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domenica 30 giugno 2013

Vorrei parlare di vacanze ma..oggi parliamo di....qualcosa che riguarda, prima o poi tutti

Vorrei parlare di vacanze ma..oggi parliamo di....qualcosa che riguarda, prima o poi .......tutti
Un tema molto poco affrontato e di fronte a cui ci si sente impreparati sempre è quello della comunicazione della cattive notizie, e, in particolare oggi parlo della comunicazione del lutto. Comunicare male fa più male del lutto stesso. Non passa mese che non mi venga richiesto come comportarsi. Alcuni mi dicono che non hanno detto niente....ma cari tutti i bambini hanno già capito. Bisogna spiegare e parlare chiaramente. Ovviamente ogni situazione è differente ma alcune cose comun i da dire ci sono: una su tutte : va detto e non vanno dette pietose storie o bugie. Consiglio la lettura di questo articolo di UPPA (Un pediatra per amico) e poi di parlarne con il Vostro pediatra (e può essere il caso anche di uno psicologo o altre figure professionali.

Ho adottato quanto consigliato sulla Rivista UPPA e che incollo qui sotto e che trovate al link: 
Un silenzio che fa male al cuore
di Paolo Roccato 
Gli adulti elaborano il luttoQualcuno muore in famiglia. Gli adulti trovano ovvio parlare dell’accaduto, esprimere dolore, angoscia, rimpianto, nostalgia, disperazione; confrontare le proprie emozioni dolorose e i propri ricordi belli, tristI o nostalgici con quelli degli altri; cercare insieme di capire la successione degli eventi che hanno portato alla morte; pensare con rammarico o rabbia a come si sarebbe potuto evitare l’infausto evento; individuare se vi siano colpe, soprattutto proprie; consolarsi gli uni con gli altri, piangendo insieme e bonificando il senso di colpa per essere ancora vivi… E poi: andar a vedere per l’ultima volta il corpo del defunto; accompagnarlo alla tomba coi riti opportuni per poter sapere dov’è finito e poterlo pensare e ricordare vivo e morto e potersene distaccare… È in questo modo che gli adulti innescano il processo di elaborazione del lutto, aiutandosi attivamente gli uni con gli altri. E trovano tutto ciò normale, sano, necessario, perfino doveroso.

I bambini vanno aiutati a capire. Se in famiglia c’è un bambino, troppo spesso gli adulti, tutti presi dal loro dolore, dimenticano l’assoluta necessità anche per il bambino di elaborare il proprio lutto e di essere aiutato in questo lungo e impegnativo compito. O, per proteggerlo da dolore e angoscia, cercano attivamente di tenerlo all’oscuro, a volte perfino d’ingannarlo su ciò che realmente è accaduto (“Papà è andato in Germania a lavorare”). Questi atteggiamenti sono deleteri e non d’aiuto per il bambino. Se gli vengono nascosti i dati informativi sugli eventi reali che riguardano anche lui, non potrà farsene un’idea adeguata. Se non gli si dice la verità, percepirà più o meno confusamente d’essere stato imbrogliato e imparerà a non fidarsi dei grandi e a non mostrare il proprio vero sentire; segretamente, costruirà teorie bizzarre sulla vita e la morte, altamente patogene.

Tacere e censurare la morte fa male. Il bambino (anche se è piccolo) percepisce il dolore negli adulti. Ma spesso gli si impedisce di capire il senso di quel dolore; vede che il famigliare morto non c’è più, ma non gli viene spiegato come mai, né dove sia andato, né perché, né per quanto tempo. Si trova a vivere - direttamente e indirettamente - le emozioni per la perdita, ma sarà costretto a viverle come insensate, giacché attivamente gli si impedisce di riconoscerle, di farsene una ragione, di condividere il dolore, di trovare conforto e consolazione. Gli s’impedisce di pensare all’esperienza di perdita che sta vivendo e di attivare le risorse personali e relazionali a sua disposizione per affrontarla e gestirla. Gli s’impedisce cioè l’elaborazione del lutto, che, per il benessere psichico, è un’assoluta necessità.

Bisogna rassicurare e condividere. Al contrario, il bambino dev’essere aiutato nell’elaborazione del suo lutto. Col linguaggio appropriato all’età, gli si deve dire che la persona cara è morta, spiegandogli che cosa vuol dire morire. Anche accompagnarlo a vedere la salma e farlo partecipare al funerale sono azioni utili a questo fine. Bisogna lasciargli lo spazio per capire, per esprimere ogni emozione (stupore, curiosità, dolore, angoscia, paura, rabbia, senso di colpa, sgomento, senso d’impotenza…), per ogni domanda o pensiero sull’accaduto e sulle sue prospettive future, correggendo le idee errate e confermando la sensatezza delle emozioni. Talvolta si potrà scoprire che pensa d’esser lui il colpevole: bisogna allora rassicurarlo, parlandogli dell’inevitabilità della morte. Rassicurarlo che non verrà abbandonato, che si farà di tutto per non morire anche noi, perché la vita è bella, anche se ora il dolore è grande. I momenti in cui ci si trova in famiglia a elaborare un lutto comune sono preziosi per tutti i partecipanti, proprio per la loro forza integrativa nella mente di ognuno. Rimangono nella memoria come momenti tristi, ma, paradossalmente, anche “felici”.
ELABORAZIONE DEL LUTTO. È un lavoro mentale lungo (minimo due anni, ma per certe perdite è normale che duri tutta la vita) in cui cerchiamo di capire bene, anche emotivamente, che cosa ci è capitato, cosa abbiamo perduto, quali aspetti di noi non potranno più realizzarsi e quali dovranno modificarsi; quali prospettive si chiudono e quali rimangono o si aprono.

TRAUMATICA è un’esperienza per qualunque motivo non pensabile. Parlarne con qualcuno la rende più pensabile, cioè ne diminuisce la traumaticità.

LA MANCATA ELABORAZIONE DEL LUTTO comporta malessere psichico duraturo.Ha conseguenze pesanti sulla salute mentale del soggetto e dei suoi discendenti, figli e nipoti, come risulta dalla ricerca e dalle psicoterapie. Favorire l’elaborazione del lutto è fare prevenzione primaria. Anche il bambino, per quanto piccolo, ha necessità di conoscere e condividere le proprie emozioni, specialmente quelle dolorose.

VEDERE CHE ANCHE I GRANDI PIANGONO può dar sollievo al bambino: vuol dire che anche il suo dolore è legittimo e degno di rispetto.

GLI ADULTI DOBREBBERO EVITARE di appoggiarsi al bambino per farsi consolare:sarebbe per lui un compito eccessivo.

domenica 25 maggio 2014

E quando muore qualcuno come ci comportiamo con i nostri figli?

