domenica 2 agosto 2026

Mattia non c'è più. Nove anni dopo un pezzo di formaggio Perché continuo a ripetere che il latte crudo e i formaggi a latte crudo non sono cibo per i bambini piccoli

Mattia non c'è più. Nove anni dopo un pezzo di formaggio

Perché continuo a ripetere che il latte crudo e i formaggi a latte crudo non sono cibo per i bambini piccoli


Ci sono notizie che, come pediatra, leggo due volte. Non perché non le capisca, ma perché vorrei che non fossero vere.

Il 2 agosto 2026 le agenzie hanno dato notizia della morte di Mattia Maestri, il bambino di Coredo, in Trentino, che dal 2017 viveva in stato vegetativo permanente dopo aver mangiato un formaggio prodotto con latte crudo contaminato da Escherichia coli

Nove anni. 

Nove anni di una famiglia che non si è mai arresa, e di un padre — Giovanni Battista Maestri — che ha fondato un'associazione di consumatori sui rischi dei prodotti alimentari "intrinsecamente pericolosi". 

Una sentenza della Cassazione aveva già confermato il nesso di causa, rendendo definitive le condanne per lesioni colpose a due responsabili del caseificio (ANSA, 2 agosto 2026).

Noi genovesi questa storia la conosciamo bene. Perché l'abbiamo vissuta.

Il caso di Elia

Nel 2024 Elia, tre anni, di Arenzano, è morto al Gaslini dopo circa cinquanta giorni di ricovero. Aveva mangiato, durante una vacanza, un formaggio acquistato in un caseificio e prodotto — con ogni probabilità — con latte crudo. La stessa dinamica. Lo stesso batterio. Lo stesso esito.

I suoi genitori, entrambi volontari della Croce Rossa, da allora si battono perché sulle etichette compaia un avviso chiaro e comprensibile. 

 

Da quella battaglia sono nate iniziative di informazione — come "Il trenino di Elia" — che hanno portato il tema nelle piazze liguri.

Due bambini, due regioni, un unico messaggio che come pediatra non mi stanco di ripetere: questi non sono incidenti rari e imprevedibili. Sono eventi prevenibili.

Che cos'è la SEU, spiegata semplice: approfondimenti qui: https://ferrandoalberto.blogspot.com/2026/06/latte-crudo-e-formaggi-non-pastorizzati.html

La sindrome emolitico-uremica (SEU) è la complicanza più temuta di alcune infezioni intestinali.

Funziona così: alcuni ceppi di Escherichia coli — chiamati STEC o VTEC, perché producono una tossina detta Shiga-tossina — arrivano nell'intestino con un alimento contaminato. Provocano una diarrea che nel giro di qualche giorno può diventare con sangue. La tossina passa nel sangue e danneggia i vasi più piccoli: distrugge i globuli rossi (anemia), consuma le piastrine e forma micro-coaguli che colpiscono soprattutto i reni, ma talvolta anche il cervello.

Il risultato può essere l'insufficienza renale acuta, la dialisi, il danno neurologico. 

In Italia la SEU è considerata la principale causa di insufficienza renale acuta in età pediatrica (ISS – EpiCentro).

Un punto che chiarisco sempre ai genitori: la maggior parte dei bambini con una gastroenterite non svilupperà mai la SEU. Ma la SEU non colpisce a caso: colpisce quasi solo i bambini piccoli, e arriva quasi sempre dopo un alimento contaminato.

I numeri italiani

Esiste un Registro Italiano della Sindrome Emolitico-Uremica (ISSEU), gestito dalla Società Italiana di Nefrologia Pediatrica (SiNePe) in collaborazione con l'Istituto Superiore di Sanità. Sono i dati più affidabili che abbiamo.

Periodo

Casi registrati

Quota in età pediatrica

1 ago 2021 – 31 lug 2022

78

97% (<15 anni)

1 apr 2024 – 31 mar 2025

61

96,7% (≤15 anni)

Fonte: Registro ISSEU – ISS/EpiCentro

Nell'ultimo periodo di rilevazione, l'infezione da STEC è stata documentata in 47 casi su 53 esaminati (89%). Le forme "atipiche", non infettive, rappresentano circa il 5–10% del totale.

Sono numeri piccoli. Ma dietro ogni numero c'è un bambino, e la fascia colpita è quasi sempre la stessa: sotto i 5 anni.

