martedì 2 giugno 2026

La tragedia di Beatrice: oltre il dramma, la responsabilità della comunità

La tragedia di Beatrice: oltre il dramma, la responsabilità della comunità

Il caso di Beatrice, i segnali invisibili dei bambini e il dovere di una comunità che non lascia soli

Come pediatra di territorio, ci sono notizie che ti restano addosso per giorni. La dolorosa vicenda della piccola Beatrice, la bambina di due anni morta a Bordighera lo scorso 9 febbraio dopo ripetute violenze in casa, è una di queste. 

Accanto a lei vivevano due sorelle maggiori, di 7 e 9 anni, che hanno visto, sentito e tentato perfino di chiedere aiuto per la più piccola. 

Come ha ricordato lo psicoterapeuta Alberto Pellai sulle pagine di Famiglia Cristiana, la domanda che brucia in tutti noi è sempre la stessa: perché nessuno si è accorto di nulla?

Non scrivo per puntare il dito o cercare colpevoli oltre a quelli che la giustizia sta già individuando. Scrivo, come medico e prima ancora come adulto “custode” dell’infanzia, per interrogarmi sul valore della nostra presenza accanto ai bambini. Questa tragedia ci invita a riflettere su un dramma profondo e spesso invisibile: la violenza assistita, quella vissuta dai fratelli e dalle sorelle che assistono alla sofferenza di chi amano.

La violenza assistita: il trauma del silenzio

La violenza assistita è una forma di maltrattamento che si consuma nel silenzio delle mura domestiche. Il CISMAI, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, la definisce come l’esperienza che il bambino fa di qualsiasi forma di violenza — fisica, verbale, psicologica, sessuale, economica — compiuta su figure di riferimento o su persone affettivamente significative. I bambini che assistono a maltrattamenti su un fratellino o su un genitore vivono in uno stato di minaccia costante.

Questo vissuto blocca la parola: spesso il silenzio non è assenza di sofferenza, ma l’unico meccanismo di difesa rimasto per sopravvivere a un ambiente percepito come totalmente insicuro. La paura di ritorsioni, il senso di colpa per non aver potuto proteggere chi si ama e l’impotenza appresa imprigionano questi bambini. Eppure il corpo e il comportamento continuano a parlare, attraverso un alfabeto di segnali che la comunità può e deve imparare a riconoscere.

Non è solo un fatto psicologico: dal 2019, con la legge n. 69 (il cosiddetto “Codice Rosso”), l’ordinamento italiano riconosce la violenza assistita come circostanza aggravante dei maltrattamenti in famiglia (art. 572 del codice penale) e considera il minore che vi assiste persona offesa dal reato. Un riconoscimento giuridico importante, che però da solo non basta a proteggere.

Riconoscere i segnali del disagio nell’infanzia

I bambini manifestano il trauma in modi diversi, a seconda dell’età, del carattere e del contesto. Riconoscere questi indicatori è il primo passo per offrire un aiuto tempestivo. Qui sotto riassumo i principali segnali che possono comparire nei minori esposti a forte sofferenza o a violenza domestica.

Area di manifestazione

Disturbi e segnali comportamentali

Sintomi psicosomatici

Mal di pancia ricorrenti, cefalee frequenti senza causa organica, disturbi dell’alimentazione, disturbi del sonno (incubi, terrori notturni, difficoltà di addormentamento) ed enuresi o encopresi secondarie (perdita del controllo degli sfinteri dopo che era già stato acquisito).

Sfera emotiva e affettiva

Ansia generalizzata, attacchi di panico, fobie improvvise, ipervigilanza costante (il bambino appare sempre “allerta”), sbalzi d’umore, apatia profonda o apparente indifferenza emotiva, forte senso di colpa e bassa autostima.

Disturbi del comportamento

Aggressività verso gli altri (compagni, oggetti) o verso sé, comportamenti regressivi (parlare come un bimbo molto più piccolo, forte ansia da separazione), isolamento sociale, disinteresse per il gioco o, al contrario, giochi ripetitivi dal contenuto violento o angoscioso.

Ambito scolastico e cognitivo

Calo improvviso e inspiegabile del rendimento scolastico, gravi difficoltà di concentrazione e attenzione, assenteismo frequente e non giustificato da chiare patologie mediche.

Una precisazione importante: nessuno di questi segnali, preso da solo, è una prova di maltrattamento. Sono aspecifici e possono avere molte cause. È la loro persistenza nel tempo, o la comparsa contemporanea di più segnali, a rappresentare un campanello d’allarme — una richiesta d’aiuto che il bambino rivolge al mondo esterno.