Cari Genitori
Vorrei parlarvi sempre di cose belle, di vacanze, di mare, di pappe...ma nella vita ci sono anche situazioni dolorose a cui non vogliamo pensare finché non ci capitano.
Non passa quasi giorno che direttamente, o indirettamente, veniamo in contatto con situazioni dolorose. Il dolore più grande? la morte di un "caro" un genitore, un parente, un amico. E' qualcosa che riguarda, prima o poi .......tutti e nel nostro dolore non sappiamo come comportarci con i figli. Qualche consiglio qui sotto anche se non bisogna mai generalizzare ma qualcosa di comune e "da fare" c'è:
Un tema molto poco affrontato e di fronte a cui ci si sente impreparati sempre è quello della comunicazione della cattive notizie, e, in particolare  della comunicazione del lutto. Comunicare male fa più male del lutto stesso. Non passa mese che non mi venga richiesto come comportarsi. Alcuni mi dicono che non hanno detto niente....ma cari genitori sappiate che i bambini hanno già capito. Bisogna spiegare e parlare chiaramente. Ovviamente ogni situazione è differente ma alcune cose comun i da dire ci sono: una su tutte : va detto e non vanno dette pietose storie o bugie. Consiglio la lettura di questo articolo di UPPA (Un pediatra per amico) e poi di parlarne con il Vostro pediatra (e può essere il caso anche di uno psicologo o altre figure professionali.

Ho adottato quanto consigliato sulla Rivista UPPA e che incollo qui sotto e che trovate al link: 
Un silenzio che fa male al cuore
di Paolo Roccato 
Gli adulti elaborano il luttoQualcuno muore in famiglia. Gli adulti trovano ovvio parlare dell’accaduto, esprimere dolore, angoscia, rimpianto, nostalgia, disperazione; confrontare le proprie emozioni dolorose e i propri ricordi belli, tristI o nostalgici con quelli degli altri; cercare insieme di capire la successione degli eventi che hanno portato alla morte; pensare con rammarico o rabbia a come si sarebbe potuto evitare l’infausto evento; individuare se vi siano colpe, soprattutto proprie; consolarsi gli uni con gli altri, piangendo insieme e bonificando il senso di colpa per essere ancora vivi… E poi: andar a vedere per l’ultima volta il corpo del defunto; accompagnarlo alla tomba coi riti opportuni per poter sapere dov’è finito e poterlo pensare e ricordare vivo e morto e potersene distaccare… È in questo modo che gli adulti innescano il processo di elaborazione del lutto, aiutandosi attivamente gli uni con gli altri. E trovano tutto ciò normale, sano, necessario, perfino doveroso.

I bambini vanno aiutati a capire. Se in famiglia c’è un bambino, troppo spesso gli adulti, tutti presi dal loro dolore, dimenticano l’assoluta necessità anche per il bambino di elaborare il proprio lutto e di essere aiutato in questo lungo e impegnativo compito. O, per proteggerlo da dolore e angoscia, cercano attivamente di tenerlo all’oscuro, a volte perfino d’ingannarlo su ciò che realmente è accaduto (“Papà è andato in Germania a lavorare”). Questi atteggiamenti sono deleteri e non d’aiuto per il bambino. Se gli vengono nascosti i dati informativi sugli eventi reali che riguardano anche lui, non potrà farsene un’idea adeguata. Se non gli si dice la verità, percepirà più o meno confusamente d’essere stato imbrogliato e imparerà a non fidarsi dei grandi e a non mostrare il proprio vero sentire; segretamente, costruirà teorie bizzarre sulla vita e la morte, altamente patogene.

Tacere e censurare la morte fa male. Il bambino (anche se è piccolo) percepisce il dolore negli adulti. Ma spesso gli si impedisce di capire il senso di quel dolore; vede che il famigliare morto non c’è più, ma non gli viene spiegato come mai, né dove sia andato, né perché, né per quanto tempo. Si trova a vivere - direttamente e indirettamente - le emozioni per la perdita, ma sarà costretto a viverle come insensate, giacché attivamente gli si impedisce di riconoscerle, di farsene una ragione, di condividere il dolore, di trovare conforto e consolazione. Gli s’impedisce di pensare all’esperienza di perdita che sta vivendo e di attivare le risorse personali e relazionali a sua disposizione per affrontarla e gestirla. Gli s’impedisce cioè l’elaborazione del lutto, che, per il benessere psichico, è un’assoluta necessità.

Bisogna rassicurare e condividere. Al contrario, il bambino dev’essere aiutato nell’elaborazione del suo lutto. Col linguaggio appropriato all’età, gli si deve dire che la persona cara è morta, spiegandogli che cosa vuol dire morire. Anche accompagnarlo a vedere la salma e farlo partecipare al funerale sono azioni utili a questo fine. Bisogna lasciargli lo spazio per capire, per esprimere ogni emozione (stupore, curiosità, dolore, angoscia, paura, rabbia, senso di colpa, sgomento, senso d’impotenza…), per ogni domanda o pensiero sull’accaduto e sulle sue prospettive future, correggendo le idee errate e confermando la sensatezza delle emozioni. Talvolta si potrà scoprire che pensa d’esser lui il colpevole: bisogna allora rassicurarlo, parlandogli dell’inevitabilità della morte. Rassicurarlo che non verrà abbandonato, che si farà di tutto per non morire anche noi, perché la vita è bella, anche se ora il dolore è grande. I momenti in cui ci si trova in famiglia a elaborare un lutto comune sono preziosi per tutti i partecipanti, proprio per la loro forza integrativa nella mente di ognuno. Rimangono nella memoria come momenti tristi, ma, paradossalmente, anche “felici”.
ELABORAZIONE DEL LUTTO. È un lavoro mentale lungo (minimo due anni, ma per certe perdite è normale che duri tutta la vita) in cui cerchiamo di capire bene, anche emotivamente, che cosa ci è capitato, cosa abbiamo perduto, quali aspetti di noi non potranno più realizzarsi e quali dovranno modificarsi; quali prospettive si chiudono e quali rimangono o si aprono.

TRAUMATICA è un’esperienza per qualunque motivo non pensabile. Parlarne con qualcuno la rende più pensabile, cioè ne diminuisce la traumaticità.

LA MANCATA ELABORAZIONE DEL LUTTO comporta malessere psichico duraturo.Ha conseguenze pesanti sulla salute mentale del soggetto e dei suoi discendenti, figli e nipoti, come risulta dalla ricerca e dalle psicoterapie. Favorire l’elaborazione del lutto è fare prevenzione primaria. Anche il bambino, per quanto piccolo, ha necessità di conoscere e condividere le proprie emozioni, specialmente quelle dolorose.

VEDERE CHE ANCHE I GRANDI PIANGONO può dar sollievo al bambino: vuol dire che anche il suo dolore è legittimo e degno di rispetto.

