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venerdì 15 gennaio 2021

Incontri per famiglie, scuola e ragazze e ragazzi in diretta

Incontri per famiglie, scuola e ragazze e ragazzi in diretta 

Care e Cari Genitori e ragazze e ragazzi 

1) Martedì 19 alle ore 9,30: Risposte a vostre domande su PRIMOCANALE TV (Canale 10). Possibile telefonare a fare domande via whatsapp in diretta

2) Martedì 20 gennaio, ore 14,30, diretta sul canale "Good Mornig Genova" intervista a me su Covid-19 e Infanzia e adolescenza

3) Mercoledì 20 alle ore 18,30 diretta sul gruppo "Insieme per la salute dei bambini": «COVID-19 salute, scuola e vaccinazioni»: Effetti della pandemia sull’infanzia e sulla adolescenza. Parliamone insieme con pediatri, ASL 3, Ist. «Gaslini», dirigenti scolastici,  Ordine degli psicologi e Agenzia per la famiglia del Comune di Genova











mercoledì 29 maggio 2019

DOMANI SI PARLA DI BAMBINI; svezzamento, soffocamento, Nati per leggere

DOMANI SI PARLA DI BAMBINI; svezzamento, soffocamento, Nati per leggere
Ore 15:30, museo navale di Pegli, Piazza Bonavino. 
Autosvezzamento: come introdurre una alimentazione salutare dopo l'allattamento esclusivo (di cui parlerò io)
Incontro rivolto ai genitori, educatori, nonni, insegnanti ed a tutti coloro che sono interessati. 
Nell’ambito dell’incontro è previsto anche uno spazio per quattro laboratori dedicati a mamme e bambini: “Piccole Ricette Per Bimbi”, “Nutrimi il pancino”, “Nati Per Leggere”, “Prove di manovre di disostruzione delle prime vie aeree”. Per il dettaglio del programma si veda  la locandina - 577.05 Kb


