lunedì 19 ottobre 2026

Undici anni, una notte in questura. Disagio e violenza giovanile

 Undici anni, una notte in questura. Disagio e violenza giovanile

Quella notte a Milano non è cominciata sabato pomeriggio. È cominciata anni fa. E possiamo ancora cambiarne il finale.

È notte, in via Fatebenefratelli, a Milano. Davanti alla questura ci sono decine di madri e di padri. Qualcuno fuma per ingannare l’ansia. Un padre entra in lacrime. Tutti aspettano la stessa cosa: che un agente legga ad alta voce il cognome del loro figlio.

Molti di loro, fino a poche ore prima, non sapevano dove fosse.

Il figlio era in centro. Tra vetrine sfondate, bottiglie lanciate contro la polizia, negozi saccheggiati.

Alla fine del fine settimana i numeri sono questi. 271 persone accompagnate in questura. 220 sono minorenni. Alcuni hanno 12 anni. Altri 13. Qualcuno 11.

Rileggetelo. Undici anni.

Undici anni è l’età di un bambino che fino a ieri veniva in ambulatorio con la mamma, per il bilancio di salute. Un bambino a cui misuravo altezza e peso.

La rabbia è giusta. Ma non basta

Fa rabbia vedere ragazzini che devastano una città e poi si filmano per i social. Fa rabbia sapere che è circolata perfino una "guida tascabile" per chi scendeva in piazza per la prima volta. Fa rabbia sentire di un ragazzo che, uscito dalla questura, commentava con entusiasmo le sue quindici ore là dentro.

La rabbia è giusta. Ma da sola non risponde alla domanda che fa più paura:

Come si arriva, a 11 anni, in mezzo a una guerriglia urbana?

Non ci si arriva in un pomeriggio. Ci si arriva in anni. Un passo alla volta. E molti di quei passi si potevano vedere.

La paura che non vogliamo guardare

Non è solo Milano. In Italia, secondo la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA), circa un bambino o un ragazzo su cinque soffre di un disturbo neuropsichiatrico.

Uno su cinque. In una classe di 25 alunni, sono cinque banchi.

E c’è il volto opposto, quello silenzioso. Uno studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) del 2021 stima circa 54.000 studenti delle superiori chiusi in camera, ritirati dal mondo. Nessuno li vede al telegiornale, perché non escono.

Chi spacca una vetrina e chi non esce più di casa sembrano agli antipodi. Spesso hanno la stessa radice: un disagio che nessuno ha intercettato in tempo.

E temo che il peggio non sia passato. Secondo me siamo ancora nella fase in cui questi numeri crescono.

Lo sapevamo. Lo diciamo da anni

Ecco la parte che mi fa più male. Noi pediatri lo segnaliamo da tempo, anche nelle sedi istituzionali. Abbiamo scritto, parlato, proposto. Spesso ci hanno ascoltato con un cenno del capo. Poi, più niente.

La buona notizia è che sappiamo cosa fare. E non servono miracoli.

Tre cose che possono cambiare il finale

1. Accorgersene a scuola. E fare qualcosa subito dopo

I primi segnali si vedono lì. Un ragazzo che andava bene e all’improvviso crolla. Le assenze che si moltiplicano. Il compagno che si isola, o che cambia giro.

Gli insegnanti li vedono. Non voglio scaricare tutto su di loro: alla scuola chiediamo già troppo. Ma dopo la segnalazione qualcuno deve rispondere. Io la chiamo medicina di comunità: pediatra, neuropsichiatria infantile, servizi sociali, educatori e famiglia, pronti a muoversi quando un insegnante alza la mano. Oggi troppe segnalazioni finiscono in un cassetto.

2. Offrire un’alternativa vera

Proibire serve a poco. A un ragazzo che fuma, beve, usa sostanze o frequenta cattive compagnie bisogna dare qualcosa di meglio. Una squadra. Una band. Un allenatore che crede in lui.

