Settembre, si ricomincia: il sonno, la colazione e le domande al pediatra: bambini zombie??
Rubrica «Il medico risponde» — Primocanale, lunedì 31 agosto 2026
di Alberto Ferrando, pediatra — Presidente APEL, Associazione Pediatri Extraospedalieri Liguri
Stamattina a Primocanale abbiamo parlato del rientro: la fine delle vacanze, gli orari che vanno rimessi in riga, e tutto quello che arriva puntuale ogni settembre nei nostri ambulatori. Sono arrivate parecchie domande, al numero verde e su WhatsApp. Le riporto qui riordinate per argomento, con qualche riferimento in più che in diretta, per ragioni di tempo, non si riesce mai a dare.
Il «bambino zombie» di settembre si previene adesso
Ogni anno succede la stessa cosa. Passano due o tre settimane dall’inizio della scuola e in ambulatorio arrivano bambini stanchi, nervosi, pallidi, che non mangiano. I genitori mi chiedono un ricostituente.
Quasi sempre quello che manca non è un ricostituente. Sono ore di sonno. D’estate si va a letto più tardi, ci si sveglia più tardi, e va benissimo così. Il problema nasce quando a settembre resta l’abitudine di addormentarsi tardi ma la sveglia torna a suonare alle sette. Da lì il bambino che al mattino non si sveglia, e che nessuno sciroppino — naturale, alternativo o miracoloso che sia — riesce a rimettere in piedi.
Il consiglio vale per tutti e vale da subito: chi ha tempo non aspetti tempo. Si anticipa l’ora di andare a letto di dieci-quindici minuti per volta, non tutto in una notte. In una settimana si recupera un’ora abbondante senza drammi.
Quante ore servono davvero? I riferimenti dell’American Academy of Sleep Medicine, condivisi dall’American Academy of Pediatrics, sono questi [1]:
Età | Ore di sonno nelle 24 ore (sonnellini inclusi) |
1–2 anni | 11–14 ore |
3–5 anni | 10–13 ore |
6–12 anni | 9–12 ore |
13–18 anni | 8–10 ore |
Sono indicazioni di popolazione, non voti in pagella: c’è il bambino che sta bene con dieci ore e quello che ne chiede dodici. Ma se vostro figlio dorme sistematicamente molto meno del limite inferiore, quello è il primo posto dove guardare.
I tre pilastri, e non sono in vendita
Lo ripeto fino ad annoiare: per stare bene servono tre cose. Un sonno adeguato. Un’alimentazione adeguata. Attività fisica.
Sull’ultimo punto una precisazione che mi sta a cuore: l’attività fisica giusta è quella che piace al bambino, non quella che piace a papà o a mamma. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda per i bambini e i ragazzi dai 5 ai 17 anni almeno un’ora al giorno di attività fisica di intensità moderata o vigorosa, in media sulla settimana [2]. Un’ora di qualcosa che gli piace la fanno. Un’ora di qualcosa che detestano la mollano a novembre.
La sera: luci basse, niente schermi, un libro
La routine della sera comincia prima di quanto pensiamo. Si abbassano le luci e i rumori, si rallenta il ritmo della casa. E soprattutto si spengono gli schermi.
Non è una fissazione dei pediatri: la luce serale, in particolare le lunghezze d’onda del blu, riduce la secrezione di melatonina, l’ormone che facilita l’addormentamento, e sposta più avanti l’orologio biologico. Le revisioni sistematiche sul rapporto tra schermi e sonno in età pediatrica trovano nella grande maggioranza degli studi un’associazione con meno ore di sonno e addormentamento più difficile [3].
Al posto dello schermo, un libro. Nel bambino piccolo, la lettura ad alta voce da parte dei genitori: è l’iniziativa Nati per Leggere, che portiamo avanti da decenni e che sta prendendo sempre più campo [4]. La lettura condivisa nutre la mente in un modo che lo schermo non replica, ed è uno dei pochi interventi di promozione della salute con un rapporto costi-benefici imbattibile: costa un libro.