sabato 23 marzo 2019

LA PERTOSSE: DIAGNOSI, TERAPIA E PREVENZIONE

LA PERTOSSE: DIAGNOSI, TERAPIA E PREVENZIONE
(e se avete dubbi guardate il filmato :-()
La pertosse è una malattia che fa preoccupare molto le mamme e noi pediatri. E’ una  malattia infettiva e contagiosa che si sta diffondendo sempre più nel nostro paese. Colpisce tutte le età ma è molto pericolosa per i bambini, soprattutto per i piccoli fino all’anno di età. È vero che esiste il vaccino, obbligatorio per tutti i nati dal 2001, ma è necessario fare sempre il richiamo, anche da adulti, ogni dieci anni ma spesso ciò non avviene. La malattia può colpire anche gli adulti che non sono stati vaccinati in precedenza e che possono trasmettere la malattia ai più piccoli».
Che cos’è la pertosse?
È una malattia infettiva di origine batterica altamente contagiosa. È provocata dal batterio Bordetella pertussis scoperto nel 1906 dai ricercatori immunologi belgi Jules Bordet, premio Nobel per la medicina nel 1919, e Octave Gengou. Questo batterio colpisce prevalentemente l’apparato respiratorio.
Come si trasmette la pertosse?
Per via aerea, attraverso le goccioline di saliva diffuse nell’aria per esempio quando una persona malata starnutisce o tossisce, proprio come capita per altre malattie contagiose a cominciare dall’influenza.
C’è una fascia di età maggiormente a rischio?
Particolarmente a rischio sono i bambini nei primi mesi di vita, troppo piccoli per essere protetti dalla  vaccinazione che richiede più richiami (Il vaccino richiede tre richiami nel primo anno di vita). Sono a rischio anche gli adolescenti e gli adulti che non hanno fatto la vaccinazione o il richiamo.
Quali i sintomi fanno pensare alle pertosse?
Non sempre è facile diagnosticare la malattia. Quando compare nei primi mesi di vita la pertosse si può presentare anche senza tosse, con disturbi neurologici (come perdita di coscienza). Con l’aumentare dell’età la pertosse si manifesta in tre fasi. 
1)     Nella prima fase è presente tosse secca che, in due o tre settimane, peggiora. 
2)     Nella seconda fase il bambino ha crisi di tosse irrefrenabile che lo fanno diventare cianotico e che gli fanno emettere un rantolo quando finalmente riesce a respirare ed entra l’aria nei polmoni simile al ragliare dell’asino (da qui il nome di tosse asinina). In questa fase, che può durare trenta o quaranta giorni, generalmente la tosse è associata anche al vomito. 
3)     La terza fase è quella della convalescenza e porta in un paio di settimane a un progressivo miglioramento dei sintomi».
Come è diagnosticata con certezza la malattia?
La diagnosi è clinica. Quando possibile si può fare il tampone nasofaringeo, inserendo un tampone sterile nella gola e nel naso, per individuare la presenza del batterio che provoca la pertosseo fare un prelievo di sangue per determinare la presenza di anticorpi specifici prodotti dal sistema immunitario per combattere il batterio.
Come si cura la pertosse?
Necessaria la terapia antibiotica molto utile soprattutto nella prima fase della malattia, appena il bambino comincia a tossire. Il pediatra deciderà se è il caso di abbinare farmaci broncodilatatori e/o sedativi per placare la tosse che può persistere anche per mesi».
Per quanto tempo la pertosse è contagiosa?
Per quattro settimane è altamente contagiosa, soprattutto nel periodo iniziale, prima dell’insorgenza degli attacchi di tosse incontrollabili. Nei pazienti trattati con antibiotico il periodo di contagio è ridotto a cinque giorni dall’inizio della terapia.
Quali conseguenze può provocare la pertosse?
Può causare complicanze anche gravi, sovrainfezioni batteriche che possono provocare otiti, polmoniti e problemi neurologici. Nel caso in cui la pertosse colpisca bambini che non hanno ancora compiuto l’anno di età essa può avere conseguenze ancora più gravi. Per questa ragione raccomando di vaccinarecontro la pertosse gli adulti a contatto con il bambino e la mamma nel terzo trimestre di gravidanza tra la 28 e 37 settimana». 
Quando consiglia di vaccinare i bambini?
È essenziale che il vaccino sia effettuato alla mamma ancora prima della loro nascita, già durante la gravidanza della donna fra la ventottesima e la trentaseiesima settimana di gestazione. La protezione conferita dalla vaccinazione materna dipende soprattutto dal fatto che la donna vaccinata è protetta dall’infezione e non rischia di contrarla e di trasmetterla al bambino. Inoltre essere vaccinata contro la pertosse aumenta la quantità di anticorpi che la donna passa al bambino. Utile anche fare un richiamo del vaccino ai familiari in modo che gli adulti di casa non si ammalino di pertosse e non la attacchino al bambino».
E invece nel caso di un neonato, consiglia di vaccinarlo subito?
L’attuale calendario vaccinale prevede tre dosi di vaccino antipertosse. La prima dose può essere somministrata a partire dal terzo mese (cioè dal 61 giorno) di vita e sono necessarie tre dosi*: la seconda a distanza di due mesi e la terza entro l’anno di vita per conferire l’immunità, cioè la protezione.  Pertanto servono strategie preventive per proteggere i bambini nei primi mesi di vita, quando la malattia può dare complicazioni  e anche essere fatale. Per esempio sono utili i richiami vaccinali negli adolescenti e negli adulti e anche vaccinare chi sta a contatto con i bambini ancora troppo piccoli per essere protetti dalla malattia. Una dose di richiamo ai bambini è eseguita al sesto anno di vita e un’altra a quattordici anni. Per un’adeguata protezione, negli adulti è raccomandato un richiamo ogni dieci anni perché il vaccino perde efficacia con il tempo. Il vaccino va praticato anche a chi ha avuto la malattia in quanto l’immunità “naturale” non dura tutta la vita».
* Il vaccino antipertossico è somministrato insieme ad altri vaccini nel cosidetto vaccini esavalente: contro tetano, difterite, polio, epatite B, Hemophilus influenzae e , appunto, pertosse.
La pertosse si può prevenire?
La migliore prevenzione rimane il vaccino. Alcuni accorgimenti, però, possono aiutare a prevenire la malattia, come evitare di fare toccare o prendere in braccio il neonato o il bambino molto piccolo dagli adulti e anche cercare di non frequentare luoghi particolarmente affollati dove il contagio è più facile. Inoltre sono molto importanti le misure igieniche, a cominciare dal lavarsi bene le mani poiché questa abitudine riduce in modo drastico l’insorgenza delle malattie che, come la pertosse, si trasmettono per via aerea. È opportuno anche insegnare ai bambini come starnutire e come tossire per non contagiare gli altri».
Qual è il modo più corretto?
Bisogna evitare che il bambino malato metta la mano davanti alla bocca e poi tocchi gli oggetti che poi toccano gli altri bambini disseminando così i microbi. Per questo non deve starnutire o tossire nella mano ma in un fazzoletto monouso da buttare subito dopo l’uso, oppure nell’incavo del braccio così da non contagiare nessuno. Inoltre, per evitare di diffondere la malattia, è essenziale l’igiene: se chi ha il catarro poggia la mano su una superficie il suo virus persiste per settimane su quella superficie e questo aumenta le probabilità di fare ammalare gli altri.

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mercoledì 25 novembre 2015

GIOCATTOLI PER BAMBINI: OCCHIO ALLA SICUREZZA!!!! QUALE E’ IL GIOCATTOLO MIGLIORE???

GIOCATTOLI PER BAMBINI: OCCHIO ALLA SICUREZZA!!!!
QUALE E’ IL GIOCATTOLO MIGLIORE???
La risposta a questa domanda è: VOI genitori e nonni…ma su questo torneremo con altro articolo.
Ci stiamo avvicinando al Natale e molti genitori, nonni, parenti e amici pensano già al regalo da mettere sotto l’albero per i loro bambini. Ma come scegliere i giocattoli, cosa acquistare per stupirli?
La maggior parte di noi adulti pensa che più grande e assomigliante al vero è il giocattolo maggiore sarà la contentezza  del nostro bambino nel riceverlo.  Non sempre però è così. Per i bambini ogni cosa è un giocattolo, dal coperchio alla scatola e, grazie alla loro fantasia e creatività riescono ad inventare un gioco. Attraverso il gioco i bambini fanno le prime esperienze di vita , il gioco quindi rappresenta per loro una attività indispensabile per la loro crescita.
Per questi motivi è fondamentale scegliere quelli adatti, facendo la massima attenzione negli acquisti.
Nell’acquisto quindi è necessario tenere conto innanzitutto:

1) età del bambino: comprare, quindi, solo giochi adatti alla sua età. Ricordo che un bambino non userà mai giocattoli solo per la funzione per cui è stato progettato. Lo trascinerà per casa, lo metterà in bocca, lo smonterà (a seconda dell’età) rendendo così a volte potenzialmente pericolosi anche degli oggetti apparentemente innocui.
2) comprare solo giochi con simbolo CE, in maniera tale che risultino conformi alle norme di sicurezza europee.
3) verificare l’affidabilità del negozio: di solito chi vende giochi per strada presenta prodotti meno sicuri.
Inoltre, è fondamentale tenere conto dei pericoli:
1)     la presenza di piccoli pezzi facilmente staccabili e  rischio inalazione
Molti giocattoli sono composti da piccoli pezzi facilmente staccabili che i bambini possono mettere in bocca con il rischio di ingestione. Abitualmente questi giochi riportano la dicitura “non indicato per unità inferiore ai 36 mesi”. È chiaro che questa indicazione vieta di dare questo gioco ad un bimbo al di sotto dei tre anni.
2)     la presenza di sostanze chimiche potenzialmente nocive per ingestione o contatto
Ancora oggi alcuni giocattoli possono contenere o essere trattati con sostanze pericolose. Uno fra questi è rappresentato dai ftalati,  composto chimico usato nell’industria delle materie plastiche. Altra sostanza tossica riscontrata anche ultimamente nelle vernici dei giocattoli il piombo, metallo di cui sono noti da tempo effetti di tossicità a carico del sistema nervoso centrale.
3)     l’emissione di rumore o suoni di intensità tale da causare possibili lesioni uditive
Alcuni giocattoli possono emettere degli stimoli acustici molto elevati e quindi pericolosi per i bambini. Alcuni studi su giocattoli acquistabili sul mercato europeo hanno evidenziato livelli di energia sonora molto alti che possono comportare lesioni uditive anche permanenti.
4)    Attenzione ai lacci e sacchetti
una volta aperta la scatola, è utile buttare via lacci, scatole ed eventuali sacchetti di plastica che compongono la confezione. La plastica può soffocare e i lacci possono finire intorno al collo: meglio evitare rischi inutili.
5)     la presenza di componenti elettriche
I giocattoli di questo tipo (trenini, miniature di elettrodomestici, pista elettrica)devono avere due caratteristiche costruttive fondamentali: le parti elettriche  devono essere ben isolate e meccanicamente protette, in modo da prevenire i rischi di scosse elettriche e devono essere costruite in modo tale nessuna parte, anche in condizioni di guasto, raggiunga temperature pericolose. Queste caratteristiche abitualmente sono garantite dalla presenza della sigla pm IMQ sulla confezione del gioco.


mercoledì 10 giugno 2015

CORSI SU VACCINI E SU SHAKEN BABY

CORSI E CONVEGNI INTERESSANTI E GRATUITI
Lunedì 15 al mattino  parleremo dello Shaken Baby Syndrome. Brutta forma di maltrattamento. Al Cisef - Badia Benedettina organizzato da Soroptimist. Spiegazioni e locandina qui: http://ferrandoalberto.blogspot.it/2015/05/shaken-baby-syndrome-abuso-e.html

Lunedì 15 Convegno sui vaccini a Palazzo Tursi dalle 15 alle 18: Medici, avvocati, giudici e Garante dell'Infanzia e della Adolescenza FF.
Programmi qui:



martedì 13 maggio 2014

MANOVRE SALVAVITA, ABOLITI CERTIFICATI DI RIAMMISSIONE A SCUOLA (E ANCHE FIRME RICHIESTE A GENITORI)

MANOVRE SALVAVITA, ABOLITI CERTIFICATI DI RIAMMISSIONE A SCUOLA (E ANCHE FIRME RICHIESTE A GENITORI)
Cari genitori,
Verrà, pertanto, organizzato il 10 Giugno 2014 alle ore 19 un corso, di 5 ore,  per 30 Operatori di manovre salvavita (disostruzione, rianimazione cardiopolmonare, defibrillazione) con certificazione e patentino Salvamento Academy (secondo le linee Guida ILLCOR 2010 - SIMEU) all'Ordine dei Medici. 
Per la selezione Verrà data la precedenza a quanti avranno l'ambizione di diventare istruttori. 
Ricordo che saper far la manovra di disostruzione può salvare una vita umana, e tutti dovrebbero essere in grado di eseguirla. Così come saper fare una corretta rianimazione cardiopolmonare e saper usare il defibrillatore semiautomatico
Diventare istruttori è una tappa successiva: si possono preparare gli operatori, da l'opportunità di insegnare ad altri la manovra, diffondendola sempre più. Potrebbe essere da considerare, oltre che per il singolo, per le scuole, le comunità, i centri commerciali. Il Corso dura 2 giorni, si deve sostenere un pretest e poi un esame finale. 
I genitori dovrebbero pretendere che le scuole fossero "sicure" e che i bambini in caso di ostruzione delle vie aeree venissero soccorsi da personale qualificato ed in tempi rapidissimi, senza attendere minuti preziosi l'arrivo del 118. 
In qualità di Istruttore di , ho in previsione di fare un Corso per Istruttori, a Genova il 28 e 29 Giugno 2014 all'Ordine dei Medici, se verrà raggiunto il numero di 10 partecipanti. Per informazioni tel 0103776394

CERTIFICATI PER RITORNO A SCUOLA DOPO MALATTIA: (OVVERO COME PERDERE E FAR PERDERE TEMPO INUTILMENTE).
NON POSSONO ESSERE RICHIESTI CERTIFICATI, FIRME, MANLEVE ECC.