Ma lo sport costa, e non tutte le famiglie possono pagarlo. Se l’alternativa è un lusso, i ragazzi più a rischio restano fuori. Le comunità devono renderla accessibile a chi non può permettersela.

3. Cominciare dai primi 1000 giorni

La vera prevenzione comincia molto prima: dal concepimento ai due anni del bambino.

"E che cosa fai, su un neonato?", mi chiedono. Sul neonato niente. Si lavora sui genitori.

Parliamo tanto di genitorialità, ma facciamo pochissimo. Tanti genitori fanno del loro meglio, ma con informazioni sbagliate, spesso prese dai social. Accompagnarli costa poco e rende moltissimo.

Il quadro esiste già. Il documento del Ministero della Salute sui primi mille giorni è stato approvato con l’Accordo Stato-Regioni del 20 febbraio 2020. Il programma c’è. Manca che diventi realtà in ogni Regione.

E chi sbaglia, paga

C’è una parola fuori moda che voglio dire chiaramente: punizione.

Prevenire non vuol dire giustificare. Un ragazzo che devasta una vetrina e torna a casa come se nulla fosse impara una cosa sola: che non costa niente. L’impunità educa. Nel modo sbagliato.

Ai genitori dei bambini piccoli lo ripeto ogni giorno: regole e conseguenze sono una forma d’amore. Vale anche a quindici anni.

La legge gli strumenti li ha:

•      i genitori rispondono dei danni causati dai figli minorenni, salvo che dimostrino di non aver potuto impedire il fatto;

•      tra i 12 e i 14 anni, per i reati più gravi, il questore può convocare il ragazzo con un genitore per un ammonimento formale, con una sanzione economica per il genitore;

•      dai 14 anni decide il Tribunale per i minorenni.

Il problema è che la sanzione arrivi certa e presto, più che dura. E che serva a qualcosa.

La messa alla prova del processo minorile fa proprio questo. Il ragazzo ripara il danno, lavora per la comunità, si impegna nello studio. Se il percorso va bene, il reato si estingue. Paga, ma paga in un modo che lo cambia.

Attenzione, però: la sola paura non funziona. Una revisione Cochrane del 2013 ha mostrato che i programmi pensati per "spaventare" i ragazzi a rischio aumentano la delinquenza invece di ridurla. E punire una famiglia senza aiutarla significa colpire due volte i più fragili. Penso a quel padre, in Italia da trent’anni, che si vergognava di trovarsi lì per colpa del figlio.

Il finale non è ancora scritto

Nessuno di questi interventi darà risultati domani. Ci vorranno dieci anni. Per questo a una certa politica interessano poco. Una politica lungimirante dovrebbe farne una priorità, da qualunque parte stia.

Non serve gridare "repressione" da una parte e "comprensione" dall’altra. Serve fare entrambe le cose, insieme, e farle bene.

I bambini che oggi entrano nel mio ambulatorio tenendo la mano della mamma saranno i ragazzi di quella fila tra dieci anni.

Oppure no. Dipende da noi.

Cosa cambia da ora in poi?

Genitori: sapere dove sono i figli e con chi non è controllo, è cura. Un calo a scuola o troppe assenze vanno presi sul serio. Parlatene con il vostro pediatra.

Scuole: servono canali chiari per segnalare un ragazzo in difficoltà, e un servizio che risponda davvero.

Istituzioni: finanziare in modo stabile i percorsi sui primi 1000 giorni, rendere sport e attività educative accessibili a tutti, garantire sanzioni certe e rapide legate a percorsi di riparazione.

Pediatri: il bilancio di salute è l’occasione per parlare anche di scuola, relazioni ed emozioni, non solo di peso e altezza.

Alcune precisazioni

•      I dati sui fermati sono provvisori e cambiano da una fonte all’altra. Non conosciamo le storie individuali dei ragazzi.

•      Disagio psichico non significa delinquenza: la grande maggioranza dei ragazzi che soffre non commette reati.