Poi la regola che vale per tutti, adolescenti compresi e genitori compresi: il cellulare non entra in camera. Perché quell’aggeggio lì un messaggio ce l’ha sempre, arriva a qualsiasi ora, fa blink, e ti porta via il sonno. Poi c’è la tentazione di aprirlo, e da lì parte lo scrolling infinito — quello che ormai anche i dizionari hanno battezzato
brain rot, il cervello che marcisce. Il risultato lo vedo al mattino: ragazzi con delle occhiaie che arrivano alle ginocchia.
La colazione non è un optional
Tempo fa un papà mi ha detto: «Dottore, ho fatto i conti. Da quando ci svegliamo a quando siamo a scuola passano dieci minuti». E allora cos’è, Superman? Ci si alza di corsa, il tempo per la colazione non c’è.
Ma il tempo per la colazione va costruito, perché è un momento e non un adempimento: la fa il bambino, e la facciamo anche noi genitori. E si tiene presente che i due problemi sono collegati — se ci si sveglia esausti perché si è dormito poco, l’appetito al mattino non c’è e la colazione salta da sola. Le revisioni disponibili associano la colazione regolare a un rendimento cognitivo e scolastico migliore; sono in gran parte studi osservazionali, quindi parliamo di associazione più che di causa dimostrata, ma la direzione è concorde [5].
Le vostre domande
«I miei due figli adolescenti hanno passato agosto con orari sballati, a letto dopo le quattro. Ora passano la notte svegli in casa. C’è qualche integratore che mi consiglia?» — Anna
Di prodotti in commercio ce ne sono tantissimi, ma il fai da te no. Ne parli con il medico curante.
E soprattutto: nessun integratore risolve il problema se prima non si sposta l’orario. Se si andava a letto alle quattro, si comincia dalle tre e mezza, poi le tre, e si recupera pian piano. Attenzione anche alle erbe: «naturale» non vuol dire privo di effetti collaterali, perché anche le erbe ne hanno.
Sulla melatonina, che ormai la televisione pubblicizza da tutte le parti, aggiungo qui quello che in diretta non ho avuto modo di dire. In Italia le confezioni fino a 1 mg sono integratori alimentari e si comprano liberamente; sopra 1 mg si tratta di un medicinale. Nel bambino e nell’adolescente l’uso è in genere off-label e mancano dati solidi sulla sicurezza a lungo termine: non è una caramella. Negli Stati Uniti, dove la diffusione è molto maggiore, le segnalazioni ai centri antiveleni per ingestioni pediatriche di melatonina sono aumentate in modo marcato nell’arco di dieci anni [6]. Quindi: eventualmente sì, ma prescritta e dosata da chi conosce il ragazzo, e sempre insieme al lavoro sugli orari, mai al posto di quello.
Un’ultima cosa, che è la più efficace e la più dimenticata. In adolescenza esiste un ritardo fisiologico della fase del sonno: il corpo, biologicamente, chiede di addormentarsi più tardi. Per rimetterlo in riga non basta agire sulla sera, bisogna agire sul mattino: luce naturale appena svegli, tapparelle su, colazione alla finestra, dieci minuti fuori casa. La luce del mattino è il segnale più potente che abbiamo per anticipare l’orologio biologico. E anticipare a piccoli passi, quindici-trenta minuti ogni due-tre giorni.
Con gli adolescenti è dura. In bocca al lupo.
«Perché alcuni bambini di circa tre anni, al risveglio dal sonno del pomeriggio, piangono in modo nervoso?» — Franco
Succede, ed è molto comune. Ci sono bambini che si svegliano col sorriso e bambini che si svegliano — passatemi il genovese — un po’ risurrei, e piangono. Vale anche per noi adulti: c’è chi si sveglia bene e chi si sveglia male. Spesso è una caratteristica del bambino, spesso è una fase transitoria, e in genere passa da sola dopo qualche minuto di coccole.
Aggiungo un nome, che a volte tranquillizza i genitori: quando il risveglio è accompagnato da pianto inconsolabile, sguardo assente e apparente irraggiungibilità per qualche minuto, si parla di risvegli confusionali. Sono classificati fra le parasonnie del sonno non-REM, sono tipici dell’età prescolare, benigni e autolimitanti [7]. In quei minuti conviene non insistere, non scuotere e non tentare di «farlo ragionare»: si resta vicini e si aspetta.