I controlli di salute: una rete che protegge

C’è un aspetto che, da pediatra, mi sta particolarmente a cuore. In Italia ogni bambino ha diritto ai bilanci di salute: visite periodiche programmate dal pediatra di libera scelta nei primi anni di vita. Non servono solo a misurare peso e altezza o a verificare le vaccinazioni. Sono finestre regolari in cui un professionista incontra il bambino e la sua famiglia, osserva lo sviluppo, ascolta, coglie ciò che a volte non viene detto.

Per questo i bambini che, per qualunque motivo, smettono di essere portati ai controlli meritano un’attenzione particolare. L’assenza ripetuta agli appuntamenti, la difficoltà a reperire una famiglia, un bambino “che sparisce” dai radar dei servizi sanitari, sociali e scolastici non sono dettagli burocratici: possono essere, talvolta, gli unici segnali visibili di una fragilità nascosta. Uno Stato sociale maturo è quello che si accorge dei bambini che non vede più, e che ha gli strumenti per andarli a cercare con discrezione e rispetto, non per giudicare ma per proteggere.

Una chiamata alla responsabilità collettiva

Prevenire tragedie come questa non è compito delegato soltanto alle istituzioni o alle forze dell’ordine. Richiede una riscoperta della responsabilità di tutti. Spesso ciò che ci ferma è il timore di “invadere la privacy” o il dubbio di sbagliarci. Dobbiamo invece passare dalla cultura dell’indifferenza a quella che possiamo chiamare una vigilanza affettuosa.

Costruire una comunità protettiva significa tornare a essere vicini di casa attenti, insegnanti sensibili, allenatori, nonni, cittadini che non si voltano dall’altra parte. Non si tratta di accusare o di scatenare cacce alle streghe, ma di tessere una rete solida e accogliente, in cui una famiglia in difficoltà possa trovare sostegno prima che il disagio diventi dramma irreversibile. Nel dubbio, parlarne con il pediatra, con la scuola, con i servizi sociali o, nelle situazioni gravi, con le autorità non è un’intrusione: è un gesto di cura.

Proteggere i bambini significa, prima di tutto, non lasciarli soli nell’invisibilità.

Rischi e limiti

       I segnali descritti sono aspecifici: la maggior parte dei bambini che li presenta non vive alcuna violenza. Vanno letti come inviti ad approfondire con calma, non come diagnosi.

       Esiste un rischio opposto all’indifferenza: l’allarmismo e il sospetto generalizzato, che possono danneggiare famiglie fragili ma non maltrattanti. Servono prudenza, ascolto e il coinvolgimento di professionisti.

       I dettagli del caso di Bordighera derivano da fonti giornalistiche e dalle indagini in corso; il procedimento giudiziario è in fase di accertamento e vige la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

Cosa cambia da ora in poi?

       Per i genitori e i cittadini: dare valore ai propri dubbi. Se un bambino vicino a noi “non torna”, parlarne con una figura competente è sempre meglio del silenzio.

       Per la scuola e lo sport: considerare l’assenteismo non giustificato e i cambiamenti improvvisi del comportamento come informazioni da condividere, non da ignorare.

       Per il sistema sanitario e sociale: rafforzare il monitoraggio dei bambini che non si presentano ai bilanci di salute e migliorare la comunicazione tra pediatria, servizi sociali e scuola.

       Per tutti noi: trasformare l’indifferenza in vigilanza affettuosa, ricordando che una comunità si misura da come tratta i suoi membri più piccoli e indifesi.

Fonti

1.    CISMAI – Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia, definizione di violenza assistita. https://cismai.it/

2.    Legge 19 luglio 2019, n. 69 (“Codice Rosso”) e art. 572 c.p. – violenza assistita come aggravante; minore persona offesa. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2019/07/25/19G00076/sg

3.    A. Pellai, “Perché nessuno si è accorto di cosa accadeva a Beatrice e alle sue sorelle?”, Famiglia Cristiana, 1 giugno 2026. https://www.famigliacristiana.it/attualita/pellai-beatrice-bordighera-sorelle-spk6maxj

4.    ANSA, “Bimba morta a Bordighera: la sorellina racconta l’agonia di Beatrice”, 31 maggio 2026. https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/05/31/bimba-morta-sorellina-ha-raccontato-a-investigatori-lagonia-di-beatrice_0fee68dc-2663-443e-8421-bbf0966e362c.html

5.    OMS – World Health Organization, Child maltreatment, fact sheet. https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/child-maltreatment

6.    Società Italiana di Pediatria (SIP) – documenti su maltrattamento e tutela del minore. https://www.sip.it/

Nota: i riferimenti normativi e le definizioni scientifiche sono verificati; i dettagli di cronaca derivano da fonti giornalistiche relative a un procedimento ancora in corso.

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