Perché proprio il latte crudo

Il latte appena munto non è un alimento "più naturale e quindi più sano". È un alimento non trattato, in cui i batteri eventualmente presenti restano vivi. La pastorizzazione non toglie nulla di importante al latte: elimina i patogeni.

Il problema si estende ai formaggi a latte crudo, soprattutto quelli freschi o a breve stagionatura, dove il batterio può sopravvivere.

Perché i bambini piccoli sono più a rischio:

  1. Dose infettante bassissima. Per gli STEC bastano pochissimi batteri: non serve un alimento "andato a male", e spesso il sapore è perfettamente normale.
  2. Immaturità immunitaria e renale. Sotto i 5 anni la probabilità che l'infezione evolva in SEU è nettamente più alta.
  3. Non esiste una terapia che blocchi la tossina. Una volta partita, la SEU si può solo sostenere: idratazione, controllo della funzione renale, dialisi se serve.

Ricordo che in Italia la vendita diretta di latte crudo è consentita, ma l'Ordinanza del Ministero della Salute del 2008(più volte reiterata) impone l'obbligo di indicare che il prodotto va consumato previa bollitura

È un'indicazione che moltissime famiglie non leggono o non collegano al rischio reale.

Il punto clinico che voglio sottolineare

Questo vale per i colleghi, ma è utile anche ai genitori sapere perché a volte "non diamo niente".

Davanti a una diarrea con sangue in un bambino piccolo, con sospetta infezione da STEC:

  • Non si somministrano antidiarroici (farmaci che bloccano la motilità intestinale): trattengono la tossina.
  • Gli antibiotici sono generalmente sconsigliati: diverse revisioni indicano che possano aumentare il rischio di evoluzione in SEU, probabilmente perché la lisi batterica libera più tossina. Va detto con onestà che su questo punto il dibattito scientifico non è chiuso e i dati non sono uniformi per tutti i sierogruppi.
  • L'idratazione precoce, per via endovenosa quando indicato, sembra protettiva sull'esito renale.

Quando chiamare subito il pediatra

Non voglio spaventare nessuno: la stragrande maggioranza delle diarree dei bambini si risolve da sola. Ma questi segnali meritano una telefonata oggi, non domani:

  • Sangue nelle feci, anche solo qualche striatura
  • Dolore addominale intenso, il bambino che si piega in due
  • Riduzione netta della pipì (pannolini asciutti, poche minzioni in una giornata)
  • Pallore insolito, che compare in poche ore
  • Sonnolenza, irritabilità marcata, difficoltà a svegliarsi
  • Gonfiore alle palpebre, alle mani, ai piedi

La SEU compare tipicamente 5–10 giorni dopo l'inizio della diarrea, spesso quando la diarrea sta già migliorando. È il motivo per cui a volte chiedo di richiamarmi anche quando sembra andare meglio.

Le regole pratiche che do alle famiglie

  1. Sotto i 5 anni: niente latte crudo, niente formaggi a latte crudo. Nemmeno un assaggio, nemmeno in vacanza, nemmeno "artigianale e genuino". Vale anche in gravidanza e per le persone immunodepresse.
  2. Se comprate latte crudo, bollitelo. Portarlo a ebollizione, non solo scaldarlo.
  3. Leggete l'etichetta. Cercate "latte pastorizzato" o "a latte pastorizzato". Se c'è scritto "latte crudo", per i piccoli si mette via.
  4. In vacanza e nei mercatini, chiedete. Le visite ai caseifici sono bellissime, ma l'assaggio ai bambini piccoli no.
  5. Carne macinata e hamburger sempre ben cotti, anche al centro. Gli STEC non viaggiano solo nel latte.
  6. Lavate frutta e verdura, e lavate le mani dopo il contatto con animali da fattoria: le fattorie didattiche sono una fonte documentata di infezione.

Rischi e limiti

Devo essere onesto su ciò che non sappiamo o non possiamo promettere.