Quando invece vale la pena parlarne al pediatra: se gli episodi sono molto frequenti, se avvengono di notte in modo ripetuto, e soprattutto se il bambino russa abitualmente o ha pause respiratorie nel sonno. In quel caso il problema può non essere il risveglio, ma la qualità del sonno che lo precede.
«Ho un ragazzo di 14 anni: cosa posso dargli per potenziare le difese immunitarie in vista dell’autunno-inverno?»
Partiamo dal contesto. Non è tanto il freddo a farci ammalare: è che con l’aria più fresca si sta meno all’aperto e più al chiuso, riaprono le scuole e le comunità, e i virus circolano. Che siano già in giro non è un’ipotesi: alcuni pediatri fanno il tampone ai bambini con febbre per capire quale virus sia, e il virus influenzale è già stato isolato.
Detto questo, sarò impopolare. Il mercato dei farmaci e dei parafarmaci «per non fare ammalare» è un mercato miliardario, e i benefici sono soprattutto per chi vende, più che per chi prende. I migliori ricostituenti — lo dico fino a diventare noioso — sono un numero adeguato di ore di riposo, un’alimentazione adeguata e l’attività fisica. Nessuno sciroppo miracoloso supplisce a queste carenze.
Veniamo da decenni in cui noi medici, e la colpa è anche nostra, abbiamo abituato le persone all’idea che per ogni cosa esista un rimedio. In inglese si diceva
for every ill there is a pill: per ogni malattia una pillola. Ma se uno soffre di gastrite, è inutile che prenda l’antiulcera e continui a mangiare in modo disordinato.
Qualcosa che funziona esiste, ma va personalizzato. La vitamina D, per esempio, ha anche un’azione sul sistema immunitario — soprattutto, però, in chi ne è carente. È esattamente ciò che mostrano i dati: le meta-analisi su dati individuali indicano una riduzione modesta delle infezioni respiratorie acute con la supplementazione, con il beneficio concentrato nei soggetti con livelli bassi [8]. Dopo un’estate passata all’aperto, molti ragazzi la vitamina D se la sono già fatta da soli.
E qui il concetto che vorrei passasse più di tutti: distinguere il beneficio sperimentale dal beneficio sul singolo. Prendete il resveratrolo, la sostanza del vino rosso, che negli studi ha mostrato numerose azioni favorevoli. Peccato che le dosi usate nei modelli animali, riportate all’uomo, corrispondano a quantità di vino che nessuno può bere: le dosi degli studi su animale non si trasferiscono direttamente sulla persona. È un principio generale e vale per moltissimi «integratori dei miracoli».
Un’ultima aggiunta, che in diretta ho tralasciato e che invece è la risposta più concreta alla domanda. Se l’obiettivo è ammalarsi meno in autunno, la misura di gran lunga più efficace non è uno sciroppo: è la vaccinazione antinfluenzale. La circolare del Ministero della Salute per la stagione 2026-2027, pubblicata il 23 giugno 2026, raccomanda il vaccino a partire dai 6 mesi di vita, con offerta attiva e gratuita ai bambini fra 6 mesi e 6 anni, e indica alle Regioni l’avvio delle somministrazioni dalla quarantesima settimana, quindi dai primi giorni di ottobre [9]. Per i bambini sotto i 9 anni mai vaccinati prima servono due dosi alla prima stagione. Aggiungete il lavaggio delle mani e l’abitudine a non mandare a scuola i bambini febbrili, e avete fatto più di qualsiasi integratore.
«Ieri mio figlio, scendendo dalla moto, ha avuto un forte capogiro. Ha bevuto e gli è passato. Come si riconosce un calo di pressione?»
Con il caldo può succedere un po’ a tutti. Quando si sta accovacciati o seduti e ci si tira su di scatto, può comparire la cosiddetta ipotensione ortostatica: la pressione cala per qualche secondo prima che i meccanismi di compenso entrino in funzione. Sono fenomeni transitori, e infatti se andiamo a misurare la pressione dopo la troviamo già normale — motivo per cui misurarla a episodio concluso serve a poco.
