martedì 1 maggio 2018

Il padre di oggi: autoritario? amico? autorevole?

Il padre di oggi: autoritario? amico? autorevole?
Riporto un articolo sulla figura e ruolo del padre  che trovate sul sito “Aiuto Famiglia”. Concordo con quanto scritto e soprattutto:
-      Necessità di presenza soprattutto da una certa età dl figlio ma da sempre per la moglie
-      Autorevolezza: il padre non è un amico del figlio
-      Il conflitto generazionale è costruttivo, l’assenza può far destare preoccupazioni
-      Bellissima la frase finale “…commovente bellezza di fare il padre, cosa ben diversa dal semplice essere padre….”
Alberto Ferrando
Padre-amico? Ai figli non serve un rapporto paritario
 Nella nostra sezione “FIGLI - GENITORI”, abbiamo inserito alla pagina  un interessante articolo di Maurizio Quilici pubblicato oggi su “NOI famiglia&vita”. Link in fondo
Assente o troppo presente, dolce o severo, inutile o necessario, smarrito o sicuro di sé… Sul padre si scrive e si afferma di tutto. Vuol dire che finalmente ci si è accorti che il maschio è cambiato e che l’essere padre – parte essenziale della mascolinità – ha assunto caratteri rivoluzionari. Non è eccessivo il termine (spesso parlo e scrivo di 'rivoluzione paterna') perché per molti aspetti il padre attuale non ha riscontri nella storia dell’umanità. Accorgersi che il padre di oggi è profondamente diverso da quello di cinquanta o sessant’anni fa è condizione necessaria ma non sufficiente per trarre le conseguenze e assegnargli un nuovo ruolo nella società e in famiglia. Così assistiamo spesso a stereotipi a senso invertito: casi in cui a soffrire dei pregiudizi di genere non è la donna, da secoli penalizzata, ma l’uomo, o meglio il padre. Anche questa è una novità storica.
Un tema così complesso, così nuovo, così articolato (e così importante) merita di essere esaminato con continuità e precisione, seguito nella sua evoluzione e nelle sue trasformazioni. È questo il compito che si sono prefissi l’Istituto di studi sulla paternità, e l’Università RomaTre - Dipartimento di scienze della formazione, che dopo aver pubblicato, lo scorso anno, il 1° Rapporto sulla paternità in Italia, il 19 marzo scorso hanno dato vita ad una Giornata di studi sulla paternità i cui contributi costituiranno il 2° Rapporto. Se dovessimo 'disegnare' il padre che è emerso da questi lavori lo faremmo con un tratto leggero, sfumato. Perché la trasformazione cominciata mezzo secolo fa continua, è un processo costante, un continuo osservarsi, confrontarsi, modificarsi. Non ci sono più i tratti marcati di quando padre e madre avevano ruoli ben definiti, chiesti (imposti) dalla società. E il padre è in continua evoluzione, alla ricerca di una fisionomia che è ancora di là da venire. Sul suo conto si chiariscono certi aspetti, altri ne emergono, a volte insospettati. Un esempio? Secondo lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, l’imperante narcisismo che oggi si esprime in molti modi – dalla dipendenza da Facebook, con la spasmodica ricerca di 'amici' e di 'like', all’imperversare dei selfie – denuncia una fame di attenzione per colmare il vuoto lasciato dalla figura paterna. Ecco, partiamo da qui: il padre è assente? Basta intenderci. Il padre, nella sua dimensione affettiva (e affettuosa) non è assente, anzi. Mai come oggi è stato presente nella vita dei figli, mai come oggi lo è stato da subito, ossia dalla nascita: sul totale dei parti naturali in Italia quasi l’80% dei padri assiste alla nascita e nei casi in cui al parto assiste una persona di fiducia questa persona è il padre nel 91,3% dei casi. Per non parlare dei numerosi papà che partecipano, assieme alle future mamme, ai corsi pre-parto. La loro presenza accanto al neonato è costante, tenera, affettuosa, abile nell’accudimento, segnando anche in questo una differenza abissale con il passato, quando il poppante era tabù per il genitore maschio. È vero: utilizzano poco i congedi parentali (ma la percentuale aumenta leggermente ogni anno) però hanno delle scusanti che vanno dal sacrificio economico (il 30% della retribuzione fa sì che il congedo sia piuttosto appannaggio della madre, che patisce la differenza