Un Caro Saluto
Alberto Ferrando




mercoledì 5 marzo 2014

Manovra antisoffocamento a 100 genitori, insegnanti e ragazzi

OGGI LEZIONE SU MANOVRA ANTISOFFOCAMENTO E CORRETTO USO DEL SISTEMA DELLE'EMERGENZA A 100 GENITORI, INSEGNANTI E RAGAZZI. SI REPLICA IL 16 APRILE. NECESSARIA LA PRENOTAZIONE. GRANDE BELLA RIUNIONE PER TUTTI. Insieme UNICEF, Pediatri (FIMP e APEL ) e Salvamento Academy — con Marco Squicciarini e altre 3 persone presso Ordine dei Medici. (7 foto)








lunedì 3 marzo 2014

STORIA DI GIULIA - VIOLENZA SULLE DONNE=VIOLENZA AI BAMBINI. SEGNALATE.

STORIA DI GIULIA, CIRO E ANDREA
Qui http://ferrandoalberto.blogspot.it/2014/02/lettere-di-mamme-picchiate-violenza-di.html ho pubblicato lettere di mamme (e quindi di bambini) sottoposti a violenza da parte del marito. 

Ci racconterà Giulia, attraverso la sua esperienza, come sia necessario farsi aiutare, denunciando molestie e maltrattamenti psicologici e fisici (ma anche se solo psicologici, fanno danni importantissimi).
Denunciare a strutture finalizzate alla protezione della famiglia, nella sua parte più debole. Ed alla cura del maltrattante che, a sua volta, ha una fragilità terribile, pur nella brutalità psicofisica manifestata, nel tentativo di superarla...
Giulia non è il vero nome dell'amica mia e del dottor Ferrando. La nostra amica è ultrasessantenne e suo figlio si incammina verso i quarant'anni. Ma le sofferenze vissute dal figlio, che chiameremo Ciro, lo hanno portato, a partire dall'adolescenza, a manifestare comportamenti fortemente disturbati, simili a quelli paterni, in alternanza a crisi in cui Ciro si sentiva grandemente in colpa, ed entrava in depressione, anche con fantasie suicide qualche volta. E, successivamente, non riusciva a costruire legami affettivi con le fidanzate che non avessero caratteristiche distorte e malate. Ma era soprattutto su Giulia che i comportamenti aggressivi di Ciro si riversavano.
Ed alla fine, una grave violenza fisica sul secondo compagno di lei, e nel modo più brutale e pericoloso.
Giulia era molto giovane, e Ciro aveva meno di 2 anni, quando ha capito di doversi separare dal marito (lo chiameremo Andrea), perché stava vivendo nella paura per se', ma soprattutto per il suo bimbo.
Il bimbo era innamorato del suo papà e Giulia aveva creduto di poter proteggere Ciro  semplicemente separandosi da Andrea.
Ma così non è avvenuto... nonostante la separazione, quel che Ciro ha vissuto, prima e dopo la separazione dei genitori, lo ha segnato in modo grave.
Se qualcuno fosse riuscito a far capire ad Andrea che il suo comportamento era malato, e che lui stesso aveva bisogno di cura, non solo per il bene di suo figlio, ma anche per poter essere lui stesso una persona felice di se', sarebbe stato molto utile.
Ma allora non si pensava a curare il maltrattante, ammesso che si fosse riusciti a dimostrare il maltrattamento. E al massimo si concepiva una pena.
Mi interrompo, sarà Giulia stessa a continuare. Lo farà a frammenti: nonostante da 24 anni sia sostenuta da un professionista per reggere nel modo più utile possibile il rapporto con Ciro, scrivere di questo argomento è per lei un lavoro che le fa battere forte il cuore.
Ecco il racconto di Giulia:

La mia storia con Andrea, pur con un'interruzione per me dolorosa (ero molto innamorata) era nata sui banchi di scuola. Poi il matrimonio... nonostante avessi avuto la netta percezione, andando alla cerimonia, di infilarmi in grossi guai. Ma era stata più forte la malia dell'innamoramento.
Già da ragazzina ero abituata a considerare i suoi eccessi come espressione di una sofferenza (il suo rapporto con il padre gli creava molti problemi). Povero Andrea, mi dicevo, ha bisogno di amore, ha bisogno di essere capito.
Sin dai primi tempi della nostra convivenza, Andrea aveva iniziato a tenermi sveglia la notte per descrivermi in modo insistente ed estenuante i miei innumerevoli difetti, per i quali, spiegava, si preoccupava, perché mettevano a rischio il nostro futuro. E non smetteva di parlare dei miei innumerevoli difetti, impedendomi di dormire sinché, esausta, crollavo, piangevo e ammettevo le mie presunte colpe. Il giorno dopo ero uno straccio.
All'inizio del matrimonio gli rispondevo cercando di capire, ma abbastanza presto compresi che aveva solo bisogno di farmi star male. Ciononostante, continuavo a giustificarlo.
Faceva anche altri giochini per farmi star male, come ad esempio ignorare totalmente la mia presenza per giornate intere. Come fossi stata trasparente.
Oppure faceva assurde, immotivate, scenate di gelosia, rompendo oggetti cui io tenevo.
Ma non le consideravo cose troppo gravi: col tempo, e la pazienza amorevole, le sue sofferenze si sarebbero lenite e tutto sarebbe stato superato.
Non volevo figli, però, sinché la situazione non sarebbe cambiata. E per questo venivo molto criticata da lui e dalla sua famiglia.
Poi, per errore (o forse no), rimasi incinta ed ebbi Ciro.
E la situazione cambiò.