•      La stima sul ritiro sociale è probabilmente sottostimata: mancano i ragazzi che hanno già lasciato la scuola.

•      Le evidenze su modelli di "medicina di comunità" attivati dalla scuola in Italia sono ancora limitate. Servono progetti pilota valutati.

Fonti

•      Cronache del 17-19 ottobre 2026: Corriere della Sera, ANSA, Il Mattino, Il Giorno, Adnkronos, Tecnica della Scuola, Il Fatto Quotidiano, TgCom24, Il Messaggero, Leggo

•      SINPIA, comunicati e dati sui disturbi neuropsichiatrici in età evolutiva

•      CNR-IFC e Gruppo Abele, Hikikomori: indagine sul ritiro sociale volontario dei giovani italiani, su dati ESPAD®Italia 2021

•      Ministero della Salute, Investire precocemente in salute: azioni e strategie nei primi mille giorni di vita, Accordo Stato-Regioni 20/02/2020; Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025, Programma PP12

•      Codice civile, art. 2048; DPR 448/1988, art. 28 (messa alla prova); DL 123/2023 (ammonimento del questore per i minori 12-14 anni)

•      Petrosino A. et al., "Scared Straight" and other juvenile awareness programs for preventing juvenile delinquency, Cochrane Database of Systematic Reviews, 2013

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domenica 11 ottobre 2026

Genova al 28° posto per qualità della vita (ma in altri punti al 810 su 1000). Lo sguardo di un pediatra: oltre i numeri, ci sono i bambini e le persone

 Genova al 28° posto per qualità della vita (ma in altri punti al 810 su 1000). Lo sguardo di un pediatra: oltre i numeri, ci sono i bambini e le persone

Una buona notizia per Genova, che merita di essere apprezzata. Ma anche un'occasione per riflettere su come migliorare la nostra città, soprattutto per chi ci vive e per i bambini che ci crescono.

Leggo con interesse l'articolo di Licia Casali pubblicato sul Secolo XIX dell'11 ottobre, dedicato al Global Cities Index 2026 di Oxford Economics, che colloca Genova al 28° posto mondiale per qualità della vita.

Vorrei commentarlo non soltanto come cittadino genovese, ma soprattutto con lo sguardo di un medico e di un pediatra.

Perché sono convinto che una città nella quale si vive bene sia anche una città nella quale i bambini crescono meglio. 

La salute, infatti, non dipende soltanto dalle cure mediche, ma, molto,  anche dall'ambiente in cui viviamo, dalla qualità delle abitazioni, dagli spazi per giocare, dall'accessibilità ai servizi, dalla sicurezza e dalle opportunità di relazione.

Per questo accolgo con soddisfazione il risultato positivo ottenuto da Genova. Ma proprio per la mia professione sento anche il dovere di guardare a ciò che può e deve essere migliorato.

I numeri vanno letti, non soltanto celebrati

Un complimento al Secolo XIX, che non si limita a sottolineare il prestigioso 28° posto, ma presenta correttamente anche i risultati meno favorevoli.

Genova, infatti, nella graduatoria generale occupa il 

·      344° posto su mille città. 

·      28 per qualità della vita*

·      157ª per ambiente, 

·      301ª per governance, 

·      669ª per economia e 

·      810ª per capitale umano.

Dobbiamo esaltarci per il 28° posto e deprimerci per l'810°?

Direi proprio di no.

 

*Il risultato positivo di Genova nella classifica di Oxford Economics evidenzia caratteristiche che possono renderla attrattiva per chi arriva da fuori, per lavoro, studio o investimento. 

Ma una città attrattiva non è necessariamente una città nella quale tutti i residenti vivono bene.

La qualità della vita quotidiana dipende anche da fattori che queste classifiche non misurano direttamente: mobilità, accessibilità dei servizi, rumore, ambiente, sicurezza degli spazi pubblici e opportunità per i bambini.