Se è un episodio occasionale, in una giornata calda, dopo essere stati fermi, non c’è da preoccuparsi. Conta molto l’idratazione: con il caldo bisogna bere, e bere abbastanza, perché la disidratazione è uno dei fattori che favoriscono questi cali.
Aggiungo però il criterio che in diretta non ho dato e che serve per distinguere il banale dal non banale. Formalmente si parla di ipotensione ortostatica per una caduta di almeno 20 mmHg della pressione sistolica o di almeno 10 mmHg della diastolica entro tre minuti dal passaggio in posizione eretta [10]. Ci sono situazioni in cui invece un capogiro o uno svenimento va sempre approfondito, con visita ed elettrocardiogramma:
• se avviene durante uno sforzo fisico, non dopo;
• se avviene di colpo, senza alcun preavviso (niente vista annebbiata, niente sudorazione, niente nausea);
• se è accompagnato da cardiopalmo o dolore al petto;
• se in famiglia ci sono stati casi di morte improvvisa in giovane età o di malattie cardiache ereditarie.
Fuori da queste condizioni, il capogiro dopo essere stati fermi al caldo è quasi sempre quello che sembra.
«Mia nuora dice che lo svezzamento oggi è tutto diverso: liberi tutti, date quello che volete. Io da nonna sono in panico, e anche i genitori mi sembrano più spaesati di prima»
Questa domanda contiene tre temi importanti: come cambiano le cose, l’alimentazione, e i nonni. Comincio dai nonni, perché è la parte che mi interessa di più.
I nonni sono una risorsa enorme. Però, poveri nonni: noi medici una volta dicevamo una cosa, adesso ne diciamo un’altra, e fra qualche anno ne diremo un’altra ancora. Mi è capitato di aver dato una certa modalità di svezzamento a persone che allora erano genitori e che oggi sono nonni dei bambini che seguo — e nel frattempo le indicazioni sono cambiate. Per questo invito i genitori a portare in ambulatorio anche i nonni.
Cosa è cambiato, in concreto. Una volta si temeva che introdurre gli alimenti presto rendesse i bambini allergici. Quindi c’era uno scadenzario: l’uovo non prima dei nove-dodici mesi, niente agrumi, niente questo, niente quell’altro, solo pappine fino a un anno o più. Grandi studi durati decenni hanno dimostrato che era sbagliato: l’introduzione precoce e varia degli alimenti è protettiva, perché l’organismo sviluppa tolleranza.
Lo studio che ha cambiato il paradigma è il LEAP, pubblicato nel 2015: nei lattanti ad alto rischio l’introduzione precoce dell’arachide ha ridotto di circa l’80% la comparsa dell’allergia rispetto all’evitamento [11]. Negli Stati Uniti, dove l’allergia all’arachide è molto più frequente che da noi, le linee guida arrivano a consigliare l’introduzione già dal quarto mese.
Qui però va messa una precisazione importante, perché in diretta rischia di passare come un «liberi tutti» e non lo è. L’indicazione dei 4 mesi riguarda i lattanti ad alto rischio — quelli con eczema grave e/o allergia all’uovo — e prevede una valutazione preliminare prima di iniziare; per gli altri bambini la finestra è quella normale dell’alimentazione complementare [12]. E l’alimentazione complementare, secondo le indicazioni europee, non va iniziata prima delle 17 settimane né ritardata oltre le 26 [13]. Quindi non «date quello che volete quando volete», ma: introducete presto, in modo vario, senza calendari rigidi e senza esclusioni preventive, parlandone con il vostro pediatra.
E il messaggio a nonni e genitori insieme, che per me vale più di tutto il resto: non entriamo nella logica del «fai così, sbagli» e «io facevo così». Chiediamo perché. La spiegazione ve la può dare il pediatra. Una mamma una volta mi ha detto: «Vuole farmi del male facendo venire mia suocera?». No, non faccio del male a nessuno. La cosa importante è avere un’informazione chiara, mettersi uno di fronte all’altro, dire i dubbi, le perplessità, anche le contrarietà — e parlarne. Se no si creano litigi e un brutto ambiente che danneggia tutti, bambino compreso. Soprattutto lui.