GLI ADULTI DOBREBBERO EVITARE di appoggiarsi al bambino per farsi consolare:sarebbe per lui un compito eccessivo.

domenica 20 ottobre 2013

LUTTO per Christian


LA VITA A VOLTE E’ PROPRIO BRUTTA.
Cari genitori e ragazzi Vorrei darvi sempre notizie positive, belle e utili di cui  abbiamo bisogno,  ma dobbiamo nella vita affrontare momenti duri, difficili o tragici. In questi giorni ho avuto momenti di gioia per la nascita di bambini e di altro ma ieri ho avuto una notizia molto triste e qui sotto allego alcune mie considerazioni che possono servire quando dovremo affrontare, anche indirettamente, situazioni tragiche e di lutto. Intanto cerchiamo di goderci i momenti buoni e belli della vita, di arrabbiarci poco per le scemate, di abbracciare i nostri cari. 
Un abbraccio a tutti
Alberto Ferrando
Trovate articoli anche qui con l’augurio che non vi servano mai: http://ferrandoalberto.blogspot.it/search?q=lutto
A seguito di un incidente è morto Christian (notizia qui: http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2013/10/19/AQwgysi-teleferica_verranno_giovane.shtml)  un ragazzo di 23 anni che ho seguito dalla nascita fino a 16 anni (oggi sui giornali la notizia) dopo 6 giorni di ricovero in rianimazione. Pochi giorni fa ho vistato il fratellino in studio per fare il certificato per attività sportiva. Queste notti non riuscivo a dormire e tuttora non riesco a capacitarmi di quanto è avvenuto e come una giovane vita possa essere troncata in poco. Basta un attimo, una fatalità e…. Christian non è più tra noi e con lui è morta una parte di tutti coloro che lo hanno conosciuto. Infatti una parte di chi lo ha conosciuto, secondo me, muore con lui, soprattutto chi gli è stato più vicino, a partire dai genitori, dal fratello e dai nonni e da chi gli voleva bene. E non era difficile voler bene a Christian.
Quest'anno una altra ragazza, di 27 anni, che seguivo, e ho seguito fino a qualche anno fa, era deceduta dopo lunga malattia esordita fin dal primo anno di vita: http://ferrandoalberto.blogspot.it/2013/02/a-clio-andata-in-cielo.html. 
Qualche considerazione consiglio sperando che serva a pochi. Comunque  consiglio di leggere in quanto molti (tutti?) possono trovarsi a frequentare persone che hanno avuto un lutto. Vale per qualsiasi lutto anche se ora parlo soprattutto della perdita di un figlio: L’improvvisa, imprevista, morte di un figlio (anche se la morte è sempre imprevista), per ogni famiglia, é un evento devastante. Non c'è tempo per prepararsi alla tragica perdita. I genitori si aspettano che i loro figli vivano a lungo, che gli sopravvivano.
Si possono attraversare varie fasi. All’inizio la mente semplicemente non può fronteggiare la piena realtà di ciò che é accaduto. Sentirsi dire che il figlio é morto é una cosa. Accettare il fatto che il figlio è realmente é morto può prendere un tempo assai più lungo.
Più e più volte il genitore verrà sorpreso a negare la realtà di quella morte. Occorrono talvolta settimane o mesi prima che il genitore possa materialmente pronunciare la parola morto.
Dal momento in cui il genitore é in grado di rendersi conto pienamente che il figlio é morto – per mai più tornare – la maggior parte dei familiari ed amici si stanno già riprendendo. Poiché il genitore può manifestare  rabbia o profonda  depressione, gli altri tendono ad evitarlo perché fronteggiare questi sentimenti significa ripercorrere il proprio ciclo della sofferenza. Poiché nessuno sembra sapere come aiutarli, e poiché la pena dei genitori mette tutti a disagio, i genitori imparano che se nascondono i loro veri sentimenti e stati d’animo saranno meglio accettati e ci vuole più tempo per accettare e metabolizzare la perdita.
L’improvvisa tragica morte di un figlio non comporta soltanto angoscia ma rischia di alterare i rapporti e la  vita dei rimanenti membri della famiglia. Carriere vengono interrotte o rovinate perché molti adulti sono incapaci di ritornare al lavoro per un certo tempo o rendono poco quando tornano al lavoro. I matrimoni si ammalano. Alcuni abbandonano la chiesa e gli altri luoghi di socializzazione. Alcuni si rifiutano di parlare dell’incidente. Ogni membro della famiglia soffre in solitudine. E’ difficile sostenere qualcun altro quando a stento ce la fai a tener in piedi te stesso.
Alcune coppie che hanno perduto dei figli si separano entro il primo anno dalla morte del figlio. Il dolore rende egocentrico il genitore proprio quando anche 1’altro coniuge avrebbe bisogno di conforto e sostegno. Quando un genitore non ha più l'energia per prendersi cura del partner perché il suo proprio dolore é così schiacciante, possono sorgere gravi problemi. Un coniuge può provare grande risentimento per la morte che 1’ha colpito mentre 1’altro continua a negarla. Uno può essere depresso mentre 1’altro si sente acutamente contrariato. In entrambi i casi, nessuno dei due può essere in grado di comprendere 1’altro. Uno può piangere continuamente mentre 1’altro sta bene abbastanza da andare a lavorare. Modalità differenti di elaborare il lutto possono spesso creare incomprensioni fra marito e moglie. Se un partner si tiene sempre su, mentre 1’altro cade a pezzi, ci sarà del risentimento. E’ molto meglio per la coppia essere liberi con i propri sentimenti lasciandosi scambievolmente la libertà di soffrire come ciascuno preferisce. Sfortunatamente, il coniuge é il bersaglio più facile perché si trascorre più tempo insieme che con altre persone.
Se ci sono altri figli i genitori possono entrare in crisi circa la loro abilità nel badare a loro. Il o i figli devono poter soffrire apertamente per il fratello o la sorella perduta. C'è anche da aspettarsi che essi mostreranno ira o rabbia per la perdita. Inoltre possono sentirsi in colpa per essere vivi mentre il fratello o la sorella é morta. Queste difficoltà emotive aggiungono nuova frustrazione e nuovo dolore nei genitori che sono già affettivamente devastati.
L’iperprotezione dei rimanenti figli é un altro importante problema. I genitori a volte hanno paura tale  da non concedere più il permesso di uscire agli altri figli. Queste paure sono nocive per il figlio perché sente che deve prendersi cura dell’ansia e del dolore dei genitori mentre  dovrebbe avere il tempo per elaborare il proprio dolore.
Alcuni consigli e considerazioni:
1.Siate pazienti tra Voi e concedetevi molto tempo perché 1’angoscia vada via.
2.Non sperate né tentate di risolvere tutti i problemi familiari. Considerate l’aspetto più difficile, cercate una soluzione e discutetela con il coniuge e/o con il figlio più intensamente coinvolto.
3.Cercate di comprendere gli altri membri della famiglia.
4.Parlate della persona che é morta. Ricordate i momenti belli e parlatene Incoraggiate gli altri a parlarne. Tutti coloro che non fanno parte della famiglia possono esitare a farlo, temendo che ciò possa riaprire le vostre ferite.
5.Non trattenetevi dal piangere insieme. Cercare di proteggere gli altri figli non lasciandoli vedere il vostro dolore di genitori avrà l’unico risultato di lasciarli dubbiosi sul vostro amore per loro. Non é bene che i bambini molto piccoli vedano un genitore troppo sconvolto perché ciò può creare in loro un’ansia eccessiva.
6.Cercate di non aspettarvi troppo dal vostro coniuge. Quando un genitore é ferito, e facilmente sconvolto, il partner deve accettare ciò. Ambedue i genitori si troveranno di volta in volta in questa situazione. Quanto più i bisogni emotivi di uno vengono soddisfatti tanto più verranno tenute in conto le esigenze degli altri.
7.Quando accade di essere in disaccordo, per esempio, su cosa fare degli oggetti personali di vostro figlio/a cercate di non mostrare la vostra collera.
8.Anche se il desiderio sessuale può svanire, trascorrete del tempo scambiandovi tenerezze. Questo aiuta sempre.
9.State attenti perché gli altri figli potrebbero non voler soffrire da soli ma controllarsi in attesa che i genitori piangano assieme a loro. Ritardare il corso del dolore può rendere più difficile superarlo
10.         Non prendete grosse decisioni familiari, come cambiare casa o lavoro, per almeno un anno. Ogni cambiamento si risolverebbe in maggiore stress.
11.         Se la famiglia non si sente in grado di affrontare discussioni, cercate un aiuto esterno. Potreste trovarlo in un gruppo di persone che, come voi, hanno perduto i figli. Può anche rivelarsi saggio cercare 1’aiuto di uno psicologo o di un terapeuta che abbia familiarità con i percorsi del dolore e del lutto.
12.         Abbiate pazienza. Le cose andranno meglio. Rendetevi conto che il tradizionale periodo di "un anno di lutto" raramente può bastare quando si perde un figlio, Riprendersi dalla perdita di un figlio richiede pazienza, duro lavoro e tempo. Solo combinando questi tre elementi uno può uscire dal lutto. I ricordi non andranno mai via, né devono. Ma , potete sperarlo, l’intensità del dolore diminuirà e gli spasmi dell’angoscia si faranno sempre meno frequenti.