                  

Le classifiche sono utili se aiutano a comprendere la realtà, non se diventano occasioni per esultare o scoraggiarsi.

Oxford Economics è una società internazionale autorevole. La sua indagine utilizza indicatori specifici per confrontare città molto diverse tra loro.

Nella categoria qualità della vita considera, tra gli altri, reddito, disuguaglianze economiche, spesa per l'abitazione, aspettativa di vita, criminalità e accesso alle opportunità culturali e ricreative.

Sono parametri importanti, ma non rappresentano necessariamente tutte le condizioni che influenzano il benessere quotidiano.

La qualità della vita vista dai bambini

Da pediatra mi pongo alcune domande.

·      Quanto è facile per un bambino raggiungere un giardino pubblico, giocare all'aperto, muoversi in sicurezza o andare a scuola senza affrontare quotidianamente traffico e difficoltà di spostamento?

·      Quanto sono accessibili gli spazi verdi alle famiglie, agli anziani e alle persone con disabilità?

·      Quanto incidono sulla salute dei bambini l'inquinamento atmosferico, il rumore, la qualità delle abitazioni e la possibilità di vivere in quartieri accoglienti?

Sono aspetti essenziali per lo sviluppo fisico, psicologico e sociale, ma non tutti vengono misurati direttamente dalle classifiche internazionali.

Un esempio concreto che conosco bene è quello dei residenti di Terralba, Corso Gastaldi e delle zone limitrofe del Medio Levante, ai quali si aggiungono segnalazioni provenienti dalla Bassa Val Bisagno.

Da tempo lamentano il rumore continuo prodotto dai treni lasciati in stazionamento, anche durante la notte.

Una situazione che può compromettere il riposo e costringere le famiglie a tenere chiuse le finestre, persino nelle serate estive.

Il rumore ambientale prolungato, come ricorda l'Organizzazione Mondiale della Sanità, non è soltanto un fastidio: può influire negativamente sul sonno, sulla salute e sul benessere.

 

Ma è un esempio in quanto ci sono sicuramente anche altre situazioni che meritano attenzione e che spetta a tutti i cittadini segnalare per inviater ad ovviare

Questo non smentisce i risultati di Oxford Economics. 

 

Dimostra piuttosto che una media statistica può essere corretta senza descrivere completamente le condizioni di vita di ogni quartiere e di ogni famiglia.

 

Essere orgogliosi di Genova significa anche volerla migliorare

Genova possiede indubbi punti di forza: storia, cultura, paesaggio, mare e un patrimonio umano e sociale prezioso.

Alcuni vantaggi derivano dalla sua posizione geografica e dalla storia; altri sono il frutto di scelte, investimenti e lavoro.

Non tutto ciò che funziona bene è automaticamente merito delle amministrazioni, così come non ogni criticità può essere attribuita alle loro responsabilità.

 

La sfida, piuttosto, è valorizzare ciò che abbiamo e intervenire dove esistono difficoltà.

 

Non esaltiamoci quindi per il 28° posto e non deprimiamoci per il 669° o l'810°.

Leggiamo i risultati con attenzione, chiediamoci come siano stati ottenuti e utilizziamoli per capire dove possiamo migliorare.

Una buona città deve essere attrattiva per chi arriva, ma soprattutto vivibile per chi ci abita.

E, da pediatra, aggiungerei una considerazione che mi sta particolarmente a cuore:

una città davvero attenta alla qualità della vita dovrebbe essere, prima di tutto, una città nella quale ogni bambino abbia la possibilità di crescere bene, indipendentemente dal quartiere e dalle condizioni economiche della famiglia.

Questo, per me, è il significato più importante della qualità della vita.

Le classifiche ci aiutano a misurarne alcuni aspetti.

La nostra responsabilità è trasformare quei numeri in condizioni di vita migliori per tutti.

