martedì 28 aprile 2026

Depressione post partum: importanza di conoscere e aiutare subito

 Depressione post-partum: guardare negli occhi mamme e papà: importanza di conoscere e aiutare subito

🎥 Nel filmato è disponibile la mia intervista di questa mattina a Primocanale, in diretta, dedicata alla depressione post-partum. Siamo partiti da un fatto di cronaca tragico: non per commentare il caso specifico, ma per parlare di un problema frequente, spesso nascosto e curabile se riconosciuto in tempo.

Messaggio chiave: la depressione post-partum non è debolezza, non è colpa, non è incapacità di amare il proprio bambino. È una condizione di sofferenza psicologica che può riguardare le madri, ma anche i padri, e che merita ascolto, rispetto e cura.

1. Baby blues e depressione post-partum: non sono la stessa cosa

Dopo la nascita di un bambino molte donne hanno qualche giorno di malinconia, pianto facile, irritabilità, ansia o stanchezza emotiva. Questo si chiama baby blues. È molto comune, compare nei primi giorni dopo il parto, raggiunge spesso il picco intorno al terzo-quarto giorno e in genere passa entro 10-15 giorni.

La depressione post-partum è diversa: i sintomi durano di più, sono più intensi, possono comparire anche settimane o mesi dopo il parto e interferiscono con la vita quotidiana, con il sonno, con la relazione con il bambino e con la capacità di chiedere aiuto.

Aspetto

Baby blues

Depressione post-partum

Quando compare

Di solito nei primi giorni dopo il parto.

Può comparire nelle settimane o nei mesi successivi; il periodo perinatale comprende fino a 12 mesi dopo il parto.

Quanto dura

In genere pochi giorni, di solito entro 10-15 giorni.

Settimane o mesi, se non riconosciuta e trattata.

Intensità

Malinconia, pianto facile, irritabilità, ma con andamento transitorio.

Tristezza persistente, ansia importante, senso di colpa, isolamento, perdita di interesse.

Cosa fare

Supporto, riposo, aiuto pratico, osservazione.

Parlarne con medico, ostetrica, consultorio, pediatra, psicologo o psichiatra.

2. Quanto è frequente?

Le stime cambiano a seconda degli studi, degli strumenti di screening e del momento in cui vengono fatte le valutazioni. In modo prudente, possiamo dire che una depressione post-partum clinicamente significativa riguarda circa una donna su dieci. Le percentuali aumentano se si considerano anche forme lievi o sintomi ansioso-depressivi rilevati con questionari di screening.

In Italia, dati ISS e studi pubblicati indicano una quota non trascurabile di donne a rischio depressivo nel periodo perinatale. Il punto più importante non è fissarsi su un numero unico, ma sapere che il fenomeno è frequente, spesso sommerso e merita attenzione sistematica.

Anche i papà possono stare male. La letteratura internazionale indica che la depressione paterna nel periodo prenatale e postnatale può interessare circa il 10% dei padri, con grande variabilità fra gli studi. In Italia il tema è ancora meno studiato, ma clinicamente non va ignorato.


 3. Come riconoscere i primi segnali

Non basta chiedere “come va?”. Molte persone rispondono “bene” anche quando stanno male. Bisogna imparare a osservare volto, occhi, tono della voce, isolamento, rapporto con il bambino e cambiamenti rispetto al comportamento abituale.

Area

Segnali da osservare

Perché è importante

Umore

Tristezza persistente, pianto frequente, irritabilità, sensazione di vuoto.

Se dura oltre pochi giorni o peggiora, non va liquidato come semplice stanchezza.

Pensieri

Senso di colpa, autosvalutazione, pensieri come “non sono una buona madre” o “non sono un buon padre”.

La persona può vergognarsi e non chiedere aiuto.

Comportamento

Isolamento, rifiuto di vedere amici o parenti, chiusura, perdita di interesse.

L’isolamento è uno dei segnali più visibili per chi sta intorno.

Sonno e corpo

Insonnia anche quando il bambino dorme, sonnolenza marcata, spossatezza, perdita o aumento dell’appetito.

Il sonno alterato peggiora ansia e depressione.

Relazione con il bambino

Difficoltà a provare piacere, sguardo assente, cure fatte solo “per dovere”, paura eccessiva di sbagliare.

Il bambino si nutre anche di relazione, sguardo, voce e contatto.

Segnali di rischio

Pensieri di farsi del male, paura di fare del male al bambino, confusione grave, deliri, allucinazioni.

È una situazione urgente: serve aiuto immediato.

4. Cosa dire e cosa non dire

Da evitare

Meglio dire

“Dai, hai un bambino sano: cosa vuoi di più?”

“Ti vedo molto stanca. Posso aiutarti concretamente?”

“Reagisci.”

“Non devi affrontarlo da sola.”