«Mio figlio ha avuto un bambino a luglio. Lui e mia nuora non vogliono che lo prendiamo in braccio perché non è ancora vaccinato. Lei cosa ne pensa?»
Fra i consigli che diamo c’è quello di evitare i contatti con troppe persone nei primi mesi. Ma «troppe persone» è vago, perché ne basta una: una sola, che stia incubando qualcosa.
Ed è questo il punto che spesso sfugge. Non serve incontrare qualcuno visibilmente malato. Ci sono persone che stanno benissimo e sono portatrici di virus — vale per gli herpes virus, per il virus della sesta malattia — oppure che stanno bene perché sono in fase di incubazione, e sono già contagiose. Quindi nei primi tre mesi, e ancora di più nel primo mese, il consiglio è di far «rimenare» il bambino il meno possibile da estranei.
Poi c’è il capitolo vaccinazioni, e qui va detta una cosa che tranquillizza poco ma è onesta. Le vaccinazioni coprono alcune malattie, ma quelle che fanno più paura a noi pediatri nel neonato non sono principalmente quelle coperte dai vaccini del bambino. C’è la pertosse, che nel primo anno di vita è una malattia bruttissima: la vaccinazione della mamma in gravidanza — raccomandata a ogni gravidanza, tra la 27ª e la 36ª settimana — riduce molto il rischio nel lattante, ma non lo azzera [14]. E poi ci sono le banali virosi: quello che per noi adulti è un raffreddore, in un bambino di un mese può portare a complicazioni serie. Fra poco comincerà anche la stagione del virus respiratorio sinciziale.
Su quest’ultimo aggiungo un’informazione che ai neogenitori serve avere adesso, a fine agosto, e non a dicembre: per il VRS oggi esiste l’immunizzazione con nirsevimab, un anticorpo monoclonale, raccomandato da SIP e SIN per tutti i neonati e lattanti alla loro prima stagione epidemica, indipendentemente dal mese di nascita, con somministrazione prima della dimissione per i nati in stagione e in ottobre per i nati fra aprile e settembre. I dati italiani di efficacia sul campo hanno mostrato una riduzione intorno al 90% dei ricoveri per bronchiolite da VRS [15]. Un bambino nato a luglio rientra pienamente nella platea: parlatene con il vostro pediatra e verificate le modalità organizzative della vostra ASL, che variano da Regione a Regione.
Quindi, alla domanda: i genitori non hanno torto, e la loro prudenza va rispettata. Ma i nonni sono un’altra cosa. Salvo situazioni particolari — un bambino prematuro, un problema di salute — che i nonni tengano un po’ in braccio il nipote mi sembra il minimo sindacale. Se ci sono molti timori, si può usare la mascherina, e si lavano le mani prima. Utile anche che chi vive accanto al neonato sia vaccinato contro influenza e pertosse: è la cosiddetta strategia del bozzolo, si protegge il piccolo proteggendo chi gli sta intorno.
Discorso diverso per il conoscente occasionale o il vicino di casa che chiede di prenderlo in braccio, si china sul passeggino, bacia le manine e gli parla a un palmo dal viso. Lì si può dire di no senza sentirsi scortesi: un neonato non è un oggetto da guardare, toccare e baciare. Trovate voi l’equilibrio, in casa, fra il bisogno del bambino di stare in braccio e le paure legittime dei genitori.
«Cosa si può fare con un bambino di un anno e mezzo che non dorme di notte?»
Intanto va detto che è un problema da affrontare, non da sopportare: un bambino che non dorme crea uno squilibrio in tutta la famiglia, e la privazione di sonno prolungata fa danni al bambino e ai genitori.
Il percorso è questo. Primo: verificare che il bambino stia bene, che non ci sia qualcosa sotto. Secondo: tenere un diario del sonno per una settimana — sonno diurno e notturno, orari, risvegli, e anche cosa fa durante la giornata, come mangia, come va di corpo. Terzo: chiedere al pediatra un appuntamento dedicato, eventualmente anche senza il bambino, in presenza o come videovisita, perché serve tempo per parlare con il diario alla mano.
