Genitori, fate i genitori. Amare un figlio è anche saper dire di no
Lo scrivo senza voglia di puntare il dito su nessuno, perché chi punta il dito davanti a una tragedia non aiuta nessuno, e perché tutti — me compreso — possiamo solo provare a fare del nostro meglio in un mestiere, quello del genitore, che non si studia su nessun libro.
Ma in questi giorni leggo le notizie, ascolto le famiglie nel mio ambulatorio, e sento che è arrivato il momento di dire una cosa chiara, con tutta la delicatezza che merita, ma anche con tutta la fermezza necessaria.
I fatti di questi giorni:
Questa notte, a Senago, nel Milanese, un’auto con nove ragazzi a bordo è finita nel canale Villoresi. Tre di loro — tutti diciassettenni — non ce l’hanno fatta. Gli altri sei, feriti, sono stati portati in ospedale. Il conducente, diciannove anni, è risultato positivo all’alcol test ed è indagato per omicidio stradale aggravato. Nove ragazzi su un’unica auto, all’alba, di ritorno da una notte fuori. La maggior parte minorenni.
Pochi giorni fa, un’altra notizia ci aveva lasciato senza parole: alcuni ragazzi coinvolti nell’investimento mortale di una giovane donna, Sofia Barberi, hanno filmato la scena e ne hanno riso, pubblicando tutto sui social, prima di tentare scuse imbarazzate davanti all’indignazione generale.
Sono due episodi diversi, distanti, scollegati tra loro nella dinamica. Ma raccontano, insieme, qualcosa che dovrebbe farci riflettere tutti, non solo come pediatri, ma come adulti, genitori, comunità.
Il filo che lega tutto:
Non sto dicendo che questi episodi siano “colpa” dei genitori di quei ragazzi specifici. Non li conosco, non conosco le loro storie, e sarebbe ingiusto e scorretto processare delle famiglie sulla base di un articolo di cronaca. Quello che voglio dire è un’altra cosa, più ampia: stiamo osservando, come società, gli effetti a lungo termine di un modo di crescere i figli che si è diffuso negli ultimi vent’anni, fatto di permissivismo precoce, di scarsa tolleranza alla frustrazione, di un’idea distorta di cosa significhi amare un bambino.
Amare i propri figli non vuol dire concedere tutto. Vuol dire, spesso, il contrario: saper togliere. Vuol dire non concedere tutto e subito. Non riempirli di doni e di cose, ma lasciare che imparino a desiderarle.
E quando protestano — perché protesteranno, è normale, è sano — saper reggere quella protesta e dire di no.
Un bambino a cui tutto viene concesso fin dalla più tenera età, senza attese, senza piccole rinunce, senza la fatica del desiderio, cresce con strumenti emotivi più fragili per affrontare il mondo. Fatica a tollerare un limite, un rifiuto, un imprevisto. E da adolescente, quel vuoto di allenamento alla frustrazione può tradursi in comportamenti che a noi adulti sembrano incomprensibili: la guida spericolata, l’incapacità di percepire il rischio, l’indifferenza di fronte al dolore altrui filmato e riso in diretta sui social.
Anche il caso inglese ci parla
In questi giorni il Regno Unito ha annunciato il divieto dei social media per gli under 16. Durante un servizio della BBC in una scuola britannica, una studentessa intervistata ha confessato il suo timore più grande di fronte a questa misura: non sapere più come restare in contatto con gli amici. È una frase innocente, detta da una ragazzina. Ma fotografa bene il problema, che ha due facce.
Da una parte c’è certamente la responsabilità delle piattaforme, progettate per catturare l’attenzione e creare dipendenza fin dalla preadolescenza: su questo le evidenze, pur con margini ancora da approfondire, sono sempre più solide. Dall’altra c’è la responsabilità di chi, a casa, ha concesso fin da piccoli un uso libero e senza limiti di quegli strumenti, fino a renderli — appunto — l’unico linguaggio che molti ragazzi conoscono per dirsi “io ci sono”. Il problema non è solo cosa permettono i social. È anche cosa abbiamo permesso noi.
E lo vediamo anche qui da noi, a Genova, in altre forme: nei minori non accompagnati che faticano a trovare una collocazione e un’appartenenza, nelle ronde cittadine che nascono come risposta spontanea — comprensibile nella paura che la genera, ma non risolutiva — a un disagio sociale più profondo. Sono fenomeni diversi tra loro, ma tutti ci dicono la stessa cosa: stiamo cercando soluzioni a valle di un problema che nasce molto, molto a monte.
Dove nasce davvero il problema
Di fronte a questi episodi servono sicuramente interventi riparativi: percorsi di responsabilizzazione, sostegno alle famiglie coinvolte, lavoro educativo nelle scuole e nelle comunità. Ma se ci fermiamo solo alla riparazione, continueremo a rincorrere l’emergenza senza mai prevenirla.
Ed è qui che, come pediatra, torno sempre allo stesso punto: i primi 1000 giorni di vita.
Non è uno slogan, è un dato di fatto sostenuto dalla letteratura scientifica internazionale (Nurturing Care Framework, OMS/UNICEF/Banca Mondiale, 2018): è in quella finestra precocissima — dal concepimento ai due anni — che si costruiscono le basi neurobiologiche ed emotive su cui poggerà tutto lo sviluppo successivo, compresa la capacità di tollerare la frustrazione, di riconoscere i limiti, di costruire relazioni sane.
Se cambi l’inizio della storia, cambi la storia.
Servono però interventi strutturati: percorsi di sostegno alla genitorialità fin dalla gravidanza, formazione continua per pediatri, educatori, insegnanti, assistenti sociali, e un reale coordinamento tra le diverse figure professionali che ruotano intorno a una famiglia.
Mi auguro che Regioni, Comuni e Governo comincino a farsi carico con maggiore decisione di questa priorità, perché da soli, come singoli professionisti, possiamo fare molto, ma non possiamo bastare.
E un’ultima cosa, forse la più importante: questi percorsi vanno costruiti con i genitori, non solo per i genitori. Le famiglie non sono il problema da correggere dall’esterno: sono la prima risorsa con cui collaborare. Sono loro, accompagnate e sostenute fin dai primissimi giorni, a poter cambiare davvero il corso della storia dei propri figli.
Cosa cambia da ora in poi?
Niente cambia da un giorno all’altro. Ma ogni piccolo “no” detto con amore, ogni desiderio che un bambino impara a coltivare invece che a soddisfare all’istante, ogni limite spiegato e tenuto con fermezza e tenerezza insieme, è un mattone in più nella costruzione di un adulto capace di stare nel mondo. Lo è oggi, per chi ha un bambino piccolo. Lo sarà domani, quando quel bambino sarà un adolescente alla guida di un’auto, o davanti a uno smartphone, o di fronte al dolore di qualcun altro.
Genitori, fate i genitori. Anche quando costa fatica. Soprattutto quando costa fatica.
E sicuramente più facile dire di sì che negare qualcosa. Alla fine di una giornata di lavoro si è stanchi e non si ha a volte il tempo la voglia di stare a sentire lamentele, discussioni o pianti. Ma concedere sempre non porta a nulla di buono.

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