“È normale, passerà.”

“Se dura o ti fa stare male, parliamone con un professionista.”

“Sei esagerata.”

“Quello che provi merita ascolto.”

“Una madre non dovrebbe pensare queste cose.”

“Avere pensieri brutti non significa essere una cattiva madre: significa che serve aiuto.”

5. Il ruolo di chi sta vicino alla famiglia

Il supporto utile non è fatto di consigli generici, ma di presenza e aiuti concreti. Portare un pasto, fare la spesa, accompagnare a una visita, permettere alla madre o al padre di dormire, restare senza giudicare: sono interventi semplici ma importanti.

Il pediatra di famiglia ha un ruolo particolare: vede il bambino, ma vede anche la relazione. Può accorgersi che qualcosa non va, può usare strumenti di screening come la Scala di Edimburgo (EPDS) e può aiutare la famiglia ad attivare consultorio, medico di famiglia, psicologo o psichiatra.

6. Quando serve aiuto subito

Bisogna chiedere aiuto immediatamente se compaiono pensieri di suicidio, paura di fare del male al bambino, confusione grave, deliri, allucinazioni, comportamenti imprevedibili o grave incapacità di prendersi cura di sé o del bambino.

In questi casi non bisogna aspettare: contattare il medico, la guardia medica, il 112/118 o il pronto soccorso.

7. Prognosi: si può guarire

La depressione post-partum può essere curata. La prognosi è tanto migliore quanto più la sofferenza viene riconosciuta presto. Possono essere utili supporto familiare, psicoterapia e, quando indicato, terapia farmacologica valutata dallo specialista anche in relazione all’allattamento.

Ignorare il problema, invece, può prolungare la sofferenza e avere conseguenze sulla madre, sul padre, sulla coppia e sul bambino. Per questo dobbiamo togliere lo stigma: chiedere aiuto non è un fallimento, è una forma di protezione per tutta la famiglia.

Rischi/limiti

• I dati epidemiologici non sono tutti sovrapponibili: alcuni studi misurano diagnosi cliniche, altri rischio depressivo con questionari di screening.
• Non tutti i casi gravi sono preceduti da segnali evidenti.
• Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce una valutazione medica o psicologica.

Cosa cambia da ora in poi?

Dobbiamo guardare la nascita non solo come un evento felice, ma anche come una fase di vulnerabilità. Serve una rete: famiglia, pediatra, medico di medicina generale, ostetrica, consultorio, psicologo, psichiatra, servizi territoriali.

Da ora in poi: meno giudizio, più ascolto; meno “passerà”, più aiuto concreto; meno solitudine, più rete intorno a mamme, papà e bambini.

#depressione #depressionepostpartum #suicidio #prevenzionesuicidio #ferrandoalberto

Bibliografia essenziale

·       Ministero della Salute – FAQ Depressione post partum – Distinzione tra baby blues e depressione post-partum; EPDS.

·       ISS Epicentro – Depressione peripartum: le linee guida – Salute mentale nel periodo perinatale e impatto su madre, bambino e famiglia.

·       ISS Epicentro – Network Italiano Salute Mentale Perinatale, ISTISAN 23/16 – Dati italiani su rischio di depressione e ansia in gravidanza e post-partum.

·       Annali dell’Istituto Superiore di Sanità, 2023 – Epidemiology of perinatal depression in Italy – Revisione sistematica italiana sui dati epidemiologici.

·       ISS Epicentro – Depressione post partum: prevalenza e fattori associati – Studio italiano su positività allo screening EPDS.

·       ISSalute – Depressione post-partum – Sintomi, segnali di allarme, padri e psicosi post-partum.

·       Paulson JF, Bazemore SD. Prenatal and postpartum depression in fathers. JAMA, 2010 – Metanalisi sulla depressione paterna prenatale e postnatale.



sabato 25 aprile 2026

9 mesi salvato da soffocamento dalla mamma con le indicazioni al telefono del 112

9 mesi salvato da soffocamento dalla mamma con le indicazioni al telefono del 112: Soffocamento nei bambini: il tempo è vita

Meglio fare un corso, ma intanto impariamo almeno la teoria

Da una notizia pubblicata da Telenuovo/TG Padova il 24 aprile 2026: un lattantedi 9 mesi stava soffocando dopo aver ingerito accidentalmente un piccolo gioco in casa. La mamma ha chiamato il 112 di Padova e, guidata al telefono da un infermiere della Centrale Operativa, è riuscita a eseguire le manovre di disostruzione prima dell’arrivo dell’ambulanza. Quando i soccorsi sono arrivati, il bambino respirava già autonomamente.

È una notizia che emoziona. Ma è anche una notizia che deve farci riflettere.

