di quanto un punteggio si discosta dalla media della classe: –2 DS corrisponde, all'incirca, al di sotto del 5° percentile, cioè peggio del 95% dei coetanei) rispetto alla norma per classe frequentata.

6.     La diagnosi differenziale è obbligatoria. Vanno escluse cause alternative: deficit visivi e uditivi (un bambino che non vede la lavagna non è dislessico), disabilità intellettiva, condizioni ambientali sfavorevoli, scolarizzazione inadeguata, e — non ultimi — ansia, depressione, disturbi del sonno.

7.     L'età anagrafica va pesata. Se vostro figlio è nato a novembre o dicembre ed è il più piccolo della classe, ditelo a chi lo valuta. Non è un dettaglio burocratico: è il fattore di confondimento meglio documentato di tutti.

8.     Il bilinguismo richiede cautela. Per i bambini alfabetizzati in italiano come seconda lingua, le indicazioni raccomandano di non porre l'inquadramento diagnostico prima di almeno due anni di regolare scolarizzazione in italiano (alcune indicazioni regionali suggeriscono tre).

9.     Chi la fa. La valutazione è multiprofessionale (neuropsichiatra infantile, psicologo, logopedista) e la certificazione, per valere a scuola, deve provenire dal Servizio Sanitario Nazionale o da un ente/professionista accreditato secondo le norme regionali.

Se una valutazione arriva in un'unica seduta, senza test standardizzati riportati, senza esame della vista e dell'udito, senza aver atteso i tempi minimi — avete tutto il diritto di chiedere un secondo parere. Al vostro pediatra, prima di tutto.

Rischi e limiti

Onestà intellettuale su ciò che questo articolo non dimostra:

     Il 75% della classe è un dato non verificato. Non l'ho confermato e non lo uso come prova di nulla. È lo spunto, non l'argomento.

     Non esiste, a oggi, uno studio italiano che quantifichi la sovradiagnosi di DSA. Ci sono indizi indiretti (divari geografici, salto primaria/secondaria, effetto età relativa) e voci cliniche autorevoli come quella di Zappella, ma non un numero. Chi vi dice «il X% delle diagnosi è sbagliato» sta inventando.

     I dati ministeriali più recenti sono fermi all'a.s. 2022/2023. Non conosciamo la situazione attuale.

     Lo studio sull'effetto età relativa è finlandese. Il sistema scolastico e diagnostico italiano è diverso; la trasferibilità è plausibile ma non dimostrata.

     Lo studio sulle aspettative è americano, con un sistema di special education diverso dal nostro. Il meccanismo psicologico è generale, l'entità dell'effetto in Italia non è nota.

     Il rischio opposto è reale e probabilmente prevalente. Se questo articolo dovesse indurre anche un solo genitore a rinviare una valutazione necessaria, avrei fatto un danno maggiore di quello che volevo prevenire.

Cosa cambia da ora in poi?

Per i genitori

Se la scuola vi segnala una difficoltà, prendetela sul serio e muovetevi: il tempo perso non si recupera. Ma pretendete un percorso fatto bene — potenziamento prima, test dopo, esame di vista e udito sempre, tempi rispettati. E se vostro figlio riceve una diagnosi, il modo in cui gliela raccontate conta quanto la diagnosi stessa. Non «hai un disturbo», ma «abbiamo capito come funzioni e adesso sappiamo come aiutarti».

Per gli insegnanti

Prima di segnalare, guardate la data di nascita. Un bambino nato a dicembre in prima elementare ha quasi un anno in meno del compagno nato a gennaio: è tantissimo, a quell'età. E ricordate il dato di Shifrer: la vostra aspettativa non è un pensiero privato, è un intervento che agisce sul ragazzo.

Per noi pediatri

Siamo spesso il primo filtro, quello che la famiglia consulta prima della neuropsichiatria infantile. Il nostro compito è duplice e non contraddittorio: non far perdere tempo a chi ha un DSA reale, e non avallare percorsi diagnostici affrettati per chi ha semplicemente bisogno di crescere, di dormire meglio, di un paio di occhiali o di meno ansia addosso. Esame della vista e dell'udito prima di ogni invio: è banale, ed è la cosa più spesso saltata.

Il bambino non è la sua diagnosi. Ma il bambino con una diagnosi mancata non è nemmeno «quello che non si impegna». Il nostro mestiere è tenere insieme le due cose.

