Undici anni, una notte in questura. Disagio e violenza giovanile
Quella notte a Milano non è cominciata sabato pomeriggio. È cominciata anni fa. E possiamo ancora cambiarne il finale.
È notte, in via Fatebenefratelli, a Milano. Davanti alla questura ci sono decine di madri e di padri. Qualcuno fuma per ingannare l’ansia. Un padre entra in lacrime. Tutti aspettano la stessa cosa: che un agente legga ad alta voce il cognome del loro figlio.
Molti di loro, fino a poche ore prima, non sapevano dove fosse.
Il figlio era in centro. Tra vetrine sfondate, bottiglie lanciate contro la polizia, negozi saccheggiati.
Alla fine del fine settimana i numeri sono questi. 271 persone accompagnate in questura. 220 sono minorenni. Alcuni hanno 12 anni. Altri 13. Qualcuno 11.
Rileggetelo. Undici anni.
Undici anni è l’età di un bambino che fino a ieri veniva in ambulatorio con la mamma, per il bilancio di salute. Un bambino a cui misuravo altezza e peso.
La rabbia è giusta. Ma non basta
Fa rabbia vedere ragazzini che devastano una città e poi si filmano per i social. Fa rabbia sapere che è circolata perfino una "guida tascabile" per chi scendeva in piazza per la prima volta. Fa rabbia sentire di un ragazzo che, uscito dalla questura, commentava con entusiasmo le sue quindici ore là dentro.
La rabbia è giusta. Ma da sola non risponde alla domanda che fa più paura:
Come si arriva, a 11 anni, in mezzo a una guerriglia urbana?
Non ci si arriva in un pomeriggio. Ci si arriva in anni. Un passo alla volta. E molti di quei passi si potevano vedere.
La paura che non vogliamo guardare
Non è solo Milano. In Italia, secondo la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA), circa un bambino o un ragazzo su cinque soffre di un disturbo neuropsichiatrico.
Uno su cinque. In una classe di 25 alunni, sono cinque banchi.
E c’è il volto opposto, quello silenzioso. Uno studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) del 2021 stima circa 54.000 studenti delle superiori chiusi in camera, ritirati dal mondo. Nessuno li vede al telegiornale, perché non escono.
Chi spacca una vetrina e chi non esce più di casa sembrano agli antipodi. Spesso hanno la stessa radice: un disagio che nessuno ha intercettato in tempo.
E temo che il peggio non sia passato. Secondo me siamo ancora nella fase in cui questi numeri crescono.
Lo sapevamo. Lo diciamo da anni
Ecco la parte che mi fa più male. Noi pediatri lo segnaliamo da tempo, anche nelle sedi istituzionali. Abbiamo scritto, parlato, proposto. Spesso ci hanno ascoltato con un cenno del capo. Poi, più niente.
La buona notizia è che sappiamo cosa fare. E non servono miracoli.
Tre cose che possono cambiare il finale
1. Accorgersene a scuola. E fare qualcosa subito dopo
I primi segnali si vedono lì. Un ragazzo che andava bene e all’improvviso crolla. Le assenze che si moltiplicano. Il compagno che si isola, o che cambia giro.
Gli insegnanti li vedono. Non voglio scaricare tutto su di loro: alla scuola chiediamo già troppo. Ma dopo la segnalazione qualcuno deve rispondere. Io la chiamo medicina di comunità: pediatra, neuropsichiatria infantile, servizi sociali, educatori e famiglia, pronti a muoversi quando un insegnante alza la mano. Oggi troppe segnalazioni finiscono in un cassetto.
2. Offrire un’alternativa vera
Proibire serve a poco. A un ragazzo che fuma, beve, usa sostanze o frequenta cattive compagnie bisogna dare qualcosa di meglio. Una squadra. Una band. Un allenatore che crede in lui.
Ma lo sport costa, e non tutte le famiglie possono pagarlo. Se l’alternativa è un lusso, i ragazzi più a rischio restano fuori. Le comunità devono renderla accessibile a chi non può permettersela.
3. Cominciare dai primi 1000 giorni
La vera prevenzione comincia molto prima: dal concepimento ai due anni del bambino.
"E che cosa fai, su un neonato?", mi chiedono. Sul neonato niente. Si lavora sui genitori.
Parliamo tanto di genitorialità, ma facciamo pochissimo. Tanti genitori fanno del loro meglio, ma con informazioni sbagliate, spesso prese dai social. Accompagnarli costa poco e rende moltissimo.