martedì 14 agosto 2018

CROLLO DEL PONTE MORANDI: CONSIGLI PER CHI HA DEI BAMBINI

CROLLO DEL PONTE MORANDI: CONSIGLI PER CHI HA DEI BAMBINI
Cari Genitori
Sono come penso tutti voi angosciato e shoccato da quanto avvenuto a Genova. Sono incollato alla TV e mi aumenta la tensione, l'ansia, il magone e la rabbia.
Alcuni di noi avranno amici o parenti interessati e dovranno elaborare forti sentimenti di perdita e di lutto e poi, (anzi prima) abbiamo i bambini che dobbiamo difendere e tutelare.
Mi permetto di consigliarvi di chiudere TV e di parlare di altro perchè le comunicazioni di tragedie creano degli stati di ansia che nei bambini possono lasciare degli esiti e delle tracce. (leggete dopo*)
Questo non vuol dire che non si debba parlare ai bambini e spiegare, senza enfasi come avviene giornalisticamente, cosa è avvenuto. Per chi deve comunicare cattive notizie (purtroppo abbiamo segnalazione di vari morti e feriti) trovate a questo link alcuni consigli.
Il primo è quello di parlare chiaramente ai bambini, dopo che avete superato il primo shock, in quanto viene la tentazione, per tutelarli di nascondere la verità. Verità che prima o poi esce e che è meglio, con le dovute cautele, comunicare ai vostri bambini:
https://ferrandoalberto.blogspot.com/search?q=angoscia

*MAMMA LA TV MI FA STAR MALE!!!  perché urlano o sono tutti arrabbiati o molto tristi?
Cari genitori
Già in passato ho parlato dei rischi psicofisici a cui vanno incontro i nostri bambini esposti a informazioni, soprattutto alla TV, tragiche. Non mi riferisco, ovviamente, ai programmi per l’infanzia che, seguiti in maniera limitata, sono anche rilassanti per il bambino ma a tutti i tg, o ai vari talkshow dove le notizie vengono date in toni allarmistici, urlate, sopratono e dove qualsiasi cosa fa spettacolo, comprese  la sofferenza e il dolore della gente.
Situazioni tristi e dolorose fanno parte della vita di ogni essere umano e anche i bambini debbono purtroppo affrontarle, elaborarle e ..superarle. Affinchè i bambini possano farlo è necessario che le notizie non siano artatamente esagerate, amplificate e reiteratamente ripetute per evitare di creare ed alimentare ansie, timori e paure.
Questo vale per le informazioni che tra Tv, Internet, social network e le varie tecnologie piovono addosso a noi e, inevitabilmente, ai nostri bambini.
Purtroppo le notizie tragiche sono molte e i vari TG,  anziché utilizzare modalità di comunicazione pacate, “aggrediscono” il telespettatore con toni fatti apposta per coinvolgere emotivamente e creare “emozioni” (non certo positive) in tutti coloro che sono davanti ai teleschermi.
Cosa succede a noi e ai bambini? Si hanno reazioni, quali ansia, paura, depressione, precarietà, instabilità, insicurezza, angoscia dovute più alla modalità comunicativa che alla notizia in se stessa.

Cosa fare?? Usare il telecomando che permette di chiudere l’intrusione casalinga :-) .  Informarsi sui fatti e spiegare ai bambini cosa accade con pacatezza. Informarli su notizie anche dolorose ma senza enfatizzazioni. Bisogna spiegar loro, con parole semplici, quanto avviene.
Bisogna cercare, inoltre, di evitare  di riguardare gli stessi servizi perché  i più piccoli potrebbero capire che le stesse tragedie continuano a ripetersi.
Chiedere consigli al pediatra se il bambino presentasse comportamenti anomali quali reazioni di paura, rifiuto, irritabilità o patologie dette “somatoformi” equivalenti di stati d’ansia quali dolori addominali, cefalea, irritabilità, disturbi del sonno, enuresi ecc.