Le cause possibili sono tante. Può darsi che dorma troppo di giorno. Può darsi che ci siano bambini ad alto contatto, che hanno bisogno del contatto con la mamma: la mamma glielo dà, giustamente, e il bambino prende l’abitudine di addormentarsi nel lettone attaccato a lei, possibilmente al seno. Nel primo mese e nei primi mesi è giustissimo così. Ma man mano che il bambino cresce, dobbiamo aiutarlo a costruire un po’ di autonomia: dovrebbe imparare ad addormentarsi con i suoi mezzi. Gli interventi comportamentali sui disturbi dell’addormentamento e sui risvegli notturni della prima infanzia sono fra i pochi in questo campo ad avere un buon supporto di evidenze [16].
Il discorso del sonno è lungo e va personalizzato molto. Aggiungo che al Gaslini esiste un ambulatorio dedicato al bambino che non dorme, per i casi che lo richiedono; conviene farsi indicare dal proprio pediatra il percorso di accesso aggiornato.
Quello che invece non va fatto è risolvere con la pillolina o le goccine. Il meccanismo del sonno è complesso, ma affrontarlo si può.
Cosa cambia da ora in poi
• Da questa settimana: anticipate l’ora di andare a letto di 10-15 minuti ogni due-tre giorni, senza aspettare il primo giorno di scuola.
• Alla sera: luci basse, niente schermi nell’ultima ora, un libro. Il cellulare fuori dalla camera, per tutti.
• Al mattino: luce naturale appena svegli e tempo vero per la colazione.
• A ottobre: vaccinazione antinfluenzale per i bambini da 6 mesi a 6 anni (offerta gratuita) e per chi vive con un neonato.
• Se in casa c’è un bambino nato quest’anno: parlate con il pediatra dell’immunizzazione contro il VRS prima che inizi la stagione.
• Se un bambino non dorme: diario del sonno per una settimana, poi appuntamento dedicato. Non integratori presi da soli.
Rischi e limiti di quanto avete letto
Questo articolo ha valore informativo generale e non sostituisce la visita né il rapporto con il vostro pediatra: le risposte date in diretta valgono per la situazione descritta da chi ha telefonato o scritto, che io non ho potuto visitare. Ogni indicazione su farmaci, integratori, vitamine o melatonina va personalizzata sul singolo bambino. Le raccomandazioni vaccinali e le modalità organizzative dell’immunizzazione contro il VRS possono variare da Regione a Regione e vengono aggiornate ogni stagione: verificate sempre le indicazioni in vigore con il vostro pediatra o con la ASL.
Note e riferimenti
[1] Paruthi S. et al., «Recommended Amount of Sleep for Pediatric Populations: A Consensus Statement of the American Academy of Sleep Medicine», Journal of Clinical Sleep Medicine, 2016;12(6):785-786. Raccomandazioni condivise dall’American Academy of Pediatrics.
[2] World Health Organization, «WHO Guidelines on Physical Activity and Sedentary Behaviour», 2020 — fascia 5-17 anni.
[3] Hale L., Guan S., «Screen time and sleep among school-aged children and adolescents: a systematic literature review», Sleep Medicine Reviews, 2015;21:50-58. Si veda anche American Academy of Pediatrics, «Media Use in School-Aged Children and Adolescents», Pediatrics, 2016. Nota: si tratta in prevalenza di studi osservazionali, che documentano un’associazione robusta e coerente più che un nesso causale dimostrato.
[4] Programma nazionale Nati per Leggere, promosso da Associazione Culturale Pediatri (ACP), Associazione Italiana Biblioteche (AIB) e Centro per la Salute del Bambino (CSB), attivo dal 1999. Sul ruolo della promozione della lettura in ambulatorio: American Academy of Pediatrics, «Literacy Promotion: An Essential Component of Primary Care Pediatric Practice», Pediatrics, 2014.