Di colpo lo vidi con lucidità com'era. Colsi che avevo a che fare con una persona fortemente disturbata. Gli proposi di affrontare il suo malessere perché ora avevamo un figlio, e responsabilità importanti.
Ma la mia lucidità non gli piaceva.
Cominciò con l'avere altre donne. Però io ero distratta, avevo Ciro di cui occuparmi e non me ne accorsi neppure. Me lo fece raccontare dal fratello, a cui risposi ridendo che non era possibile che Andrea, geloso e possessivo com'era, potesse fare lui stesso ciò che ossessivamente dichiarava così grave ed amorale. (Sembra incredibile, ma allora la coerenza mi pareva indiscutibile!)

I suoi tentativi di umiliarmi si fecero più frequenti. Le sue ossessive sceneggiate notturne più aggressive. Ma gli tenevo testa molto più a lungo: non avevo tempo da perdere con stupidaggini. E intanto continuavo a proporgli di risolvere i problemi o di lasciarci. Ma ero molto provata.

Che la situazione virasse al peggio, per Ciro e per me, lo capii una notte.
Si rientrava da una delle interminabili serate del sabato, a cena a casa dei nonni paterni.
Il tinello, dopo la cena, si trasformava in un fumoir insano. Il bimbo piccolo, due anni, sul tavolo come giocattolo/trofeo <l'erede del nostro sangue>. Attorno quattro adulti a fumare e parlare parlare parlare.
Era una sofferenza (non ho mai fumato in vita mia), un gran mal di testa ed una gran rabbia feroce per l'intollerabile mancanza di rispetto per un bimbo piccolo.
Ma le mie accese rimostranze per i diritti calpestati di Ciro erano ininfluenti. Cinque persone, la famiglia, il clan, erano solidali nell'irridere le mie argomentazioni: <sei la solita integralista fuori dal mondo> .
Il ritorno a casa in auto fu con me alla guida. Strana eccezione, perché Andrea era fanatico di auto e geloso della sua (incredibilmente me ne viene in mente ora il motivo: la cosa era funzionale ad un giochino cattivo).
<Ciro ha sonno, salgo con lui> mi disse Andrea appena giunti nei pressi di casa.
Posteggiare la notte, in quella zona centrale della grande metropoli del nord, non era facile. Occorreva girare un po' a vuoto. Ed io cercai il posteggio da sola.
Ascensore. Settimo piano.
La porta dell'appartamento era socchiusa. Dentro buio. Provai ad accendere la luce. Non si accendeva. Silenzio. Paura. Provai a chiamare. Silenzio. Perché? Cos'era successo? Nessuna luce si accendeva. Il cuore martellava. Girai tutte le stanze nel panico.
Di colpo si misero a gridare entrambi, padre e figlio, emergendo da dietro il letto matrimoniale dietro cui si erano acquattati.
E mio marito, ridendo, andò a ricollegare il contatore della luce che aveva staccato.
Stavo male. Il cuore ancora martellante.
Il bimbo che era riemerso da dietro il letto, accanto al padre, e come lui si era messo ridere, appena vide il mio viso, che evidentemente esprimeva lo stato sofferente, mi venne incontro spaventato. Accarezzandomi, mi diceva <Mama? Mama?>  con un tono amorevole e spaventato che non ho mai dimenticato.
Mi riscossi subito per tranquillizzarlo, ma non so quanto fu possibile celare il mio malessere.

Sin dai primi tempi, ogni volta Andrea aveva fatto qualcosa di particolarmente pesante, facendomi soffrire, dopo prometteva che avrebbe posto fine a questi comportamenti, mi diceva che aveva capito cosa non andava e mi copriva di molteplici attenzioni ed espressioni amorevoli, facendomi sentire davvero amata (ogni volta gli credevo, volevo credergli) .
La cosa durava per un po'. Ma poi, immancabilmente, si era d'accapo.
In quelle estenuanti notti in cui mi teneva sveglia, avevo studiato i dettagli del manifesto a parete di fronte al letto (rappresentava un bosco autunnale... quel guardarlo mi serviva ad ancorarmi ad una bellezza consolante e focalizzare la mia attenzione fuori dal mio malessere), e pensato che sembrava non esistesse un solo Andrea, ma due, con tratti opposti di carattere ed opposta percezione del mio essere.
Quel continuo alternarsi di messaggi contrastanti aveva contribuito a confondermi le idee.
“Ha bisogno di aiuto e amore, lui non è davvero come appare quando sta male”, mi ero ripetuta più e più volte...