La TV, come tutti gli strumenti, va utilizzata con moderazione  e non proibita completamente…ma i TG forse si, soprattutto quelli urlati, meglio evitarli.



domenica 15 settembre 2019

I CAPRICCI

I CAPRICCI 😭😩
Il cosìdetto “capriccio” va interpretato dai genitori. 👭
E’ un modo che i bambini 👼 hanno per esprimere qualcosa che non sanno esprimere in altro modo e poi tutti i bambini (e anche molti adulti) non sono in grado di gestire la rabbia 🤬
“Le lacrime 😢di ostinazione e capriccio, sono lacrime di impotenza, ribellione😤, un disperato sforzo di protesta, una richiesta d’aiuto, la dimostrazione che i bambini vengono bloccati e forzati, un sintomo di malessere😔🦸‍♂, sempre e comunque sofferenza”
J. Korczak
A partire da circa  18 – 24 mesi  mesi i bambini  hanno la necessità di affermare se stessi ed autodeterminarsi. Vogliono prendere in mano la propria vita e diventare sempre più autonomi 🆓ma  hanno anche bisogno di essere dipendenti e il conflitto interno tra la spinta all’autonomia e l’incontro coi propri limiti favorisce  le crisi di rabbia dei bambini. Il bambino vuole scegliere e decidere 🤔per sé, ma ha anche bisogno dell’adulto che  pone confini protettivi. D’altro canto, i “no” sono faticosi da accettare e nei bambini suscitano facilmente forti emozioni di frustrazione: ecco appunto le crisi di rabbia (i cosiddetti “capricci”).
Attraverso il capriccio il bambino manifesta  varie richieste e pressioni come ad esempio la pretesa di  determinati alimenti o di guardare  la TV📺 o i giochi 📱durante il pasto. 
La tavola 🍽è un luogo perfetto, anche se non l'unico, per questi "scontri di potere" dove il bambino può manifestare la propria autonomia e i suoi  atteggiamenti oppositivi, spesso, mettono in discussione le regole stabilite dall'adulto, facendo leva sulla preoccupazione che un genitore  può avere per il corretto nutrimento del proprio figlio.  Ai capricci i genitori debbono essere pronti a rispondere, cercando, prima di tutto, di capire le motivazioni che li hanno determinati  e cercando di agire di comune intesa💏. 
Quando il bambino non riesce a raggiungere un obiettivo, o è costretto a fare qualcosa che non vuole, o gli si nega qualcosa che desidera, può reagire con un'esplosione di rabbia 😤che è la manifestazione della sua angoscia 😧 riscontrare, contrariamente a ciò che desiderava, la propria incapacità a ottenere quello che desiderava.
È molto probabile che, a questo punto, emergano capricci e rifiuti ostinati e che nell'interazione genitore-figlio si stabilisca sempre come esempio a tavola, un vero e proprio "braccio di ferro all'ultimo boccone"💪. Il bambino impara prestissimo a sostenere la sfida ⚔con i grandi a tavola. Inoltre, se manca la sensazione del piacere durante l'alimentazione, emerge una serie di difficoltà ad autoregolarsi nelle dosi e nella qualità del cibo, con il rischio che nel corso dello sviluppo tutto ciò possa trasformarsi in un disturbo del comportamento alimentare🥼.
Se i capricci a tavola o in altri momenti della giornata sono trascurati o sono affrontati in modo inadeguato o con tentativi disfunzionali reiterati, nel tempo, si possono trasformare in un problema persistente. Con danni a tutta la famiglia e, soprattutto, al bambino.
Ma per quale motivo un bambino fa i capricci? 
E' questo che dobbiamo comprendere. A volte esplodono improvvisamente per una cosa banalissima ma dietro, spesso c’è dell'altro e sta ai genitori, magari aiutati dal pediatra👨‍⚕ e/o da un pedagogista👩‍⚕, capirlo. 
I capricci si svolgono sempre su due piani:
1.         esplicito, con motivazioni a volte veramente di poco conto tipo: voglio questo o voglio vestirmi in quel modo;
2.         implicito: è il piano quasi mai immediatamente evidente che può riguardare aspetti affettivi, psicologici e  relazionali del bambino, con il genitore (o con l’adulto a cui è affidato: vedi tata🤱 e personale degli asili). 
I piani impliciti più frequenti sono:
"Bisogno di un segno di amore❤" perché non è sicuro di essere amato🥰 (magari in particolari circostanze come un lutto, un trasloco, l'arrivo di un fratellino).
"Bisogno di sapere quanto potere ha il bambino" nella relazione con gli adulti. Percepire di non averne o, al contrario, averne troppo (bambino tiranno) aumenta il disagio e di conseguenza  i "capricci".
"Bisogno di regole, ovvero quanto potere ha il genitore": attraverso il capriccio il bambino può segnalare che l'adulto non sta gestendo adeguatamente il suo potere con lui. Il bambino ha bisogno che l'adulto lo eserciti adeguatamente, in modo chiaro, coerente ed esplicito, per dare un preciso orientamento e fornire sicurezza. Ha bisogno che l'adulto gli dica "No", con fermezza 😐e con chiarezza al fine di percepire attorno a sé sicurezza. La fermezza,😐 la coerenza e la sensatezza nel porre le regole fanno parte dell'amorevolezza. E il bambino lo sente.
"Bisogno di sapere se il genitore è sufficientemente stabile e forte". E' angosciante per il bambino avere un adulto fragile 😰che lui può comandare. Il bambino assume allora la parte di quello "forte", che decide ma senza aver esperienza e competenze😬. Avremo quindi un bambino che sebbene assuma atteggiamenti dispotici, dittatoriali e intimidenti nei confronti di un adulto debole, è un bambino in crisi.
"Bisogno di autonomia": sentire riconosciuto un certo grado (all’inizio piccolissimo) di autonomia (da subito, per esempio nel ritmo e nella durata della suzione). Se non vengono riconosciute le proprie competenze è possibile che, prima di disperarsi del tutto, cerchi di "forzare" l’adulto con dei capricci. 
"Bisogno di percepirsi come soggetto della propria vita". Il bambino ha bisogno che sia sistematicamente riconosciuto dagli adulti che si occupano di lui il valore del suo sentire, del suo pensare, del suo desiderare e del suo volere. 
Non è facile, ma sapendolo, si hanno più possibilità di reagire in modo adeguato
Che cosa fare quando i bambini fanno i capricci?
Può essere utile interrompere il contatto, per un breve tempo.
Ma una cosa, fra tutte, è fondamentale: mai mettersi al livello del bambino. Mai.
Anche quando è esasperato, il genitore deve ricordarsi di essere su un altro piano. Non è mai il caso di mettersi a litigare col bambino.
La relazione tra adulto e bambino non è paritaria. L'adulto ha dei compiti educativi.
Le regole standard che un genitore cerca di stabilire a tavola – e che il bambino può mettere in discussione con i capricci – sono (oltre a non guardare Tv o videogiochi): 
•          imparare a mangiare senza farsi imboccare; 
•          mangiare tutto ciò che c'è nel piatto (facendo porzioni di cibo adeguate e non eccessive); 
•          non giocare con il cibo o giocattoli; 
•          mangiare tutti i cibi proposti dal genitore, anche quelli meno desiderabili ma importanti per differenziare l’alimentazione; 
•          non alzarsi da tavola prima che il pasto sia concluso o il genitore dà il permesso di alzarsi.          
Per far rispettare queste poche e fondamentali regole l'adulto non deve far altro che armarsi di molta pazienza e guidare dolcemente il comportamento del bimbo. 