Di fronte a un bambino che non respira, ogni secondo conta. In quei momenti non c’è tempo per cercare, leggere, capire, decidere. Bisogna sapere già cosa fare. Per questo il messaggio principale è semplice:

Tutti dovrebbero fare un corso pratico sulle manovre antisoffocamento.

Un corso con istruttori preparati, manichini, esercitazioni, correzione degli errori. Perché la teoria è importante, ma le mani devono imparare il gesto corretto.

Eppure c’è un secondo messaggio, altrettanto importante: nell’attesa di fare un corso, non restiamo ignoranti. Guardiamo filmati affidabili, leggiamo istruzioni corrette, impariamo almeno la sequenza teorica delle manovre. Non sostituisce il corso, ma può fare la differenza.

Il caso di Padova lo dimostra: una madre, in un momento drammatico, ha saputo ascoltare e applicare istruzioni ricevute in tempo reale dal servizio di emergenza. Non è il primo episodio in cui una vita viene salvata da qualcuno che aveva visto un video, seguito una dimostrazione, letto una scheda o ricevuto indicazioni telefoniche da un operatore del 118/112.

La consapevolezza salva tempo. E nel soffocamento il tempo è vita.

Cosa dobbiamo sapere tutti

Il soffocamento da corpo estraneo può avvenire durante il pasto, mentre il bambino gioca, oppure quando mette in bocca piccoli oggetti. Requente anche negli adulti ricordiamolo!

La prima cosa da capire è se il bambino riesce a tossire.

Se tossisce, respira, piange o emette suoni, la tosse è ancora efficace: bisogna incoraggiarlo a tossire e osservarlo attentamente.

Se invece non riesce a respirare, non riesce a piangere, non tossisce efficacemente, diventa cianotico o perde forza, siamo davanti a un’emergenza.

In quel momento bisogna chiamare subito il 112 — o farlo chiamare da qualcuno — e iniziare le manovre corrette.

Attenzione: lattante e bambino non sono uguali

Sul mio blog trovate filmati e poster da iniziare a consultare.

 

La prevenzione resta la prima manovra antisoffocamento

Imparare le manovre è indispensabile. Ma ancora più importante è evitare che l’incidente accada.

Il Ministero della Salute ha pubblicato nel 2017 le Linee di indirizzo per la prevenzione del soffocamento da cibo in età pediatrica, approvate dal Consiglio Superiore di Sanità, con indicazioni per famiglie, scuole, mense, educatori e operatori sanitari.

La sicurezza non è paura: è abitudine.

·      il bambino deve mangiare seduto, tranquillo, senza correre o giocare;

·      non bisogna lasciarlo solo mentre mangia;

·      gli alimenti duri, tondi, lisci o scivolosi vanno evitati o tagliati correttamente;

·      attenzione a uva, wurstel, pomodorini, carote crude, frutta secca, mozzarelline, caramelle dure;

·      attenzione anche a oggetti piccoli: pile a bottone, monete, tappi, parti di giochi, palloncini sgonfi o rotti.

Il ruolo del 112

Il caso di Padova ricorda anche un’altra cosa importante: chiamare subito i soccorsi non significa restare fermi.

L’operatore della Centrale Operativa può guidare passo dopo passo chi è presente. Per questo è utile mettere il telefono in vivavoce, seguire le istruzioni e mantenere, per quanto possibile, il sangue freddo.

La mamma del bambino salvato a Padova ha fatto esattamente questo: ha chiesto aiuto, ha ascoltato, ha eseguito.

Il messaggio ai genitori, ai nonni, agli insegnanti

Non diciamo: “A me non capiterà”. Diciamo invece: “Spero non capiti mai, ma se capita voglio sapere cosa fare”.

Ogni genitore, nonno, educatore, insegnante, baby-sitter dovrebbe conoscere almeno le basi.

Il corso resta la scelta migliore. Ma intanto guardare video affidabili, leggere materiali corretti, partecipare a incontri informativi, osservare dimostrazioni pratiche può aumentare la prontezza mentale.

E quando il tempo è pochissimo, anche aver già visto una sequenza può aiutare a non bloccarsi.

1.        riconoscere i segni di soffocamento;

2.        chiamare subito il 112;

3.        sapere che lattante e bambino richiedono manovre diverse;

4.        non mettere le dita in bocca alla cieca;

5.        imparare le manovre in un corso pratico.

In conclusione

Il soffocamento è un evento raro, ma quando accade è drammatico e rapidissimo.

Non possiamo improvvisare. Non possiamo rimandare. Non possiamo pensare che riguardi solo gli altri.

Facciamo un corso. Guardiamo materiali affidabili. Parliamone con genitori, nonni, scuole e comunità.

Perché nel soffocamento da corpo estraneo una cosa è certa: il tempo è vita.

Rischi/limiti

Questo articolo ha finalità divulgativa e non sostituisce un corso pratico certificato di primo soccorso pediatrico. Le manovre devono essere apprese con istruttori qualificati e aggiornate secondo le linee guida ufficiali.