  • Nessuna misura azzera il rischio. Gli STEC circolano anche attraverso verdure, acqua, contatto con animali. Eliminare il latte crudo riduce molto il rischio, non lo elimina.
  • I dati di sorveglianza sottostimano il fenomeno. Il Registro raccoglie i casi di SEU, cioè la punta dell'iceberg: le infezioni STEC che non evolvono sono molte di più e spesso non vengono tipizzate.
  • Sulla percentuale esatta di infezioni STEC che evolvono in SEU le stime variano a seconda della casistica, del sierogruppo e dell'età. Preferisco non dare una cifra unica: sarebbe una precisione falsa.
  • Sulla gestione antibiotica il consenso non è totale. L'orientamento prevalente è quello che ho descritto, ma non è una certezza assoluta.
  • Non esiste un vaccino né una terapia specifica contro la Shiga-tossina nella pratica corrente.

Cosa cambia da ora in poi?

Per le famiglie: una regola sola, semplice e non negoziabile. Sotto i cinque anni, latte e formaggi solo pastorizzati. Non è una raccomandazione tra le tante: è la misura di prevenzione con il miglior rapporto tra fatica richiesta e vite risparmiate che io conosca in pediatria alimentare.

Per noi pediatri: la diarrea con sangue nel bambino piccolo va rivalutata a breve, e la domanda "che cosa ha mangiato nei giorni scorsi?" deve entrare nell'anamnesi di routine, con specifica attenzione a latte e formaggi non pastorizzati.

Per le istituzioni: la battaglia dei genitori di Elia e di Mattia chiede una cosa ragionevole e a costo quasi nullo — un'etichettatura chiara e comprensibile, che segnali il rischio specifico per i bambini piccoli. Non un divieto: un'informazione leggibile da chiunque, anche da chi non è medico.


Mattia e Elia non erano bambini sani, non erano malati, non avevano fatto niente di sbagliato. Avevano mangiato un pezzo di formaggio.

Se questo articolo convince anche solo una famiglia a rimettere nel banco frigo un formaggio a latte crudo, allora abbiamo fatto qualcosa di utile. E quei due bambini ci avranno insegnato qualcosa.


📚 Da leggere sul blog

Sul blog ho già raccolto negli anni materiali su questo tema. Li trovate raggruppati qui:


Fonti

  • ANSA, "È morto Mattia Maestri, il bimbo in coma che mangiò formaggio a latte crudo", 2 agosto 2026
  • Istituto Superiore di Sanità – EpiCentro, Sindrome emolitico-uremica e Dati del Registro Italiano Sindrome Emolitico Uremica (ISSEU), aggiornamento 2025
  • Registro Italiano SEU – Società Italiana di Nefrologia Pediatrica (SiNePe) in collaborazione con ISS
  • Ministero della Salute, Ordinanza sulla vendita diretta di latte crudo (2008 e successive reiterazioni)
  • Genova24 e stampa locale ligure, servizi sul caso di Elia (2024–2025)

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domenica 19 luglio 2026

Corsi di nuoto sì, ma a distanza di un braccio: perché saper nuotare non basta

Corsi di nuoto sì, ma a distanza di un braccio: perché saper nuotare non basta

Iscrivete i vostri bambini ai corsi di nuoto. Ma non lasciate mai che questo vi faccia abbassare la guardia.

Come pediatra, ogni estate mi trovo a rispondere alla stessa domanda: “Dottore, a che età devo iscrivere mio figlio a nuoto?”. E ogni estate, purtroppo, leggo anche le notizie di bambini annegati in piscina o al mare, spesso a pochi metri da adulti che “c'erano ma non stavano guardando”. Per questo voglio dirvi due cose insieme, che possono sembrare in contraddizione ma non lo sono: iscrivete i vostri bambini ai corsi di nuoto e, allo stesso tempo, non pensate mai che saper nuotare li protegga al posto vostro.

Un problema serio, anche in Italia

L'annegamento è tra le prime cause di morte accidentale nell'infanzia in tutto il mondo. Negli Stati Uniti è la prima causa di morte nei bambini tra 1 e 4 anni (American Academy of Pediatrics, 2026). In Italia, secondo i dati riportati da fonti pediatriche (SIPPS su dati ISTAT), ogni anno muoiono per annegamento circa 40-50 bambini, con due fasce più a rischio: i piccoli tra 1 e 4 anni e gli adolescenti.

I bambini piccoli annegano in silenzio, in pochi secondi, spesso in acque basse: piscine gonfiabili, vasche, fontane. Non chiamano aiuto, non si dibattono come nei film. Scompaiono sotto la superficie senza rumore.