Dopo quello scherzo cattivo fattomi coinvolgendo Ciro, sentii che non c'era più tempo.
Decisi di spiegargli che ora era proprio necessario che risolvesse i suoi problemi. Perché avevamo un figlio, ma anche perché mi stavo disamorando di lui... E da ragazzotta testarda e ingenua (e priva di aiuto) gli confessai, molto incautamente, che stavo iniziando a provare interesse per altri uomini.
Per Andrea quest'ultimo era un grave delitto di lesa maestà, da punire con severità. Lo capii subito a spese mie e del bimbo.
Ad ogni scenata violenta notturna ero terrorizzata che Ciro si svegliasse, accorresse e vedesse la furia spaventante di suo padre o si tagliasse i piedini su vetri rotti o venisse ferito con altro...  (ricordo che, pur agnostica, cominciai a pensare che forse potevo fare un eccezione e credere almeno nell'angelo custode dei bimbi)

Era iniziata anche la violenza fisica.
Sempre con l'accortezza di celarla sotto il manto perbenista. Tanto non avrei urlato, lo sapeva bene: non avrei spaventato Ciro. E allora il braccio ritorto dietro la schiena sino a togliermi completamente il respiro per il dolore. Oppure il colpo infertomi di taglio violentemente sul seno facendo finta di gesticolare, mentre teneva in braccio il bambino. Che tanto i lividi lì non li vede nessuno e Giulia non urla, non vuole spaventare Ciro.

La certezza definitiva dell'insostenibilità della nostra situazione mi si presentò alla mente dopo una giornata trascorsa con Anna, mia suocera.

Sin dai primi tempi della mia vita con Andrea, capii che Anna era vittima di Giuseppe, mio suocero . Una vittima ad un livello molto subdolo e raffinato, difficile da identificare. Ma senza scampo.
Giuseppe celava la sua violenza psicologica (che però faceva danni anche fisici) nei confronti della moglie, sotto una rappresentazione di se' come alto esempio di dedizione alla famiglia, integrità, responsabilità, tatà tatà tatà...
Ma nel vivere i primi momenti familiari condivisi, una volta, il suo controllo non era stato efficiente (o forse, penso ora, voleva sondare le mie capacità di accettazione delle sue modalità di rapportarsi alla moglie).
Quindi ero stata testimone di un suo atto davvero cattivo nei confronti di Anna.
Mi ero indignata. Non potevo crederci.
Avevo anche cercato di evitare a mia suocera quella sofferenza (Giuseppe non l'aveva certo picchiata, per carità, ma era riuscito ugualmente a farla soffrire per molte ore).
Lui era stato più forte di me, naturalmente, e mi aveva ridotta all'impotenza.
Avevo visto un marito-padrone inaccettabile. Una coercizione inaccettabile. Un'ideologia distorta di rapporto di coppia. Non capivo (non ancora) che era un'ideologia familiare malata.
Avevo protestato con Giuseppe (Andrea non era presente) e poi, molto intensamente, con Andrea appena lo avevo rivisto... Andrea mi aveva dato ragione.
Il palcoscenico sulla loro vita reale si era richiuso subito, ma ormai ero in grado di osservare Anna e capire se era stata male.

Quando avevo potuto, in seguito, avevo sempre cercato di star vicina ad Anna, farle almeno sentire amicizia ed affetto.

Quel giorno ero andata ad aiutarla a vuotare un armadio (era imminente un loro trasloco).
Da quell'armadio, assieme agli oggetti, uscivano i racconti di frammenti della sua vita, della vita della famiglia. I soprusi. Le cattiverie.
Capii che dovevo sottrarre Ciro e me alla riproduzione di quello schema malato. Rapporti di potere intrafamiliari molto simili a quelli in cui mio marito stava cercando di incastrarci per tutta la vita. Ed anche in modo meno raffinato, più riconoscibile.
Stava a me muovermi.
Fu una riflessione, in un lungo viaggio in tram (tempi lunghi di percorso nella grande città), che dissipò ogni residuo di nebbia dalla mia mente: quel clima di sopraffazione sembrava passare da padre in figlio. Dovevo proteggere Ciro.
Presi coscienza di colpo, e con sgomento, del fatto che avevo paura di Andrea. E che non lo avevo ancora lasciato per paura della sua violenta reazione. Che mi stavo celando la realtà.
Sentii molto chiaramente che non avevo scelta: non era accettabile vivere con una persona di cui avevo paura.

E fui finalmente un po' più cauta (o almeno credetti di esserlo).
Quella sera stessa spiegai ad Andrea che avevo deciso di lasciarlo perché le “nostre liti” non facevano bene al bambino.
Gli proposi una separazione consensuale che ci permettesse di vivere in case separate ed essere genitori civili, amici e responsabili. Ognuno con la sua vita, ma capaci di far sì che Ciro non soffrisse ed avesse la presenza di entrambi, a turno, e qualche volta civilmente insieme.
Andrea la prese bene. Accettò. Mi disse che era consapevole che le cose avrebbero dovuto cambiare tra noi.  <Siamo due genitori responsabili e civili>  fu il motto della serata e di qualche giorno successivo...
Ma durò poco.

