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domenica 19 gennaio 2020

PARABOLA DELLA FORMICA DEMOTIVATA E SCARTATA

PARABOLA DELLA FORMICA DEMOTIVATA E SCARTATA
La parabola del licenziamento della formica immotivata: applicabile in tanti ambiti e soprattutto nel campo della sanità ove l'operatore conta sempre meno :-), :-)
- C’era una volta una formica (vedi medico, infermiere o altra professione) che ogni mattina si recava presto nel suo ufficio.
Svolgeva il suo lavoro con dedizione e attenzione e per questo eccelleva.
Era produttiva e felice!
- Un giorno, il direttore vespa, vedendo che la formica svolgeva così bene il suo lavoro pur non avendo un supervisore, ebbe un pensiero:
“Se la formica è così produttiva senza la supervisione di qualcuno, lo sarebbe ancora di più se invece ne avesse uno! ”
- Quindi il direttore stabilì che lo scarafaggio le facesse da supervisore. Questi era molto competente e svolgeva il suo ruolo in modo impeccabile.
-Nella sua nuova funzione la prima misura che prese lo scarafaggio, fu quella di regolare l’orario di entrata e di uscita della formica. (quando ho iniziato a lavorare in ospedale non c'era il cartellino ma si facevano più ore dell'orologio)
-Quindi le fornì una scrivania per aiutarla a tenere i registri e chiamò un ragno affinché organizzasse i documenti e rispondesse al telefono (dilagante aumento di assunzione di personale amministrativo).
Il direttore vespa era felice che il lavoro aumentasse di qualità e a basso costo.
Ne discusse anche in alcune riunioni mostrando i grafici del grande miglioramento.
Intanto, per meglio adempiere alla sua funzione, lo scarafaggio assunse una mosca e acquistò più attrezzature.
- La formica (operatore sanitario), che una volta era così produttiva e felice del suo lavoro, cominciò a sentirsi oppressa tra tante carte, apparati e riunioni.
- Con il reparto in piena fase di sviluppo, il direttore vespa pensò che fosse arrivato il momento di assumere un direttore di zona (vedi aumento delle assunzioni di direttori di distretto ad es.).
- Scelse quindi la cicala che essendo molto esigente, si mise subito ad esaminare l’ufficio della formica. (e giù c orsi di management).
- Non passò molto tempo prima che la nuova manager sentisse la necessità di attrezzature personali e di una assistente (sempre più personale amministrativo e aumento della burocrazia).
Assunse quindi la pulce, che aveva già lavorato con lei in precedenza.
- Insieme studiarono una strategia di miglioramento per il reparto e un controllo del bilancio per l’area in cui lavorava la formica.(vedi i vari corsi e certificati di qualità ISO, Joint Commission ecc.)
- Intanto la poverina, diventava ogni giorno più triste e sfiduciata.
Non cantava più …(operatori in burn out)
Un giorno lo scarafaggio parlò al direttore vespa della possibilità di investire dei fondi in un nuovo progetto per ottimizzare il tempo.
- Il direttore vespa si mostrò subito d’accordo, ma analizzando le finanze dell’azienda per stabilire il fondo, si accorse che la formica non era più produttiva come una volta e i guadagni dell’azienda erano scesi notevolmente.(livellamento degli stipendi)
Per questa ragione assunse il gufo, che era un consulente molto noto nell’ambiente delle finanze.
- Il direttore vespa gli chiese di fare una diagnosi della situazione.(i vari commissari che finora sono serviti a dare dei soldi a gente che poco nulla ha risolto ma ha preso stipendi superiori a quelli degli operatori in sanità)
Il gufo lavorò per tre mesi su questa diagnosi e nella sua ampia relazione di conclusione, scrisse che la società aveva un numero troppo alto dipendenti, alcuni dei quali, inutili.
Era giunto il momento di licenziare qualcuno e indovinate chi fu l’unico dipendente a perdere il posto di lavoro?
- Si, avete indovinato, la formica. (nel campo della sanità invece si arriva a "privatizzare)
La poverina era molto cambiata negli ultimi tempi, si sentiva demoralizzata e immotivata a causa di tutti quei cambiamenti e quelle assunzioni.
Non riusciva più a concentrarsi e a tenere il passo con la compagnia.
Morale della storia:
-il direttore, rendendosi conto dei grossi guadagni che la formica portava all’azienda, fu preso dall’avidità e senza pensare alle necessità e ai bisogni della sua dipendente, pensò solo ad incrementare i guadagni e ad assumere altro personale. (

-In tutto questo dimenticò di fare la cosa più importante: prendersi cura e investire soprattutto in chi aveva contributo a far crescere l’azienda. (il cosiddetto trascurato CAPITALE UMANO)

- La formica, sentendosi demotivata e inibita de tante novità, iniziò a produrre meno e presto venne “scartata”come se si trattasse di un problema.
Tutto questo, spesso, accade anche nella vita reale.
Quando intrecciamo nuove relazioni, tendiamo a trascurare e a svalutare quelle persone che sono con noi fin dall’inizio.
Pensiamo solo ai nuovi amici, alle novità e così giorno dopo giorno, distruggiamo i rapporti più autentici e che tanto ci hanno aiutato durante la nostra vita.
Riflettete con saggezza su questa parabola e condividetela con i vostri amici, lo apprezzeranno!