salariale rispetto all’uomo) all’atteggiamento di incomprensione, quando non di vero e proprio ostruzionismo, dei datori di lavoro. Anche qui è in atto un modesto ma costante miglioramento, sia nella mentalità delle aziende che nel welfare italiano (da quest’anno i giorni di permesso alla nascita per il padre sono quattro e sono obbligatori). Il figlio cresce e il padre continua ad essergli vicino: attento, empatico, partecipativo. A volte anche troppo, come quando entra in competizione con la madre e vuole assurgere a genitore 'primario'. Un padre, insomma, senz’altro presente, che si propone come 'padre amico', 'padre compagno'. E qui l’impalcatura comincia a scricchiolare e compare l’altra faccia del padre, il padre assente. È assente il padre autoritario di una volta, e questo è un bene. Nessuno lo rimpiange. Ma è assente anche il padre autorevole, sostituito dal padre-amico o padre-compagno.
Sul padre-amico ci sono due scuole di pensiero: c’è chi è favorevole e chi è contrario. Io appartengo alla seconda scuola, quella di chi ritiene che bambini e ragazzi abbiano già un gran numero di amici e compagni e non abbiano bisogno di un altro amico. Il padre deve fare il padre e svolgere il suo ruolo, che è quello anzitutto educativo. Quest’ultimo prevede il limite, il controllo, quando necessario il divieto (mai la violenza, né fisica né verbale). Cose che non rientrano certo nel ruolo di amico – una relazione 'orizzontale', come amano dire gli psicologi, ossia paritaria – e necessitano invece di una relazione 'verticale', vale a dire gerarchica. Si può – e si dovrebbe – essere padri teneri, empatici, comprensivi, pronti al dialogo, ma… genitori, non amici. Il padre-amico non può trasformarsi per incanto, quando diventa necessario come avviene spesso durante l’adolescenza, in genitore autorevole, che dà non solo consigli ma anche direttive e traccia confini. Grazie al padre-amico è praticamente scomparso il conflitto generazionale, per secoli considerato fisiologico e funzionale al rapporto padre-figli. Anche qui due schieramenti: qualcuno saluta con favore la fine del conflitto, in nome di una pacificazione in famiglia; qualcun altro ne paventa le conseguenze. Ma il conflitto non è necessariamente distruttivo. Esiste anche un conflitto costruttivo, che serve a conoscersi, confrontarsi, accertare i limiti reciproci, ritrovarsi. Lo scontro padre-figli (solitamente più aspro di quello madre-figli) rendeva entrambe le figure più forti e più consapevoli e quasi sempre si risolveva in un incontro.
Sono davvero tanti gli aspetti che segnano i 'nuovi padri': dalla fisicità (abbiamo accennato al diverso rapporto con il neonato) all’accudimento (nessun padre, oggi, si trova imbarazzato se deve preparare una pappa o cambiare un pannolino) alla capacità di esprimere liberamente i propri sentimenti e le proprie emozioni. Una caratteristica, quest’ultima, che rientra nella generale, importante trasformazione del maschio, passato senza rimpianti dalla figura – ormai anacronistica e un po’ caricaturale – del macho a quella di uomo che, senza abdicare alla sua naturale virilità, sa esprimere anche la parte più sensibile di sé.
 Luci, ma anche ombre, come la separazione e l’affidamento dei figli: situazione che vede il padre in posizione difficile non solo economicamente (la Caritas ha definito più volte i padri separati 'nuovi poveri') ma soprattutto nella relazione affettiva con i figli, spesso strumentalizzati da entrambi i genitori nel conflitto e spesso usati dalla madre (la separazione è decisa più spesso dalla donna che dall’uomo) come strumento di ricatto e vendetta. Comunque sia, tra conquiste e sconfitte, fra dubbi (molti) e certezze (poche), fra entusiasmo e sfiducia i 'nuovi padri' proseguono il loro cammino. Hanno scoperto la meravigliosa, commovente bellezza di fare il padre, cosa ben diversa dal semplice essere padre, e non torneranno indietro.
  


Nessun commento:

Posta un commento

Chi si prende cura di chi si prende cura «Da soli non ce la facciamo»

Chi si prende cura di chi si prende cura «Da soli non ce la facciamo» So che questo articolo verrà letto poco. Non parla male di nessuno, no...