Qualche giorno dopo la mia dichiarazione di volermi separare da lui, Andrea rientrò a casa a notte inoltrata.
Già dormivo, sentii un tonfo. Mi alzai. Era steso a terra, sembrava incosciente. Mi spaventai.
Lo chiamai. Lo toccai. Volevo capire cosa gli accadesse.
Appena mi sentì vicina, si alzò in piedi di scatto e, in silenzio, mi piombò addosso trascinandomi sotto di se' nella sua caduta. Di nuovo apparentemente incosciente.
A gran fatica, perché Andrea mi superava di 30 centimetri in altezza e 30 chili di peso, lentamente riuscii a sfilarmi da sotto di lui. Mi rialzai.
Appena fui in piedi, Andrea mi ricadde addosso e mi trovai a terra sotto di lui come prima. Sempre come fosse un sonnambulo.
Paura. Anche che Ciro si svegliasse e si spaventasse.
Ricominciai a sfilarmi da sotto e quando ci riuscii cercai di raggiungere di corsa la porta di casa per chiedere aiuto ai vicini. Ma Andrea fu più veloce. Con violenza mi ributtò dentro casa. Richiuse e giù di nuovo a terra con me sotto.
Il giochino si ripeté non so quante volte. Ogni volta cercavo di aggrapparmi a qualcosa, per poter suonare un campanello, ma lui arrivava prima o riusciva a strattonarmi con forza. In casa e a terra.
Poi ci riuscii. Andrea non ce la fece a farmi mollare il pomello della porta di casa di un'anziana signora che, forse insonne, aveva sentito (e visto qualcosa dallo spioncino?)... Sentimmo girare le sue molte serrature.
Andrea scappò subito in casa. Chiesi alla signora di chiamare la guardia medica, perché mio marito stava molto male, aveva bisogno di assistenza immediata.
La signora eseguì e lasciò socchiusa la sua porta nell'attesa. Non so più, se in seguito le chiesi cosa avesse capito.
Rientrando vidi Andrea in bagno con le dita in bocca: stava stimolandosi il vomito. Capii che aveva bevuto dalla puzza (solo in quel momento la avvertivo?).
Si lavò, si cambiò e si mise a letto: un malato per bene. Non facciamo brutte figure, per carità.
Mi stupii, Andrea non aveva mai amato bere.

Quando arrivò la guardia medica raccontai l'accaduto nei dettagli, mentre lo visitavano. Tutti i dettagli.
La dottoressa mi chiese alla fine: “Ma lei, signora, non aveva mai visto un ubriaco prima?”, scrisse qualcosa e se ne andò. Ero sbigottita. Mi sentii impotente. Priva di aiuto.
Ebbi più aiuto dalla vicina che promise di rimanere in allerta per noi... lo disse davanti al “malato”, che continuava la sua recita di perbenismo lucidandosi l'aureola che non doveva macchiarsi.
Ma mi conveniva assecondarlo. Così sarebbe stato calmo almeno per un poco.

La mattina dopo non andai al lavoro. Appena Andrea uscì, chiesi agli amici aiuto per organizzare la mia fuga nella mia città natale. Sarei andata a vivere dai miei genitori, in attesa di trovare una sistemazione autonoma.
Facemmo i bagagli in poco tempo e li spedimmo, erano molti. Presi il treno con Ciro.
Dall'altra città, più tranquilla, finalmente raccontai (non lo avevo mai fatto).
E presi accordi con l'avvocato. Che mi spiegò che stavo rischiando guai davvero grossi...

L'avvocato cui ero ricorsa per la separazione mi aveva spiegato che la mia fuga a casa dei miei genitori poteva mettermi nei pasticci: allora esisteva il reato di abbandono del tetto coniugale.
Mi aveva chiarito che quel che subivo non era dimostrabile: Andrea era un perbenista ed era stato molto attento a celare la sua violenza su di me.
Mi disse inoltre che mi stavo anche esponendo al rischio di farmi togliere Ciro con quella fuga...
L'avvocato era una signora che faceva il suo lavoro in modo molto progressista, e deplorava l'inesistenza della protezione contro il maltrattamento domestico. Ma la realtà era questa.
Si era tra la fine degli anni '70 e i primi '80.  Non c'erano le strutture che ci sono adesso, e nessuno pensava a proteggere curando anche il maltrattante, al massimo si pensava ad una pena, a patto che si riuscissero a dimostrare violenze fisiche consistenti.
Mi affrettai a tornare. Ma con me venne una persona della mia famiglia, trasferendosi a casa nostra.
Fu un tempo molto lungo. In mezzo ci fu la separazione in tribunale.
Andrea aveva subito tentato di strattonare, e strapazzare quella persona. Ma a differenza di me lei non temeva di spaventare nessuno con i suoi urli. Aveva una voce potente e molto acuta. Bastò una sola volta. Andrea immediatamente staccò le sue mani da lei. Fu come se avesse preso la scossa...
Fu lei a vincere. Rimase da noi sino a quando Andrea, esasperato dalla sua presenza, se ne andò portandosi via il suo cuscino, lasciandomi le chiavi, e giurandomi vendetta.

Quello fu l'inizio della grande sofferenza di Ciro. Aveva tre anni ed era innamorato del suo papà. Attraverso il bambino Andrea si prese la sua vendetta. Mai finita. Questo per me è il nodo davvero più doloroso.