Cosa cambia da ora in poi?

Da oggi l’obiettivo non è solo “sapere che esistono” le manovre antisoffocamento, ma fare un passo concreto: iscriversi a un corso, guardare materiali affidabili, condividere informazioni corrette e prepararsi prima che l’emergenza accada.




sabato 11 aprile 2026

SOFFOCAMENTO DA CORPO ESTRANEO Il tempo è VITALE.

SOFFOCAMENTO DA CORPO ESTRANEO  Il tempo è VITALE.

Due notizie, due tragedie, una sola verità che non possiamo continuare a ignorare.

Il 25 marzo scorso, Arduino Carlini — 74 anni, di Ceprano — si è strozzato mentre cenava in una pizzeria di Frosinone. 

Il 118 è arrivato in pochi minuti. I soccorritori hanno rimosso il boccone che ostruiva le vie aeree. 

La polizia ha scortato l'ambulanza fino all'ospedale. Tutto è stato fatto nel modo giusto. 

Eppure Arduino è morto stamattina, dopo sedici giorni di terapia intensiva, senza essersi mai ripreso.

La causa del decesso? Anossia cerebrale. Danni irreversibili al cervello provocati dalla mancanza di ossigeno durante quei minuti — forse pochi, forse troppi — in cui nessuno intorno a lui sapeva cosa fare.

Pochi giorni prima, un'altra notizia aveva fatto stringere il cuore. Un bambino di meno di un anno, affidato alla zia mentre la mamma era in ospedale a partorire, si era strozzato in casa. La zia aveva chiamato il 118. L'ambulanza era arrivata in pochi minuti. Ma per quel piccolo era già troppo tardi.

Due storie. Due famiglie distrutte. Un filo invisibile che le unisce: il tempo.


Perché il tempo è tutto — e perché il 118 non basta

Quando le vie aeree si ostruiscono completamente, l'aria smette di entrare nei polmoni. In pochi secondi inizia la sofferenza.

 In pochi minuti, il cuore si ferma. È l'arresto cardiocircolatorio.

Da quel momento inizia un conto alla rovescia spietato per il cervello.

Le cellule cerebrali sono tra le più delicate del nostro organismo. Hanno bisogno di ossigeno in modo continuo e ininterrotto. Se quel flusso si interrompe:

  • Entro i primi 4-5 minuti, i danni sono ancora reversibili: il cervello può recuperare, se si interviene.
  • Dopo i 4-5 minuti, i danni diventano irreversibili: anche se si rimuove l'ostacolo, anche se il cuore riparte, le cellule cerebrali già morte non torneranno mai più.

Questo è esattamente quello che è successo ad Arduino Carlini. Il soccorso è arrivato. Il boccone è stato rimosso. Ma quei minuti iniziali — quelli in cui nessuno intorno a lui ha agito — hanno firmato la sua condanna.

Il 118 in Italia risponde in media entro 8-12 minuti nelle aree urbane, spesso di più nelle aree rurali o nelle ore di punta. Non per colpa degli operatori, che fanno un lavoro straordinario. Ma perché la fisica e la biologia non aspettano nessuno.


Chi può salvare una vita in quei POCHI minuti? Solo chi è lì.

Non il medico di guardia. Non l'ambulanza. Non l'ospedale.

Chi è presente. Chi è seduto accanto. Chi sta cenando allo stesso tavolo.

La manovra di disostruzione delle vie aeree — quella che tutti chiamano "manovra di Heimlich" per gli adulti e i bambini grandi, e che nei lattanti prevede colpi dorsali e compressioni toraciche — è una tecnica semplice, insegnabile, apprendibile. 

Non richiede attrezzi. 

Non richiede anni di studio. Richiede trenta minuti di formazione e la voglia di essere pronti quando conta.

Non è una competenza riservata ai medici o agli infermieri. È una competenza umana. È il gesto che una zia, un nonno, un cameriere, un commensale possono compiere. È la differenza tra la vita e sedici giorni di agonia.

Cosa puoi fare adesso

Se stai leggendo questo articolo e non hai mai imparato la manovra antisoffocamento, questo è il momento. Non domani. Adesso.

Cerca un corso di primo soccorso nella tua città. Chiedi al tuo pediatra. Contatta la tua ASL. Ci sono corsi brevi, gratuiti o a costo minimo, rivolti a genitori, nonni, educatori, chiunque stia accanto a un bambino — o a un adulto — nelle ore della vita quotidiana.

Arduino Carlini stava semplicemente cenando in pizzeria. Quel bambino stava semplicemente stando con la sua zia.

La tragedia non bussa prima di entrare. Ma la preparazione può aprire o chiudere quella porta.

Impara la manovra. Insegnala a chi ami. Salva una vita.