[5] Adolphus K., Lawton C.L., Dye L., «The effects of breakfast on behavior and academic performance in children and adolescents», Frontiers in Human Neuroscience, 2013;7:425. Evidenza in prevalenza osservazionale.
[6] Lelak K. et al., «Pediatric Melatonin Ingestions — United States, 2012-2021», MMWR Morbidity and Mortality Weekly Report, CDC, 2022;71(22):725-729. Dato statunitense, non direttamente trasferibile al contesto italiano, dove la diffusione del prodotto è diversa. Sull’inquadramento normativo italiano (integratore fino a 1 mg, medicinale oltre): il claim autorizzato in ambito europeo per 1 mg di melatonina riguarda la riduzione del tempo necessario ad addormentarsi. Verificare con il proprio medico la formulazione e il dosaggio.
[7] American Academy of Sleep Medicine, «International Classification of Sleep Disorders», 3ª edizione — parasonnie del sonno non-REM, risvegli confusionali.
[8] Martineau A.R. et al., «Vitamin D supplementation to prevent acute respiratory tract infections: systematic review and meta-analysis of individual participant data», BMJ, 2017;356:i6583; aggiornamento: Jolliffe D.A. et al., The Lancet Diabetes & Endocrinology, 2021;9(5):276-292. Effetto protettivo complessivo modesto, più marcato nei soggetti con livelli bassi di vitamina D.
[9] Ministero della Salute, Circolare «Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2026-2027», pubblicata il 23 giugno 2026, predisposta con l’Istituto Superiore di Sanità e le Regioni, sentito il Consiglio Superiore di Sanità.
[10] Definizione di consenso internazionale di ipotensione ortostatica: riduzione di almeno 20 mmHg della pressione sistolica o di almeno 10 mmHg della diastolica entro tre minuti dall’assunzione della posizione eretta. I criteri di allarme per la sincope in età pediatrica e adolescenziale (sincope da sforzo, assenza di prodromi, cardiopalmo, familiarità per morte improvvisa giovanile) sono quelli condivisi dalle linee guida cardiologiche sulla sincope.
[11] Du Toit G. et al., «Randomized Trial of Peanut Consumption in Infants at Risk for Peanut Allergy» (studio LEAP), New England Journal of Medicine, 2015;372:803-813. Si veda anche Perkin M.R. et al. (studio EAT), New England Journal of Medicine, 2016;374:1733-1743.
[12] National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), «Addendum Guidelines for the Prevention of Peanut Allergy in the United States», 2017: introduzione dell’arachide fra i 4 e i 6 mesi nei lattanti ad alto rischio (eczema grave e/o allergia all’uovo), previa valutazione specialistica. Documento statunitense: le indicazioni operative italiane vanno concordate con il proprio pediatra.
[13] ESPGHAN, «Complementary Feeding: A Position Paper by the ESPGHAN Committee on Nutrition», Journal of Pediatric Gastroenterology and Nutrition, 2017 — alimentazione complementare da non introdurre prima delle 17 settimane né oltre le 26 settimane compiute.
[14] Ministero della Salute, Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale — vaccinazione dTpa raccomandata in ogni gravidanza, preferibilmente tra la 27ª e la 36ª settimana. Gli studi di efficacia sul campo documentano una riduzione consistente ma non totale della pertosse nel lattante nei primi mesi di vita.
[15] Società Italiana di Pediatria e Società Italiana di Neonatologia, raccomandazioni unificate per la prevenzione dell’infezione da Virus Respiratorio Sinciziale con nirsevimab (documento pubblicato per la stagione 2025-2026; verificare l’aggiornamento per la stagione 2026-2027 e le delibere regionali). Dato italiano di efficacia sul campo: studio multicentrico coordinato dall’AOU Meyer IRCCS di Firenze, pubblicato su Journal of Infection, riduzione di circa il 90% delle ospedalizzazioni per bronchiolite da VRS nella stagione 2024-2025.
[16] Mindell J.A. et al., «Behavioral treatment of bedtime problems and night wakings in infants and young children», Sleep, 2006;29(10):1263-1276 — revisione delle evidenze sugli interventi comportamentali in età pediatrica.
Il video integrale della puntata è disponibile sul sito di Primocanale.

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