La prima vendetta messa in atto da Andrea fu disattendere quanto il giudice aveva stabilito circa gli incontri tra padre e figlio.
Nella mia ingenuità avevo pensato che non sarebbe stato nemmeno necessario regolamentare: non avrei certo ostacolato gli incontri... che avvenissero pure in qualsiasi momento... mi pareva assurdo stabilire quante volte la settimana, o per quanto tempo e così via... padre e figlio, a mio parere, si sarebbero visti ogni volta lo avessero desiderato. 
Il giudice fu irremovibile e regolamentò.
Ed Andrea disattese.
Di colpo Ciro non vide più suo padre per un tempo lunghissimo. Mentre prima era abituato a vederlo ogni giorno.
Iniziò a soffrirne tremendamente: lo amava moltissimo. Il suo sguardo cambiò, si fece molto triste.  Persino dimagrì.
Sino a poco tempo prima, eravamo stati complici, Andrea ed io, a non voler mostrare quel che accadeva tra noi a nostro figlio...  Andrea non voleva perdere la sua immagine di papà buono, ed io non avevo mai urlato.
E Ciro non si era mai svegliato durante le sceneggiate notturne: pareva avesse un sonno non disturbabile da qualche rumore di cocci per rottura di oggetti, o tonfo per “cadute” di... masse più o meno pesanti.
Anche se, in realtà, non mi è possibile sapere cosa già avessero percepito le antenne sensibili del piccolo...
Telefonai ad Andrea al lavoro (i cellulari non esistevano ancora): era così tremendo veder piangere Ciro di nostalgia.
Andrea mi rispose che era questo che avevo provocato con il mio comportamento, che era colpa mia, che mi arrangiassi... 
Non ci potevo credere: Andrea era persona ancor più preoccupante.
Provai a parlare con Anna, mia suocera.
Ancor peggio: era furibonda con me.
Mi accusò di essere una traditrice, di aver scacciato suo figlio per poter accogliere chissà quale amante. Di esser persona indegna... e così via.
Capii che le avevo fatto un torto terribile (le avevo dimostrato che si poteva fuggire da quella folle galera da lei accettata? Non so) e non avrei avuto aiuto.
Pensai che se Andrea voleva vedermi soffrire negandosi a Ciro, la cosa migliore era non dirglielo più. Distrarre il bambino nel modo più efficace possibile ed aspettare.
Tra mamme lavoratrici avevamo costituito una rete di aiuto reciproco: quando una era impegnata oltre gli orari di apertura dell'asilo, o doveva uscire la sera, la mamma libera da impegni fuori casa, a turno, teneva i figli delle altre.
I bambini si divertivano a continuare a giocare tra loro e stare con gli amichetti a cena, e poi a dormire assieme. Noi mamme avevamo un po' di libertà.
E così intensificai la mia presenza partecipativa in questa rete: a casa nostra o da altri, Ciro ebbe ben poco tempo senza distrazione.
Poi si sa, i bimbi hanno grande capacità di adattamento.
Il tempo passò, ed Andrea riprese a farsi rivedere da Ciro con assiduità.
Ma cambiò strategia vendicativa.
Nei suoi incontri con il bambino, iniziò a spiegargli che la mamma aveva scacciato il papà da casa, per questo non si erano visti così a lungo..
Perché la mamma era cattiva. Neppure aveva desiderato che nascesse: era nato perché il papà lo aveva voluto.
E mia suocera aiutava il figlio in quest'impresa di demolizione della mia immagine.
Ciro tornava a casa arrabbiatissimo con me e mi chiedeva perché avessi scacciato il suo povero papà, perché non gli volessi bene... perché... perché... era disperato, deluso da me, indignato che non gli fornissi giustificazioni comprensibili... 
Gli rispondevo: <ma no... non l'ho scacciato... Papà ed io ci siamo separati perché litigavamo>
Ma per il bambino non era una spiegazione accettabile. Pensava che anche lui litigava spesso (e a volte faceva a cazzotti anche) con gli amichetti, eppure stavano sempre insieme... contenti di stare assieme... cosa diavolo gli stavo raccontando? Dicevo bugie.
Ecco... il guaio più grosso: l'operazione capillare, sistematica ed insistente di costruzione per Ciro dell'incertezza della realtà che Andrea e sua madre misero in atto (mio suocero mai partecipò).
Operazione che iniziò in quel momento e mai finì. Fu il danno che, associato al dolore di non poter vedere il papà quando lo desiderava, causò problemi molto seri al mio bambino, e poi al ragazzo, e poi...
La mamma era buona o cattiva?
Ciro viveva con me e riceveva da me i messaggi che il mio comportamento, in concreto, gli trasmetteva... poi incontrava il padre e la mia figura diventava quella di una strega. Tornava inferocito. Mi guardava con odio. Poi gli passava.
Io non facevo altrettanto, naturalmente. Demolire l'immagine del papà sarebbe stato criminale. Gli confermavo che papà era buono... ma questo non aiutava Ciro a capire. Ne' gli forniva le sicurezze che servono per crescere.
Ora era Ciro il solo maltrattato (o forse no). Ed io non ne ebbi coscienza.
(Lo scrivo senza criticare la Giulia di allora... semplicemente... andò così)
Perché purtroppo per anni sottovalutai questo gravissimo problema di costruzione di una realtà instabile e mutevole nella mente del mio bambino...
Quando capii e mi feci aiutare, era già troppo tardi.

Auguro a chi ha a che fare con una situazione di maltrattamento di esser capace di muoversi con l'urgenza necessaria denunciando, facendosi aiutare.
Sottovalutare i danni, non vederli perché dall'interno e da vicino si è “miopi” è facile.
L'aiuto esterno è fondamentale.
E il maltrattante deve essere aiutato a capire. A curare il suo malessere.
Ora ci sono i mezzi adeguati a ciò.
Affettuosamente,
Giulia