I corsi di nuoto funzionano: cosa dice la scienza

Le evidenze a favore dei corsi di nuoto ci sono, e sono importanti:

    Uno studio caso-controllo americano (Brenner e collaboratori, 2009) ha osservato che nei bambini tra 1 e 4 anni le lezioni formali di nuoto si associavano a una riduzione dell'88% del rischio di annegamento. Un dato con margini di incertezza statistica, ma che ha orientato le raccomandazioni internazionali da allora.

    L'American Academy of Pediatrics, nel documento aggiornato “Prevention of Drowning” (Pediatrics, luglio 2026), raccomanda di iniziare le lezioni di nuoto dopo il primo compleanno, valutando con il pediatra la maturità del singolo bambino.

    L'Organizzazione Mondiale della Sanità (linea guida 2021) raccomanda con forza l'insegnamento del nuoto di base e della sicurezza in acqua ai bambini dai 6 anni in su.

    Una revisione sistematica aggiornata (Frontiers in Public Health, 2025, 33 studi) conferma che l'addestramento al nuoto può ridurre la mortalità per annegamento e migliora le abilità di sicurezza in acqua.

Quindi sì: il nuoto è un investimento in salute e sicurezza, oltre che un bellissimo sport. Prima dell'anno di età l'acquaticità con mamma o papà va benissimo, ma come gioco e contatto, non come “corso di sopravvivenza”.

Figura 1 – Le tappe consigliate per l'avvicinamento all'acqua e al nuoto (AAP 2026; OMS 2021).

Ma attenzione: nessun dato ci autorizza ad abbassare la guardia

Ed eccoci al punto che mi sta più a cuore. Non abbiamo alcun dato scientifico che dimostri che un bambino che ha imparato a nuotare possa essere sorvegliato di meno. Nessuno studio dice questo. Al contrario: tutte le società scientifiche ripetono che il corso di nuoto è solo uno degli strati di protezione, mai una protezione completa.

Un bambino che sa nuotare in piscina, con l'istruttore, in acqua calma e temperata, è una cosa. Lo stesso bambino che scivola in acqua vestito, a sorpresa, magari in acqua fredda o mossa, in una situazione di emergenza, è tutta un'altra cosa. Il panico, il freddo, i vestiti bagnati, la stanchezza cambiano tutto. E i bambini tra 1 e 4 anni, anche “acquatici”, non hanno la maturità per valutare il pericolo.

Avrete visto sui social i video di neonati che, caduti in piscina vestiti, si girano e galleggiano sulla schiena. Sono video che impressionano, ma vi dico con chiarezza: non esistono prove che questi programmi per lattanti prevengano gli annegamenti reali (dato non confermato da alcuno studio controllato). Quei filmati mostrano una prova in condizioni controllate, con istruttori a mezzo metro. Il rischio più grande di questi video è proprio quello di dare ai genitori una falsa sicurezza.

La regola d'oro: la distanza di un braccio

Per i bambini piccoli, e per chiunque non sia un nuotatore esperto, la regola della supervisione è quella che l'American Academy of Pediatrics chiama touch supervisionun adulto dedicato, a distanza di un braccio, con gli occhi sul bambino, sempre.

Figura 2 – La “touch supervision”: l'adulto di turno resta a portata di braccio dai bambini sotto i 5 anni.

Cosa significa in pratica:

1.   Un adulto designato, che sa di essere “di turno” e lo dichiara: “Ora guardo io i bambini”. Quando tutti guardano, in realtà non guarda nessuno.

2.   Niente telefono, niente libro, niente chiacchiere distraenti mentre si è di turno. L'annegamento avviene in meno di un minuto, in silenzio.

3.   A distanza di un braccio dai bambini sotto i 5 anni e da chi non sa nuotare bene, dentro e vicino all'acqua. Anche in acqua bassa. Anche se c'è il bagnino.

4.   Braccioli e ciambelle non sono dispositivi di sicurezza: sono giocattoli. Se serve un galleggiante, deve essere un giubbotto salvagente omologato.

5.   Barriere sempre: le piscine private (anche quelle gonfiabili) vanno recintate o svuotate e le vasche mai lasciate piene con bimbi piccoli in casa.

Figura 3 – Gli “strati di protezione” raccomandati dall'American Academy of Pediatrics (2026): nessuno, da solo, è sufficiente.

