Se cambi l'inizio della storia, cambi la storia: omicidio a La Spezia e Casa nel bosco
Dalle case di 35 mq a La Spezia ai coltelli a scuola: l'emergenza non è l'arma, ma dove crescono i nostri figli.
In questi giorni, i giornali e le televisioni sono saturati dalla cronaca di una tragedia avvenuta a La Spezia.
Un ragazzo di 19 anni, Abanoub Youssef, è morto ucciso dalla mano di un coetaneo, Atif, a scuola tra i banchi dell'Istituto Chiodo 🏫.
Si parla di coltelli, di nuove sanzioni, di metal detector nelle scuole, di abbassare l'età imputabile.
Si cerca, come sempre, il colpevole nell'oggetto o nella mancata repressione.
Eppure, in questo frastuono mediatico, non si parla, per ora, della situazione di disagio: Atif viveva con la sua famiglia – padre, madre e due fratelli, in cinque persone – in 35 metri quadrati. 🏠🚫
Cito spesso una frase fondamentale del Nurturing Care Framework (il documento OMS/UNICEF per lo sviluppo infantile): "Se cambi l'inizio della storia, cambi tutta la storia". Oggi, purtroppo, ci stiamo concentrando sulla fine tragica della storia di Abanoub e Atif, ignorando il disagio abitativo, sociale e, sembra anche emotivo.
⚖️ L'ipocrisia dell'attenzione mediatica: Palmoli vs La Spezia
Esiste una gerarchia invisibile nel dolore e nel disagio che determina chi merita la nostra attenzione e chi no. Pochi mesi fa, l'opinione pubblica si è divisa sul caso dei cosiddetti "bambini del bosco" a Palmoli (Chieti) 🌲. Lì, le istituzioni e i media si sono mobilitati per una scelta ideologica dei genitori di vivere "fuori dal sistema". Ci siamo indignati, abbiamo discusso, sono intervenuti il Tribunale per i Minorenni dell'Aquila e gli assistenti sociali; il Comune ha cercato case e maestre a domicilio per garantire a quei bambini una "normalità".
Ma chi si indigna per le migliaia di bambini come Atif che vivono ammassati nelle nostre città, invisibili ai radar finché no succede qualche brutta cosa o addirittura non scorre il sangue? 🩸 È molto più facile puntare il dito contro una scelta di vita bizzarra come quella di Palmoli che ammettere che il nostro sistema tollera che cinque esseri umani vivano in uno spazio dove è impossibile garantire la dignità, la privacy e la calma necessarie per crescere.
🧠 35 metri quadrati: dove la Nurturing Care soffoca
Perché insisto sui metri quadrati? Perché lo spazio non è solo una questione immobiliare, è una questione di salute mentale. La prevenzione primaria si fa nei primi 1000 giorni di vita. Per sviluppare la capacità di regolare le emozioni, di gestire la frustrazione e di non reagire con violenza, un bambino ha bisogno di:
- Relazioni responsive: Genitori capaci di ascoltare e rispondere ai bisogni con calma. 🤱
- Sicurezza: Un ambiente prevedibile e protetto. 🛡️
- Spazio mentale e fisico: La possibilità di isolarsi per calmarsi (il famoso "tempo fuori" o cooling off). ⏱️
Immaginate di crescere per 19 anni in una stanza dove non c'è mai silenzio, dove la tensione degli adulti è palpabile a ogni respiro, dove il conflitto è perenne per la semplice mancanza di aria. In queste condizioni, il cervello viene inondato di cortisolo (l'ormone dello stress) in modo cronico. I "freni inibitori" della violenza rischiano di non formarsi correttamente.
🙈 Le tre scimmiette e il dovere della diagnosi precoce
Ora sono in corso le indagini e sembra emergere che Atif qualche problema o fragilità pregressa l'avesse. Da medico, non ho dati clinici per poter dire qualcosa sul caso specifico, e il rispetto impone cautela. Ma, parlando in generale, la lezione è chiara: i problemi si devono prevenire fin dai primi periodi di vita e rilevare precocemente appena si manifestano.
Sappiamo bene che non tutto è possibile prevenire: la mente umana è complessa e l'imprevedibile esiste. Ma come società abbiamo il dovere di evitare l'atteggiamento delle famose tre scimmiette:
- 🙈 Non vedo: ignoriamo il sovraffollamento e il degrado finché non diventano cronaca nera.
- 🙉 Non sento: non ascoltiamo i segnali di disagio (l'isolamento, l'aggressività, le difficoltà a scuola) lanciati anni prima del gesto estremo.
- 🙊 Non parlo: non denunciamo le carenze dei servizi di supporto alla genitorialità e alla salute mentale infantile.
Se un ragazzo ha dei problemi, questi vanno intercettati a 3 anni, a 6 anni, a 10 anni. Non possiamo accorgercene solo quando avviene un fatto, tragico e drammatico, come in questo caso.
🗓️ Conclusioni: Non è mai troppo tardi, ma bisogna agire presto
Non possiamo salvare la vita spezzata di Abanoub e quella della sua famiglia e anche della famiglia di Atif.
Ma abbiamo il dovere morale di guardare in faccia la realtà per tutti gli altri ragazzi.
Smettiamo di parlare solo dei sintomi (la violenza, l'azzardo, i coltelli) e iniziamo a curare la malattia: la solitudine delle famiglie, il sovraffollamento, la mancanza di diagnosi precoce.
Dobbiamo avere il coraggio di investire sull'inizio della storia. Perché se non cambiamo l'inizio, il finale sarà, tragicamente, sempre lo stesso.
Dott. Alberto Ferrando Pediatra
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