Quindi:
•          Imporre delle regole chiare e ragionevoli. L'osservanza delle regole dà ai bambini la sensazione di aver imparato a gestirsi e di aver accontentato i propri genitori e ciò fa nascere in loro sentimenti di autostima. (il potere del genitore; forza, stabilità e chiarezza del genitore).
•          Esprimere il vostro consenso e il vostro gradimento quando il bambino si comporta bene: se il bambino avverte che quello che fa da contentezza ai  suoi genitori, si sente gratificato e importante, e questo lo stimola a ripetere quel comportamento adottato. (far sentire il bambino riconosciuto, rispettarne l’autonomia).
•          Non impartire ordini rigidi e autorevoli (Mangia e zitto!) 
•          Non arrivare a contrattazione con il ricatto emotivo (Fallo per la mamma, ti prego). 
•          Non forzare e fare pressioni. L'eventualità che il bimbo possa mangiare di meno o addirittura saltare il pasto crea angoscia e genera fantasie catastrofiche ("Non mangerà, non crescerà, si sentirà male" e via dicendo). 
•          Non insistere perché l'ostinazione si può trasformare gradualmente in costrizione e mettere il bambino a disagio e impedirgli di sperimentare la sensazione del piacere che naturalmente dovrebbe accompagnare l'esperienza del pasto. 
•          Non infliggere punizioni perchè non sono un mezzo educativo efficace. 
•          Non ascoltate i consigli di parenti ed amici: voi soli conoscete vostro figlio come nessun altro può farlo. 
•          Non fare confronti con fratelli, sorelle o amici.
•          Non usare le minacce.
•          Non tormentatevi chiedendovi se state facendo le cose giuste e se siete dei bravi genitori.
•          Armatevi di tanta pazienza e vedrete che il tempo risolverà molti problemi. 
Le crisi di rabbia, oltre a rappresentare la frustrazione associata al non poter dare corso al proprio volere, nascondono bisogni, paure😱, ansie😨, disagi, gelosie del piccolo e che l’adulto dovrebbe cercare di decifrare. La classica situazione del bambino che ha una crisi al supermercato ci rimanda, per esempio, alla sua stanchezza, o alla sua fame o noia o bisogno di attenzione.

I  bambini, fino talvolta anche a 5-6 anni, tendono ad esprimere frustrazioni quindi attraverso il corpo e le lacrime. Questo meccanismo man mano che il bambino cresce ed acquisisce maggiori competenze verbali, sociali, cognitive ed emotive lascia il posto a modalità per noi adulti più “adeguate”.

Le crisi di rabbia rappresentano quindi una fase del percorso di crescita dei bambini e del loro sviluppo emotivo.

Ripeto: è fondamentale evitare il più possibile di giudicare e sgridare il bambino che esprime così il suo vissuto ma aiutarlo a calmarsi, rispecchiando le sue emozioni, infatti “l’esplosione di rabbia da parte del genitore potrebbe spaventare il bambino a tal punto da ridurre al minimo le probabilità che egli impari– T. B. Brazelton/J. D. Sparrow

Per supportare un bambino in questi momenti è utile utilizzare, quindi, il rispecchiamento emotivo. Per esempio:  “So che vorresti restare al parco perché ti stai divertendo… ora dobbiamo andare è ora di cena”. Nel momento in cui il bambino si mette a piangere, per esempio, si può dire: “Vedo che sei molto dispiaciuto perché dobbiamo andare via, ti capisco è bello giocare al parco…” dandogli un sostegno affettivo per aiutarlo a calmarsi, nella modalità che il genitore sa essere efficace per lui, possibilmente standogli vicino affinché il piccolo non si senta lasciato da solo in un momento di grande bisogno sul piano emotivo.
In certi casi è necessario aspettare che “la tempesta si plachi” e poi quando il bambino si è calmato, proporre anche una modalità alternativa accettabile di comportamento per la prossima volta. Per esempio: “Succede di arrabbiarsi è normale. Quando sei arrabbiato non puoi lanciare le macchinine. La prossima volta puoi fare….(oppure, se il bambino è un po’ più grande, gli si può dire: “cosa potresti fare la prossima volta?”). 
È importante aiutare e guidare il bambino a capire cosa prova e insegnargli anche strategie diverse di gestione della propria emotività: così, nel tempo, troverà altri modi per gestire la frustrazione, a suo beneficio presente e futuro.
Bisogna inoltre ricordare che dopo la crisi di collera, durante la quale si è gettato a terra o ha lanciato oggetti o ha urlato vomitato o altro, il bambino avrà bisogno della protezione forte e rassicurante di braccia amorevoli e va consolato ( T. B. Brazelton/J.D. Sparrow).
Infine parlatene con il vostro pediatra curante




lunedì 31 luglio 2017

CAPRICCI A TAVOLA: perché e cosa fare?

CAPRICCI A TAVOLA: perché e cosa fare?
 Nei primi anni di vita molti bambini possono avere, nella vita quotidiana e spesso a tavola, degli atteggiamenti oppositivi, “capricciosi” e reagire negativamente all’introduzione di nuovi cibi nell’alimentazione quotidiana. A volte il capriccio è scatenato da problemi apparentemente banali (tipo volere un particolare cibo e se non lo ottiene….scattare il “capriccio”).
Dallo svezzamento in poi il bambino va incontro a nuove abitudini alimentari e  scopre nuovi gusti; il genitore, come abbiamo scritto nello svezzamento e nei capitoli precedenti, decide le regole per un’educazione alimentare corretta (cosa, quando e dove si mangia) influenzando, per gli anni successivi, il rapporto del figlio con il cibo anche attraverso il suo comportamento. 
Il bambino, all’inizio, viene in contatto con sapori e odori che, in alcuni casi, accetta subito, altre volte, dopo vari tentativi. 
E’ compito del genitore  fornire al bambino una corretta alimentazione, offrendogli alimenti  sani per crescere, cercando  di assecondare le sue preferenze e i suoi gusti e, nel frattempo, sottoporgli anche alimenti che almeno inizialmente non desiderano mangiare.
Può succedere che in questa fase  alcuni bimbi rifiutino il cibo e facciano  capricci che possono sorprendere per la loro violenza, a volte vere crisi di collera, davanti alle quali papà e mamma non sanno come reagire.
E` utile sapere che atteggiamenti di questo tipo sono frequenti e non sono avvisaglie,  o il preludio, di un futuro carattere intrattabile e che non sempre  sono la conseguenza di errori educativi ma fanno parte dell’accrescimento del bambino.