Rischi e limiti

È giusto dirvi anche cosa la scienza non sa ancora. L'evidenza sull'efficacia dei corsi di nuoto deriva soprattutto da studi osservazionali: il famoso dato dell'88% viene da un singolo studio con un intervallo di confidenza molto ampio. La revisione del 2025 giudica la certezza delle prove da alta a molto bassa a seconda degli esiti. Sui programmi di “auto-salvataggio” per lattanti sotto l'anno mancano del tutto studi controllati: non possiamo dire né che funzionino né che siano dannosi, ma sono documentati casi di intossicazione da acqua (iponatremia) e ipotermia nei lattanti sottoposti a immersioni ripetute. Infine, nessuno studio ha mai misurato “quanto” la supervisione possa essere ridotta in un bambino che sa nuotare: proprio per questo la risposta prudente, e l'unica corretta, è che non va ridotta affatto.

Cosa cambia da ora in poi?

Da domani, tre azioni concrete:

    Iscrivete i bambini a un corso di nuoto con istruttori qualificati, dal compimento del primo anno in poi, secondo la maturità del vostro bambino. Parlatene con il vostro pediatra.

    Nominate sempre l'adulto di turno quando siete in piscina, al mare, al lago: occhi sul bambino, telefono in tasca, distanza di un braccio per i più piccoli.

    Non fidatevi dei video sui social: un bambino che galleggia in un filmato non è un bambino al sicuro nella vita reale.

Il nuoto regala ai nostri figli salute, sicurezza e gioia. La supervisione regala loro la vita. Servono entrambi, sempre insieme. Il vostro pediatra è qui per questo: se avete dubbi su quando iniziare, chiedete.

Fonti

    American Academy of Pediatrics, “Prevention of Drowning: Policy Statement” e Technical Report, Pediatrics, 2026

    OMS, “Guideline on the prevention of drowning through provision of day-care and basic swimming and water safety skills”, 2021

    Brenner RA et al., “Association between swimming lessons and drowning in childhood: a case-control study”, Arch Pediatr Adolesc Med, 2009

    “Basic swimming or water safety skills training for drowning prevention in children: an updated systematic review”, Frontiers in Public Health, 2025

    Dati italiani: SIPPS/ISTAT (stime riportate da fonti pediatriche)

#ferrandoalberto #pediatria #bambini #sicurezzainacqua #annegamento #prevenzione #nuoto #estate





sabato 18 luglio 2026

Annegamento: non chiamiamola fatalità. Cosa dobbiamo fare, subito, per i nostri bambini

 Annegamento: non chiamiamola fatalità. Cosa dobbiamo fare, subito, per i nostri bambini

Scrivo queste righe con il cuore pesante. Oggi, a Milano Marittima, una bambina di 4 anni è morta annegata nella piscina di un hotel. 

Pochi giorni fa, a Sestri Levante, a due passi da casa nostra, Alice, 11 anni, è rimasta intrappolata con i capelli nel bocchettone di aspirazione di una piscina: è morta al Gaslini, l'ospedale dei nostri bambini, dopo due giorni di agonia. 

E sempre oggi, nell'Adda, un uomo è annegato cercando di salvare il nipotino di 4 anni, ricoverato in condizioni gravissime.

Tre tragedie in pochi giorni.

Come pediatra non posso tacere, anche se so che qualcuno mi dirà, come mi è già capitato: "Smettila, mi fai venire l'ansia". 

Ad alcuni genitori è successo davvero: hanno preferito non ricevere più le mie informazioni sulla prevenzione. Lo dico con rispetto ma con chiarezza: è meglio un po' di ansia oggi che un dolore senza rimedio domani. Informare non è allarmare: è proteggere.

I numeri: non incidenti rari, ma una "malattia sociale"

I dati dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS, 2024) parlano chiaro: in Italia muoiono in media circa 340-350 persone all'anno per annegamento, con circa 800 ricoveri e 60.000 salvataggi. Tra 0 e 19 anni i dati ISTAT 2017-2021 riportano 206 decessi, cioè circa 40 bambini e ragazzi ogni anno. Più dell'80% delle vittime sono maschi.