Tratta da: https://www.giornodopogiorno.org/2018/07/12/la-parabola-del-licenziamento-della-formica-immotivata/


sabato 24 marzo 2012

Il camice? lo odio


EBBENE SI: ODIO IL CAMICE
Dopo avere letto la bella lettera della mamma quando dice che la nonna diceva, di me, che non usavo il camice ho fatto alcune considerazioni e riflessioni  sui motivi che mi hanno portato a fare il medico. Mi vengono in mente motivazioni positive e nobili: fare stare meglio le persone, la possibilità di salvare delle vite, la paura delle malatie e il fascino della ricerca e delle cause delle malattie ma anche motivazioni un po’ meno altruistiche quali: la paura del medico e delle malattie.
A tutt’oggi non so dirvi quanto abbiano pesato nella decisione i vari fattori ma molto lo debbo alla paura che avevo del “dottore”.
Quando ero piccolo, tanto, tanto tempo fa il “dottore” (che allora era “u sciu megu” e non “quel..lo della mutua””) veniva chiamato con timore reverenziale e ansia quando la malattia non guariva da sola e le cose duravano da giorni. La visita a casa del medico era una occasione che si celebrava quasi come una Comunione e non lo si chiamava mai se non dopo giorni e giorni di malattia. Quando arrivava la case era pulita a lucido, la mamma era stata dal parrucchiere  e anche il malato era tutto pulito e doveva sorridere. Si tiravano fuori le tazze da caffè e i bicchieri della domenica (il servizio buono) e l’asciugamano fatto a mano. Quando poi il divino arrivava era come arrivasse non dico il Papa ma una persona moto importante. Si pendeva dalle sue labbra.
E lui? Il Sciu Medu? Il mio Megu era …”antipatico”, non sorrideva mai, mi parlava con fare serio, mi piantava una paletta o un cucchiaino in gola facendomi vomitare o quasi (motivo per cui mi sgridava). Non contento di questo mi piazzava un aggeggio gelato sulla schiena (il fonendo/stetoscopio, le mani fredde sulla pancia e palpava le zone intime senza chiedere alcun permesso.
Quando poi andavo in studio…che   soggezione: sala d‘attesa buia con mobili bui, libri scuri con scritte incomprensibili e quadri che avrebbero depresso la persona più ottimista della terra. Poi entravi nello studio accolto da odore di disinfettante e in mezzo lui con addosso il CAMICE segno di potere, di distinzione tra LUI e noi Miseri umani. Visita con soggezione, tutto nudo, nessun rispetto della privacy di un bambino..Questo dopo i 5-6 anni, prima ero più furbo e indomito, urlavo piangevo e cercavo di scappare sia quando andavo da Lui sia quando andavo dal parrucchiere che indossava il CAMICE.
Ecco, ora mentre scrivo, mi viene in mente che forse, anche in base ad esperienze che ho fatto dopo con alcuni cosìdetti “SCIU MEGHI”, ho deciso di fare il medico per difendermi dal medico (o almeno da alcuni) e soprattutto ho sempre evitato il camice. Oltre ai mie precedenti angoscianti ricordo i primi camici comprati amorevolmente dai miei genitori quando ero studente e di come avevo notato di come venisse usato da me studente e da tutti, in ogni occasione: per uscire a fare passeggiate nei viali (magari con il fonendo al collo che fa tanto dott. Kildare), al Bar..al cesso…
Ora direte è una questione di Igiene: ora forse si viene cambiato più frequentemente, si toglie quando si va in mensa ma anni fa non era così il camice non era un esempio di igiene e pulizia e poi, soprattutto creava, secondo me uno squilibrio tra il malato (in pigiama) e il medico che sembrava che facesse del camice il suo “status symbol”.
La cosa poi è peggiorata quando sono arrivato al gaslini. Quei poveri bambini legati al letto (si legati perché una volta i genitori non potevano stare con i figli in ospedale e venivano legati per evitare che si buttassero dal letto!!) vedevano solo infermiere in divisa e medici con il camice. Quando ho iniziato a fare attività di consulenza ricordando i miei precedenti (paura del camice) e la paura dei bambini mi sono tolto il camice.
La cosa in ospedale non è stata colta bene: sono stato ripreso più volte anche se spiegavo che i bambini avevano paura…anche se spiegavo che i miei vestiti erano sicuramente più igienici dei camici che allora venivano cambiati una volta alla settimana.
Unica eccezione: le camere di isolamento, la rianimazione e i reparti di bambini con immunodepressione ove CI SI DEVE VESTIRE  con materiale sterile MONO USOogni volta che si viene in contatto con loro.
Ma  in corsia?? E nell’ambulatorio??? Via il camice, magari un sorriso e una caramella e anche un sorriso da parte dei bambini e dei genitori e il camice??? Non lo posseggo da decenni. L’ho detestato fin da piccolo e tuttora lo detesto e se debbo usarlo per igiene e  per pulizia uso, nei casi particolari (visite in certi reparti) dei vestiti mono uso adatti.
SE poi uno vede il camice come uno “status symbol” o il paziente ritiene che il medico debba avere il camice…? Troverà dei Colleghi, molto bravi anche più di me, che lo usano e a cui si possono rivolgere

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