Il bambino, intorno ai 2 anni, acquisisce maggior  autonomia e può cercare di manifestare, attraverso il capriccio, varie richieste e far pressione per determinati alimenti o per determinati comportamenti alimentari ad esempio pretendendo la TV o giochi durante il pasto. 
 La tavola è un luogo perfetto, anche se non l’unico, per questi “scontri di potere” per manifestare la propria autonomia: gli atteggiamenti oppositivi dei bambini mettono in discussione le regole stabilite dall’adulto facendo leva sulla preoccupazione del genitore per il corretto nutrimento del proprio figlio attraverso i “cosiddetti” capricci cui i genitori debbono essere pronti a rispondere cercando, prima di tutto, di capirne i motivi e cercando di agire di comune intesa
Quando il bambino non riesce a raggiungere un obiettivo, o è costretto a fare qualcosa che non vuole, o gli si nega qualcosa che desidera può reagire  con un’esplosione di rabbia che è la manifestazione della sua angoscia nel riscontrare, contrariamente a ciò che desiderava, la propria incapacità a ottenere quello che desiderava.
È molto probabile che, a questo punto, emergano capricci e rifiuti ostinati e che nell’interazione genitore-figlio si stabilisca un vero e proprio “braccio di ferro all’ultimo boccone”. Il bambino impara prestissimo a sostenere la sfida con i grandi a tavola. Inoltre, se manca la sensazione del piacere durante l’alimentazione, emerge una serie di difficoltà ad autoregolarsi nelle dosi e nella qualità del cibo, col rischio che nel corso dello sviluppo tutto ciò possa trasformarsi in un disturbo del comportamento alimentare.
Se i capricci a tavola o in altri momenti della giornata sono trascurati o sono  affrontati  in modo inadeguato o con tentativi disfunzionali reiterati, nel tempo, si possono trasformare  in un problema persistente. Con danni a tutta la famiglia e, soprattutto, al bambino.
Ma per quale motivo un bambino fa i capricci? E’ questo che dobbiamo capire. A volte esplodono improvvisamente per una cosa banalissima ma dietro, spesso c’è dell’altro e sta ai genitori, magari aiutati dal pediatra e/o da un pedagogista, capirlo. 

I capricci si svolgono sempre su due piani:
-       esplicito, con motivazioni a volte veramente di poco conto tipo: voglio questo o voglio vestirmi in quel modo;
-       implicito. E’ il piano quasi mai  immediatamente evidente che può riguardare aspetti affettivi, psicologici e  relazionali del bambino, con il genitore (o con l’adulto a cui è affidato: vedi tata e personale degli asili). 
I piani impliciti più frequenti sono:
-        “Bisogno di un segno di amore” perché non è sicuro di essere amato (magari in certi periodi come un lutto, un trasloco, l’arrivo di un fratellino).
-       “Bisogno di sapere quanto potere ha il bambino” nella relazione con gli adulti. Percepire di non averne o, al contrario, averne troppo (bambino tiranno) aumenta il disagio e di conseguenza fa i “capricci”.
-       “Bisogno di regole, ovvero quanto potere ha il genitore”: attraverso il capriccio il bambino può segnalare che l’adulto non stai gestendo adeguatamente il suo potere con il bambino. Il bambino  ha bisogno che l’adulto lo eserciti adeguatamente, in modo chiara, coerente ed esplicita, per dare un preciso orientamento e fornire sicurezza”. Ha bisogno che l’adulto gli dica “No”, con fermezza e con chiarezza al fine  di percepire attorno a sé sicurezza. La fermezza, la coerenza e la sensatezza nel porre le regole fanno parte dell’amorevolezza. E il bambino lo sente.
-       “Bisogno di sapere se il genitore è sufficientemente stabile e forte”. E’ angosciante per il bambino avere un adulto fragile che lui può comandare. Il bambino assume allora la parte di quello “forte”, che decide ma senza aver esperienza e competenze. Avrà atteggiamenti dispotici, dittatoriali, che intimidiscono ulteriormente un adulto debole ma il bambino sarà in crisi.
-       “Bisogno di autonomia”: sentire riconosciuto un certo grado (all’inizio piccolissimo) di autonomia (da subito, per esempio nel ritmo e nella durata della suzione). Se non vengono riconosciute le proprie competenze è possibile che, prima di disperarsi del tutto, cerchi di “forzare” l’adulto con dei capricci. 
-       “Bisogno di percepirsi come soggetto della propria vita” Il bambino ha bisogno che sia sistematicamente riconosciuto dagli adulti che si occupano di lui il valore del suo sentire, del suo pensare, del suo desiderare e del suo volere. 
Ricapitolando i fabbisogni “impliciti” alla base dei cosiddetti ”capricci” le interazioni sono, 
l’amore; 
-       il potere del bambino; 
-       il potere del genitore; 
-       la forza, stabilità e chiarezza del genitore (non genitore marionetta) ; 
-       l’autonomia; 
-       sentirsi riconosciuto (con i suoli voleri, sentimenti e desideri).