E c'è un dato che ogni genitore deve conoscere: un'indagine ISS del 2024 su 100 casi di annegamento fatale tra 0 e 19 anni (periodo 2019-2023) mostra che il 46% è avvenuto in piscina, soprattutto piscine domestiche; il 34% in fiumi e laghi; il 20% in mare. Per i bambini piccoli la piscina — quella di casa, dell'hotel, dell'agriturismo — è il luogo più pericoloso. Le cause principali? Mancata supervisione e assenza di barriere e allarmi. Per questo l'ISS non parla di "fatalità inevitabile" ma di "malattia sociale": si può e si deve prevenire.

I bambini annegano in silenzio

Dimenticate le scene dei film, con braccia che si agitano e richieste di aiuto. Un bambino che sta annegando non grida e non si agita: scivola sotto il pelo dell'acqua in silenzio, in pochi istanti. I più piccoli hanno la testa proporzionalmente pesante, tendono a galleggiare a faccia in giù e non riescono a raddrizzarsi; i più grandi cercano la posizione verticale in modo scomposto e si sommergono in pochi secondi. Chi sta annegando non riesce a sbracciarsi: le braccia si muovono involontariamente sott'acqua. Per questo un adulto distratto, anche a pochi metri, può non accorgersi di nulla.

La sorveglianza: continua, attiva, a portata di braccio

I bambini sono velocissimi, rapidi, imprevedibili. In presenza di acqua — piscina, mare, lago, fiume, ma anche la vasca da bagno o una piscinetta gonfiabile — il bambino va controllato in continuazione, senza mai interrompere lo sguardo. Bastano pochi centimetri d'acqua e pochi secondi.

     Un adulto designato deve sorvegliare i bambini in acqua: niente telefono, niente chiacchiere, niente "vado un attimo in camera".

     Con i bambini piccoli: sorveglianza "a portata di braccio", cioè abbastanza vicini da poterli toccare.

     Braccioli e ciambelle sono giochi, non dispositivi di sicurezza: non sostituiscono mai la sorveglianza.

     Il bagnino non sostituisce i genitori: è un aiuto in più, non un babysitter.

     In piscina: capelli lunghi legati e cuffia, e insegnare ai bambini a stare lontani da bocchettoni e griglie di aspirazione.

Corsi di nuoto fin dai primi anni di vita

Come pediatra insisto da anni: l'acquaticità e i corsi di nuoto fin dai primi anni di vita riducono in modo significativo il rischio, e lo conferma anche l'ISS, che raccomanda di promuoverli con particolare attenzione alle famiglie meno abbienti. Ma attenzione: saper nuotare non basta e non rende "annegamento-proof" nessun bambino. Alice sapeva probabilmente nuotare benissimo: è morta per un bocchettone non sicuro. Il nuoto è un tassello, non la soluzione.

Servono anche regole e leggi rispettate

C'è chi invoca nuove leggi, e su alcuni punti servono davvero. Ma soprattutto serve che le regole esistenti vengano rispettate e controllate:

     Piscine private e domestiche: barriere su tutti i lati, sistemi di allarme, rimozione delle scalette di accesso quando la piscina non è in uso (indicazioni ISS, 2024).

     Piscine di hotel, ristoranti, agriturismi: piani di sicurezza con sorveglianza o recinzioni; i controlli delle ASL devono riguardare anche la sicurezza, non solo la qualità dell'acqua.

     Bocchettoni e sistemi di aspirazione a norma, con griglie antintrappolamento e dispositivi di blocco di emergenza.

     Fiumi e laghi: cartellonistica chiara sui siti balneabili e su quelli pericolosi.

E il bagno dopo mangiato?

Sfatiamo il mito delle famigerate "tre ore di digestione": non ci sono evidenze scientifiche che fare il bagno dopo mangiato causi l'annegamento. Il buon senso dice di evitare tuffi improvvisi in acqua fredda dopo pasti abbondanti o lunghe esposizioni al sole, per il rischio di malore da brusco sbalzo termico: si entra in acqua gradualmente, bagnandosi prima polsi, nuca e pancia. Ma le ore di attesa col cronometro non proteggono nessuno; la sorveglianza sì. Sul mio blog trovate l'approfondimento su questo falso mito e tutti i materiali sulla prevenzione dell'annegamento, con le immagini: https://ferrandoalberto.blogspot.com/search?q=annegamento

Rischi e limiti

I dati sugli annegamenti in Italia derivano da fonti diverse (ISTAT, stampa, Società Nazionale di Salvamento) e probabilmente sottostimano il fenomeno, soprattutto per i casi non fatali. L'indagine ISS sul dettaglio dei casi pediatrici è in corso di pubblicazione. Sulle dinamiche delle tragedie di questi giorni sono in corso indagini della magistratura: le ricostruzioni potrebbero cambiare. Nessuna misura, da sola, azzera il rischio: nemmeno i corsi di nuoto, nemmeno le barriere. È la somma di più barriere protettive che salva la vita.