Fonti

venerdì 9 ottobre 2026

Salute mentale dei ragazzi: è un’emergenza pediatrica, non solo psichiatrica

Salute mentale dei ragazzi: è un’emergenza pediatrica, non solo psichiatrica

18 ragazzi ricoverati in una notte al Meyer ma segnali li vediamo già nei bambini più piccoli: cosa sta succedendo e cosa possono fare i genitori

Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre, alla vigilia della Giornata mondiale della salute mentale, il reparto di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze ha dovuto accogliere 18 ragazzi in urgenza, in un reparto che ha 12 posti letto. 

Sei sono stati sistemati in altri reparti dell’ospedale. Avevano tra i 14 e i 17 anni, ed erano soprattutto ragazze. 

Quasi tutti arrivavano dal pronto soccorso con depressione grave, autolesionismo, pensieri di suicidio o tentativi di togliersi la vita.

Non è un episodio isolato. A settembre era già successo due volte, e la responsabile del reparto, la dott.ssa Tiziana Pisano, racconta che da metà settembre i ricoverati sono stabilmente 2-3 più dei posti disponibili.

Come pediatra di famiglia lo dico con chiarezza: il disagio psichico dei ragazzi è oggi una delle prime emergenze della pediatria. Non riguarda solo gli specialisti. Riguarda noi pediatri, le famiglie, la scuola e l’intera comunità.

I numeri: una crescita che non si ferma

Dato

Fonte

Meyer (Firenze), 7 ottobre 2026: 18 ricoverati in urgenza su 12 posti letto, età 14-17 anni, prevalenza femminile

La Nazione, 8 ottobre 2026

Meyer: ricoveri psichiatrici passati da 220 nel 2024 a oltre 300 nel 2025

La Nazione, 31 maggio 2026

Bambino Gesù (Roma): accessi in PS per autolesionismo, ideazione suicidaria o tentato suicidio da 12 nel 2011 a 445 nel 2025; consulenze neuropsichiatriche in PS da 155 a 1.675

SINPIA – Bambino Gesù, settembre 2026

Lombardia: ricoveri psichiatrici di minori +169% in cinque anni; 6.500 accessi in PS nel 2025

Regione Lombardia, gennaio 2026

Italia: 403 posti letto di neuropsichiatria infantile attivi (2022) a fronte di un fabbisogno stimato oltre 700

Coordinamento nazionale primari NPIA, 2025

Mondo: 1 ragazzo su 7 tra 10 e 19 anni ha un disturbo mentale

OMS, 2025

 

Questi dati ci dicono due cose: la sofferenza è aumentata davvero, e non dipende solo dal fatto che oggi se ne parla di più. 

In più i servizi non sono dimensionati per rispondere. 

Quando un ragazzo in crisi finisce in un reparto per adulti, o in un letto “fuori reparto”, la cura arriva in ritardo e nel posto sbagliato.

Non solo adolescenti: i segnali arrivano prima

Spesso pensiamo che questi problemi inizino a 15 o 16 anni. Le evidenze dicono altro: in un grande studio sulla popolazione statunitense, metà dei disturbi mentali che una persona avrà nel corso della vita inizia entro i 14 anni (Kessler et al., 2005). 

Tra i 10 e i 14 anni, secondo l’OMS (2025), circa il 4% dei ragazzi soffre di un disturbo d’ansia e l’1,3% di depressione.

Nel mio ambulatorio vedo sempre più spesso bambini di 8, 9 o 10 anni con:

•    Ansia, che nei bambini raramente viene descritta a parole. Più spesso si presenta come mal di pancia o mal di testa al mattino prima di scuola, difficoltà ad addormentarsi, paura di separarsi dai genitori, rifiuto di andare a scuola.

•    Tristezza persistente, che nei bambini spesso si mostra come irritabilità, scatti di rabbia, perdita di interesse per il gioco e gli amici, calo a scuola.