Non è facile, ma sapendolo, si hanno più possibilità di reagire in modo adeguato
Mi capita spesso di ascoltare mamme avvilite e preoccupate: la frustrazione è tale che a volte piangono o esprimono la loro delusione e la loro ansia attraverso la rabbia. A volte lo fanno davanti al bambino. E questo va proprio evitato.
Capita e non mi meraviglio, pensando a quanto importante sia per una nutrice alimentare vedere crescere il proprio figlio. Ma, poiché, soprattutto, per i bimbi piccoli, “la mamma è cibo e il cibo è mamma“, di fronte al rifiuto del bambino possono innescarsi dinamiche poco utili e, a volte, addirittura dannose, sostenute dalla convinzione di avere davanti un piccolo tiranno, testardo ed egocentrico.
Suvvia, un boccone per la mamma, uno per il papà e uno per la nonna!
Sovente, si fa attenzione al “sintomo” e non a cosa lo motivi!!! Cercando di ovviare al livello “esplicito” dobbiamo cercare di capire la spinta “implicita” alla base della reazione del“capriccio”.
Poi a volte, nella realtà quotidiana, accade spesso che siamo semplicemente davanti a un bambino che ha poco appetito, o che ha bisogno di mangiare poco, oppure che non è ancora pronto per quel dato alimento, per quel particolare momento conviviale, per il distacco dai rituali che lo legano alla mamma attraverso l’allattamento. 
Semplicemente, il bambino può non avere l’appetito che la mamma, o i familiari, si aspettano. L’inappetenza di un figlio è un concetto la cui relatività sta fra i suoi reali bisogni e le aspettative di chi lo nutre.
Ma se non realizziamo questo, possono instaurarsi meccanismi che creano un disturbo e una alterazione della relazione tra bambino e famiglia!
 Il bambino reagisce con il capriccio o con crisi di opposizione a cui spesso corrispondono atteggiamenti degli adulti che rendono la situazione sempre più complessa e difficile da risolvere: famiglie che hanno l’ansia di sedersi a tavola, di andare a cena con amici e bambini che instaurano un pessimo rapporto con il cibo…e con i genitori. Genitori che girano da vari medici e specialisti che spesso valutano quanto di loro competenza medica in base loro specialità “medicalizzando” sempre di più la vita del bambino.
Talora si arriva a richieste di fare “punture per farlo mangiare”, sedativi per calmarlo o di un “bel ricovero” .
Quante volte sento dire ”Non capisco come faccia a crescere con quel poco che mangia” per poi verificare, tenendo un  diario alimentare, che il bambino assume nutrimenti e calorie a sufficienza oltre al fatto che le curve di accrescimento sono perfettamente nella norma.
Se il bambino è sano, cresce normalmente e continua a mostrarsi vivace e allegro, non vi è alcun motivo di condizionarlo con aspettative che non può comprendere, né soddisfare, poiché nel suo istinto e nella sua spinta evolutiva egli ha strumenti insospettabili di autoregolazione dell’appetito e della sazietà.
·      Insistere significa forzare un sistema di autoregolazione evolutosi per migliaia di anni; 
·      mostrarsi dispiaciuti significa generare nel bambino il dubbio che egli non sia adeguato, accettato ed amato a causa del suo rifiuto; 
·      lasciarsi prendere dall’ansia significa rischiare di compromettere la serenità della corrispondenza armoniosa prima fra la mamma nutrice e il bambino nutrito e poi con tutta la famiglia
Rispettiamo, quindi, ciò che ha imparato dalla natura e che noi, invece, abbiamo dimenticato.

COSA FARE QUANDO FA IL CAPRICCIO?
Può essere utile interrompere il contatto, per un breve tempo.
Ma una cosa, fra tutte, è fondamentale: mai mettersi al livello del bambino. Mai.
Anche quando è esasperato, il genitore deve ricordarsi di essere su un altro piano. Non è mai il caso di mettersi a litigare col bambino. 
La relazione tra adulto e bambino non è paritaria. L’adulto ha dei compiti educativi.

Le regole standard che un genitore cerca di stabilire a tavola – e che il bambino può mettere in discussione con i capricci – sono descritte  in altre parti del libro (oltre a non guardare Tv o videogiochi): 
-       imparare a mangiare senza farsi imboccare; 
-       mangiare tutto ciò che c’è nel piatto (facendo porzioni di cibo adeguate e no9n eccessive; 
-       non giocare con il cibo o giocattoli; 
-       mangiare tutti i cibi proposti dal genitore, anche quelli meno desiderabili ma importanti per differenziare l’alimentazione; 
-       non alzarsi da tavola prima che il pasto sia concluso o il genitore dà il permesso di alzarsi. 
Per far rispettare queste poche e fondamentali regole l’adulto non deve far altro che armarsi di molta pazienza e guidare dolcemente il comportamento del bimbo. 

Quindi:

-       Imporre delle regole chiare e ragionevoli. L`osservanza delle regole dà ai bambini la sensazione di aver imparato a gestirsi e di aver accontentato i propri genitori e ciò fa nascere in loro sentimenti di autostima. (il potere del genitore; forza, stabilità e chiarezza del genitore)
·      Esprimere il vostro consenso e il vostro gradimento quando il bambino si comporta bene: se il bambino avverte che quello che fa da contentezza ai  suoi genitori si sente gratificato e importante e questo lo stimola a ripetere quel comportamento adottato. (far sentire il bambino riconosciuto, rispettarne l’autonomia)
·      Non impartire ordini rigidi e autorevoli (Mangia e zitto!) 
·      Non arrivare a contrattazione  con il ricatto emotivo (“Fallo per la mamma, ti prego”). 
·      Non forzare e fare pressioni. L’eventualità che il bimbo possa mangiare di meno o addirittura saltare il pasto crea angoscia e genera fantasie catastrofiche (“Non mangerà, non crescerà, si sentirà male” e via dicendo). 
·      Non insistere perché l'ostinazione si può trasformare gradualmente in costrizione e mettere il bambino a disagio e impedirgli di sperimentare la sensazione del piacere che naturalmente dovrebbe accompagnare l’esperienza del pasto. 
·      Non infliggere punizioni perchè non sono un mezzo educativo efficace. 
·      Non ascoltate i consigli di parenti ed amici: voi soli conoscete vostro figlio come nessun altro può farlo. 
·      Non fare confronti con fratelli, sorelle o amici.
·      Non usare le minacce.
·      Non tormentatevi chiedendovi se state facendo le cose giuste e se siete dei bravi genitori.
·      Armatevi di tanta pazienza e vedrete che il tempo risolverà molti problemi. 

In alcune situazioni e famiglie si ottengono buoni risultati anche cone le cos’dette “terapie strategiche brevi (Nardone, Watzlavick). Consigli di base sono:
1.    ”osservare senza intervenire” 
2.    “congiura del silenzio”. 
3.    “vietare per ottenere”
In che cosa consistono:
1.    Innanzitutto bisogna bloccare il proprio interventismo e studiare la situazione che, in seguito, potrà essere gestire in maniera differente. (osservare senza intervenire)
2.    Non parlare di cibo e di alimentazione di fronte al bambino: i genitori  devono  evitare di parlare del problema e  interrompere ogni forma di "forzatura" a mangiare. (congiura del silenzio)
3.    Il secondo passo, decisivo per sperimentare un’interazione differente, è la 
4.    negazione o, meglio, il vietare per ottenere. 
La mamma dovrà mettere in pratica alcuni stratagemmi: 
·      fare porzioni minime nel piatto.
·      Gustare pietanze prelibate ostentando piacere. 
·      Dichiarare che certi cibi non sono per i bambini vietandone l’assaggio. 
·      Proibire di sedersi a tavola e mangiare o non apparecchiare per "chi non ha appetito" (trattamento da riservare solo ai bambini che iniziano a lamentarsi prima di essersi seduti a tavola). 
·      Osservare senza intervenire, ovvero rimandare al figlio la responsabilità delle sue azioni.

·      Chiedere espressamente ai famigliari di evitare di intervenire in qualunque modo nei confronti del problema o anche solo di parlarne, ma di limitarsi ad osservarlo.