Il quadro esiste già. Il documento del Ministero della Salute sui primi mille giorni è stato approvato con l’Accordo Stato-Regioni del 20 febbraio 2020. Il programma c’è. Manca che diventi realtà in ogni Regione.
E chi sbaglia, paga
C’è una parola fuori moda che voglio dire chiaramente: punizione.
Prevenire non vuol dire giustificare. Un ragazzo che devasta una vetrina e torna a casa come se nulla fosse impara una cosa sola: che non costa niente. L’impunità educa. Nel modo sbagliato.
Ai genitori dei bambini piccoli lo ripeto ogni giorno: regole e conseguenze sono una forma d’amore. Vale anche a quindici anni.
La legge gli strumenti li ha:
• i genitori rispondono dei danni causati dai figli minorenni, salvo che dimostrino di non aver potuto impedire il fatto;
• tra i 12 e i 14 anni, per i reati più gravi, il questore può convocare il ragazzo con un genitore per un ammonimento formale, con una sanzione economica per il genitore;
• dai 14 anni decide il Tribunale per i minorenni.
Il problema è che la sanzione arrivi certa e presto, più che dura. E che serva a qualcosa.
La messa alla prova del processo minorile fa proprio questo. Il ragazzo ripara il danno, lavora per la comunità, si impegna nello studio. Se il percorso va bene, il reato si estingue. Paga, ma paga in un modo che lo cambia.
Attenzione, però: la sola paura non funziona. Una revisione Cochrane del 2013 ha mostrato che i programmi pensati per "spaventare" i ragazzi a rischio aumentano la delinquenza invece di ridurla. E punire una famiglia senza aiutarla significa colpire due volte i più fragili. Penso a quel padre, in Italia da trent’anni, che si vergognava di trovarsi lì per colpa del figlio.
Il finale non è ancora scritto
Nessuno di questi interventi darà risultati domani. Ci vorranno dieci anni. Per questo a una certa politica interessano poco. Una politica lungimirante dovrebbe farne una priorità, da qualunque parte stia.
Non serve gridare "repressione" da una parte e "comprensione" dall’altra. Serve fare entrambe le cose, insieme, e farle bene.
I bambini che oggi entrano nel mio ambulatorio tenendo la mano della mamma saranno i ragazzi di quella fila tra dieci anni.
Oppure no. Dipende da noi.
Cosa cambia da ora in poi?
Genitori: sapere dove sono i figli e con chi non è controllo, è cura. Un calo a scuola o troppe assenze vanno presi sul serio. Parlatene con il vostro pediatra.
Scuole: servono canali chiari per segnalare un ragazzo in difficoltà, e un servizio che risponda davvero.
Istituzioni: finanziare in modo stabile i percorsi sui primi 1000 giorni, rendere sport e attività educative accessibili a tutti, garantire sanzioni certe e rapide legate a percorsi di riparazione.
Pediatri: il bilancio di salute è l’occasione per parlare anche di scuola, relazioni ed emozioni, non solo di peso e altezza.
Alcune precisazioni
• I dati sui fermati sono provvisori e cambiano da una fonte all’altra. Non conosciamo le storie individuali dei ragazzi.
• Disagio psichico non significa delinquenza: la grande maggioranza dei ragazzi che soffre non commette reati.
• La stima sul ritiro sociale è probabilmente sottostimata: mancano i ragazzi che hanno già lasciato la scuola.
• Le evidenze su modelli di "medicina di comunità" attivati dalla scuola in Italia sono ancora limitate. Servono progetti pilota valutati.
Fonti
• Cronache del 17-19 ottobre 2026: Corriere della Sera, ANSA, Il Mattino, Il Giorno, Adnkronos, Tecnica della Scuola, Il Fatto Quotidiano, TgCom24, Il Messaggero, Leggo
• SINPIA, comunicati e dati sui disturbi neuropsichiatrici in età evolutiva
• CNR-IFC e Gruppo Abele, Hikikomori: indagine sul ritiro sociale volontario dei giovani italiani, su dati ESPAD®Italia 2021
• Ministero della Salute, Investire precocemente in salute: azioni e strategie nei primi mille giorni di vita, Accordo Stato-Regioni 20/02/2020; Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025, Programma PP12
• Codice civile, art. 2048; DPR 448/1988, art. 28 (messa alla prova); DL 123/2023 (ammonimento del questore per i minori 12-14 anni)
• Petrosino A. et al., "Scared Straight" and other juvenile awareness programs for preventing juvenile delinquency, Cochrane Database of Systematic Reviews, 2013
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