•    Disturbi del comportamento alimentare (DCA). La SINPIA (2026) segnala che i primi segnali possono comparire già intorno agli 8-9 anni. Al Bambino Gesù le nuove diagnosi sono cresciute del 64% tra il 2019 e il 2024, e i nuovi accessi sotto i 14 anni del 50%.

C’è poi una forma di sofferenza silenziosa che conosco bene e di cui ho già scritto: il ritiro sociale, cioè i ragazzi che si chiudono in camera e smettono di uscire, di andare a scuola, di vedere gli amici. In un’indagine CNR–Gruppo Abele su oltre 12.000 studenti tra i 15 e i 19 anni (ESPAD Italia 2021), l’1,1% si definisce “Hikikomori”. Ne avevo parlato qui: HIKIKOMORI. Quello che scrivevo allora è purtroppo più attuale che mai.

 

i ragazzi chiedono aiuto: bisogna ascoltare e agire

Nell’articolo c’è una frase della dott.ssa Pisano che vorrei ogni genitore leggesse: lo stigma esiste “ma sempre di meno”, e quando i pensieri suicidari diventano concreti molti ragazzi si spaventano e si rivolgono ai genitori o ai medici. “Ed è un bene”, aggiunge, “perché quelli che non si spaventano passano all’atto”.

I nostri figli ci stanno parlando, quindi il nostro compito è essere pronti ad ascoltarli.

Cosa possono fare i genitori

1.     Esserci, ogni giorno, anche nelle piccole cose. Una cena senza telefoni, un tragitto in macchina, dieci minuti prima di dormire. I bambini e i ragazzi si confidano più facilmente nei momenti informali che negli “interrogatori”.

2.     Ascoltare senza giudicare e senza minimizzare. Frasi come “Sono cose da ragazzi”, “Passerà” o “Non hai motivo di essere triste” chiudono la porta. Funziona meglio dire: “Mi sembra che tu stia passando un momento difficile. Ne vuoi parlare?”

3.     Non negare il problema. È la tentazione più comprensibile e anche la più pericolosa. Ammettere che il proprio figlio sta male fa paura, ma non è una colpa né un fallimento. Prima si interviene, migliori sono i risultati.

4.     Conoscere i campanelli d’allarme: isolamento e chiusura in camera; cambiamenti importanti nel sonno o nell’appetito, perdita di peso, ossessione per il cibo o il corpo; calo scolastico improvviso o rifiuto della scuola; ferite non spiegate, maniche lunghe anche col caldo; frasi come “Sarebbe meglio se non ci fossi” o “Non ce la faccio più”.

5.     Parlare di suicidio non “mette idee in testa”. Gli studi disponibili non mostrano che chiedere “Hai mai pensato di farti del male?” aumenti i pensieri suicidari (Dazzi et al., 2014). Al contrario, quella domanda apre uno spazio in cui il ragazzo si sente visto.

6.     Chiedere aiuto subito. Il primo passo può essere il pediatra di famiglia, che conosce il bambino dalla nascita e può orientare verso la neuropsichiatria infantile o lo psicologo. Se c’è un pericolo immediato, chiamate il 112 o andate in pronto soccorso. Sono attive anche linee di ascolto come Telefono Azzurro (19696) e Telefono Amico Italia (02 2327 2327, tutti i giorni dalle 10 alle 24).

7.     Prendersi cura anche di sé. Un genitore esausto fa più fatica ad accorgersi dei segnali. Chiedere aiuto per sé stessi fa parte della cura del figlio.

Rischi e limiti

•    I dati disponibili vengono soprattutto da singoli ospedali o Regioni. Manca in Italia un sistema nazionale aggiornato che raccolga in modo uniforme ricoveri e accessi in pronto soccorso per disagio psichico nei minori.

•    Una parte dell’aumento può dipendere dalla maggiore capacità di riconoscere e dichiarare il disagio, che è un fatto positivo. Gli esperti concordano però che la crescita sia anche reale. Una meta-analisi su quasi 81.000 ragazzi ha stimato che nel primo anno di pandemia i sintomi depressivi rilevanti erano saliti al 25% e quelli ansiosi al 20%, circa il doppio rispetto a prima (Racine et al., 2021).