Box tecnico per i colleghi

Criteri operativi essenziali — Linea Guida dell'ISS (Istituto Superiore di Sanità), 2022, pubblicata nell'ambito del SNLG (Sistema Nazionale Linee Guida); Raccomandazioni del PARCC (Panel di Aggiornamento e Revisione della Consensus Conference sui DSA), 2011; Legge 170/2010.

Elemento

Indicazione

Età minima diagnosi

Dislessia/disortografia: fine II primaria. Disgrafia, discalculia, disturbo comprensione testo: fine III primaria

Criterio quantitativo

Prestazione ≤ –2 DS (deviazioni standard; ≈ < 5° percentile) rispetto alla norma per classe, in prove standardizzate

Prerequisito

Documentato ciclo di potenziamento didattico mirato inefficace (indicativamente ≥ 6 mesi in alcune linee guida regionali)

Diagnosi differenziale

Deficit visivi/uditivi, disabilità intellettiva, disturbi d'ansia/umore, disturbi del sonno, disturbo del linguaggio, ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), scolarizzazione inadeguata, svantaggio socioculturale

Bilinguismo

Non prima di ≥ 2 anni di regolare scolarizzazione in italiano; per la disortografia attendere il termine della primaria

Confondente sistematico

Effetto età relativa (IRR ~1,8 dicembre vs gennaio, coorte finlandese; IRR = rapporto tra tassi di incidenza)

Refertazione

Obbligo di riportare punteggi grezzi e significatività statistica

 

Ruolo del PLS (Pediatra di Libera Scelta). Attivazione del percorso su comunicazione scritta della scuola; screening sensoriale (visus, audiometria) preliminare obbligatorio; valutazione del sonno e del quadro emotivo; verifica dell'età relativa; counselling alla famiglia sulla differenza tra indicatore di rischio e diagnosi.

Bibliografia essenziale

Fonti verificate, linkabili, scientifiche e divulgative — elencate in ordine di comparsa nell'articolo.

 

     Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM) — I principali dati relativi agli alunni con DSA, aa.ss. 2021/22–2022/23  —  Fonte primaria dei dati ministeriali citati nell'articolo (percentuali, serie storica, distribuzione territoriale). Pubblicazione gennaio 2025.

     Istituto Superiore di Sanità (ISS) — Linea Guida sulla gestione dei Disturbi Specifici dell'Apprendimento (DSA), 2022 —  Linea guida nazionale di riferimento: criteri diagnostici, tempi minimi, prevalenza attesa (3,5%).

     Legge 8 ottobre 2010, n. 170 — Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico  —  Testo di legge integrale su Normattiva (portale ufficiale della normativa italiana).

     PARCC (Panel di Aggiornamento e Revisione della Consensus Conference sui DSA) — Raccomandazioni cliniche sui DSA, 2011  —  Documento d'intesa citato per i criteri operativi (potenziamento preliminare, diagnosi differenziale, tempi).

     Associazione Italiana Dislessia (AID) — Studenti con DSA: in aumento diagnosi o negazionisti?  —  Analisi divulgativa dell'AID sui dati MIM, posizione a favore della lettura «aumento fisiologico» (marzo 2025).

     Zappella M. — Bambini con l'etichetta. Dislessici, autistici, iperattivi: cattive diagnosi ed esclusione  —  Il libro da cui nasce la riflessione sulla sovradiagnosi. Feltrinelli, 2021 (scheda editoriale).

     Arrhenius B. et al. — Relative age and specific learning disorder diagnoses: a Finnish population-based cohort study —  Studio scientifico originale (open access, PubMed Central) sull'effetto età relativa: 388.650 bambini, IRR 1,77.

     ScienceDaily — Youngest children in class more likely to be diagnosed with learning disability  —  Sintesi divulgativa in inglese dello studio del gruppo di Turku sull'effetto età relativa.

     Shifrer D. — Stigma of a Label: Educational Expectations for High School Students Labeled with Learning Disabilities —  Studio scientifico originale (scheda PubMed) su ~11.740 adolescenti; base della sezione sulla profezia che si autoavvera.

     Il Fatto Quotidiano — Gli alunni con disturbi dell'apprendimento sono il 6%: esperti divisi sui criteri per le diagnosi  —  Articolo divulgativo (aprile 2025) sugli stessi dati ministeriali, con posizioni a confronto.

     Erickson — Diagnosi DSA: tempistiche e approcci consapevoli  —  Approfondimento divulgativo sui tempi minimi per la diagnosi (fine II/III primaria), utile per i genitori.

 

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