Cosa cambia da ora in poi?

     In acqua, un adulto designato sorveglia sempre i bambini: occhi sui bambini, telefono in tasca.

     Bambini piccoli: sempre a portata di braccio, anche nella vasca da bagno.

     Iscrivete i bambini a corsi di acquaticità e nuoto fin dai primi anni.

     Se avete una piscina, anche gonfiabile: barriere, allarme, via le scalette dopo l'uso, svuotate le piscinette.

     In piscina: cuffia o capelli legati, lontani da bocchettoni e griglie.

     Chiedete ai gestori (hotel, agriturismi, stabilimenti) come è garantita la sicurezza della piscina: è un vostro diritto.

     E parliamone: condividere queste informazioni può letteralmente salvare una vita.

Il vostro pediatra è qui per questo: non per farvi paura, ma per aiutarvi a proteggere i vostri bambini. Se avete dubbi, chiedete.

#ferrandoalberto #pediatria #bambini #annegamento #prevenzione #sicurezzainacqua #piscina #estate

Fonti: ISS - Istituto Superiore di Sanità, "Ogni anno circa 350 morti per annegamento: le indicazioni per la prevenzione", 2024 (dati Osservatorio Ministero della Salute, Rapporto ISTISAN 23/15); dati ISTAT 2017-2021; cronaca: ANSA, TgCom24, Sky TG24, luglio 2026.

POST PER I SOCIAL (GENITORI) — Facebook

Oggi a Milano Marittima è annegata una bambina di 4 anni nella piscina di un hotel. Pochi giorni fa, a Sestri Levante, Alice, 11 anni, è morta intrappolata con i capelli nel bocchettone di una piscina. 💔

Come pediatra devo dirvelo, anche se qualcuno mi risponde "smettila, mi fai venire l'ansia": meglio un po' di ansia oggi che una tragedia domani.

Tre cose da sapere:

     I bambini annegano in SILENZIO: non gridano, non si sbracciano. Scivolano sott'acqua in pochi secondi.

     Per i bambini il luogo più a rischio è la piscina: quasi la metà degli annegamenti fatali tra 0 e 19 anni avviene lì (dati ISS). La sorveglianza deve essere continua: occhi sui bambini, telefono in tasca. Con i piccoli: a portata di braccio.

     Corsi di nuoto fin dai primi anni: aiutano tanto, ma non sostituiscono mai la sorveglianza. E in piscina: capelli legati e lontani dai bocchettoni.

Sul mio blog trovate tutti i consigli per la prevenzione e anche il falso mito del "niente bagno dopo mangiato": https://ferrandoalberto.blogspot.com/search?q=annegamento

Condividete: può salvare una vita. Avete domande? Scrivetemi nei commenti.

POST PER I SOCIAL (GENITORI) — Instagram

I bambini non annegano come nei film: annegano in silenzio. ⚠️

Niente urla, niente braccia che si agitano: un bambino scivola sott'acqua in pochi secondi, anche con adulti a pochi metri. In Italia ogni anno circa 40 tra bambini e ragazzi muoiono annegati; per i più piccoli il luogo più a rischio è la piscina (dati ISS).

👉 Sorveglianza continua, a portata di braccio. 👉 Telefono in tasca. 👉 Corsi di nuoto fin da piccoli. 👉 Capelli legati e lontani dai bocchettoni.


ANNEGAMENTO VERTICALE, DOPO I 6 ANNI


ANNEGAMENTO ORIZZONTALE SOTTO AI 6 ANNI


Tutti i consigli sul blog (link in bio) 💙

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Mattia non c'è più. Nove anni dopo un pezzo di formaggio Perché continuo a ripetere che il latte crudo e i formaggi a latte crudo non sono cibo per i bambini piccoli

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