•    Le cause sono molteplici: pandemia, uso problematico del digitale, pressione scolastica, fragilità familiari e sociali. Non esiste una spiegazione unica, e diffido di chi la propone.

Cosa cambia da ora in poi?

•    Per le famiglie, la salute mentale va trattata come quella fisica. Un mal di pancia che si ripete ogni mattina prima di scuola merita la stessa attenzione di una febbre che non passa.

•    Per noi pediatri, il bilancio di salute deve includere sempre domande su umore, sonno, alimentazione, scuola e relazioni, fin dall’età scolare.

•    Per le istituzioni servono più posti letto dedicati ai minori, servizi territoriali di neuropsichiatria con tempi di attesa compatibili con l’urgenza e una vera rete tra pediatria, scuola e servizi. 

•    Soprattutto si debbono attuare interventi precoci fin dai primi anni di vita

Ai genitori dico questo: non siete soli. Se qualcosa vi preoccupa, parlatene con il vostro pediatra. Meglio una domanda in più che un silenzio di troppo.

#ferrandoalberto #pediatria #salutementale #adolescenti #disagiogiovanile #genitori #hikikomori #disturbialimentari

 

Bibliografia essenziale verificata

Articoli scientifici

1.     Kessler RC, Berglund P, Demler O, Jin R, Merikangas KR, Walters EE. Lifetime prevalence and age-of-onset distributions of DSM-IV disorders in the National Comorbidity Survey Replication. Arch Gen Psychiatry. 2005;62(6):593-602. doi:10.1001/archpsyc.62.6.593

2.     Racine N, McArthur BA, Cooke JE, Eirich R, Zhu J, Madigan S. Global prevalence of depressive and anxiety symptoms in children and adolescents during COVID-19: a meta-analysis. JAMA Pediatr. 2021;175(11):1142-1150. doi:10.1001/jamapediatrics.2021.2482

3.     Dazzi T, Gribble R, Wessely S, Fear NT. Does asking about suicide and related behaviours induce suicidal ideation? What is the evidence? Psychol Med. 2014;44(16):3361-3363. doi:10.1017/S0033291714001299

Documenti istituzionali e rapporti

4.     Organizzazione Mondiale della Sanità. Adolescent mental health – Fact sheet. 1 settembre 2025. who.int

5.     Cerrai S, Biagioni S, Molinaro S (a cura di). Hikikomori: indagine sul ritiro sociale volontario dei giovani italiani. CNR-IFC / Gruppo Abele, ESPAD Italia 2021.

6.     SINPIA. Comunicato per la Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla (disturbi della nutrizione e dell’alimentazione), marzo 2026.

7.     Coordinamento nazionale dei primari di NPIA. Emergenze psichiatriche in età evolutiva (documento), 2025. Riportato da Quotidiano Sanità.

Fonti giornalistiche (dati ospedalieri e regionali)

8.     La Nazione (Firenze). Salute mentale degli adolescenti, è emergenza: al Meyer 18 ricoveri in un giorno. 8 ottobre 2026.

9.     La Nazione (Firenze). Psichiatria infantile, boom di ricoveri (intervista a T. Pisano). 31 maggio 2026.

10.  Quotidiano Sanità. SINPIA: “Proteggere i giovani”. Al Bambino Gesù 445 accessi per autolesionismo, 12 nel 2011. 9 settembre 2026.

11.  Quotidiano Sanità. Disagio mentale nei minori. In Lombardia (ma non solo) numeri senza precedenti. Gennaio 2026.

12.  Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Dati sui disturbi alimentari 2019-2024. Marzo 2025 (riportati da MeteoWeb, 10 marzo 2025).




Undici anni, una notte in questura. Disagio e violenza giovanile

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