Qual è lo sport migliore per nostro figlio? Una riflessione dalle parole del papà di Kimi Antonelli
Con il rientro a scuola riprendono anche le attività sportive. E in studio torna una domanda frequente: «Dottore, qual è lo sport migliore per mio figlio?». La mia prima risposta è semplice: quello che piace al bambino o al ragazzo, in un ambiente adatto alla sua età, alle sue capacità e alle sue esigenze. Quello in cui può sentirsi accolto, divertirsi e imparare, senza dover dimostrare continuamente di essere il migliore.
Cari genitori, desiderare il bene dei nostri figli è naturale. Li accompagniamo agli allenamenti, incastriamo orari, sosteniamo spese e condividiamo entusiasmi e delusioni. Proprio perché ci teniamo tanto, però, può capitare di confondere ciò che desiderano loro con ciò che immaginiamo noi per il loro futuro. Succede nello sport, nella scuola, nella musica. Anche con le migliori intenzioni.
Per questo mi hanno colpito alcune dichiarazioni di Marco Antonelli, padre di Kimi, pilota di Formula 1. Nell’intervista a RSI del 16 marzo 2026 ha spiegato di non aver imposto al figlio la carriera di pilota e di aver mantenuto un patto familiare sull’impegno scolastico. Vederlo portare i libri alle gare, anche in Formula 2, gli aveva fatto comprendere quanto fosse motivato. Fonte: RSI, Tempi Supplementari, 16 marzo 2026.
Alla Gazzetta dello Sport, il 25 agosto 2026, ha raccontato che la Formula 1 non era stata un traguardo da raggiungere a ogni costo. E, alla domanda su cosa augurasse al figlio, ha messo al primo posto la salute, poi la possibilità di conservare la propria dolcezza e generosità e continuare a dedicarsi a ciò che ama. Fonte: intervista di Giulia Toninelli, Gazzetta dello Sport, 25 agosto 2026.
Da queste parole possiamo prendere uno spunto prezioso, anche se nostro figlio non salirà mai su un podio: sostenere una passione significa aiutare un figlio a riconoscere e coltivare ciò che sente suo.
Possiamo proporgli esperienze, incoraggiarlo e insegnargli a rispettare gli impegni. Possiamo aiutarlo ad attraversare una difficoltà senza arrendersi al primo ostacolo. Ma lasciamogli anche lo spazio per dirci: «Questo non mi piace» oppure «Vorrei provare altro». Prima di interpretarlo come un capriccio, ascoltiamo. Potrebbe aver bisogno di tempo, di un ambiente diverso o semplicemente di cercare la propria strada.
Anche il richiamo alla scuola merita attenzione: valorizziamo l’impegno e cerchiamo di capire le difficoltà. Un brutto voto non misura il valore di un bambino, così come una sconfitta non cancella ciò che ha imparato.
Dopo una partita, proviamo a chiedere: «Come sei stato? Ti sei divertito?», lasciando spazio anche alla delusione. Evitiamo i confronti con il compagno più bravo e ricordiamoci di riconoscere un gesto generoso, un piccolo progresso, la voglia di riprovare.
Come pediatra, vorrei che ogni bambino potesse sentire questo messaggio dai propri genitori: «Sono felice di accompagnarti. Puoi sbagliare, puoi perdere, puoi avere bisogno di aiuto. Il bene che ti voglio resta lo stesso».
All’inizio di questo nuovo anno scolastico e sportivo, proviamo a fare spazio ai desideri dei nostri figli. Hanno bisogno della nostra guida e della nostra fiducia, insieme alla libertà di crescere senza sentirsi incaricati di realizzare i sogni che noi abbiamo lasciato nel cassetto.
Prima del voto, della medaglia e della classifica, guardiamo il bambino. È lui che stiamo accompagnando.
Alberto Ferrando
DECALOGO PER LO SPORT:
a nostra attenzione non va valutata tanto sulla quantità di sport che i minori praticano, quanto sulla loro "qualità" intendendo per "qualità" quelle condizioni indispensabili che devono essere alla base della pratica sportiva.
Queste condizioni indispensabili sono state pubblicate già nel 1992 dalla Commissione Tempo Libero dell'O.N.U., sono definite come la "Carta dei diritti dei ragazzi allo sport" e vogliamo proporle ai lettori per una riflessione comune.
Decalogo dei diritti del bambino nello sport:
1. Diritto di praticare attività motoria. I genitori devono avviare il bambino all'attività motoria per i ben noti vantaggi psicofisici, che non sono più recuperabili se si inizia tardivamente; il bambino può scegliere, sperimentare, cambiare gli sport che desidera. L'U.N.E.S.C.O. raccomanda che almeno un sesto dell'orario scolastico settimanale sia dedicato all'attività motoria, cioè sei ore alla settimana.
2. Diritto di giocare e divertirsi. L'allenatore deve proporre il divertimento, il miglioramento psicofisico e l'educazione come obiettivo finale e non la vittoria, che crea tensione
3. Diritto di praticare sport in un ambiente sicuro e sano. Cioè igienicamente a norma, con assistenza vicina in caso di infortunio, con a disposizione un telefono in caso di urgenza, senza pressioni agonistiche esagerate o selettive, senza pressioni farmacologiche.
4. Diritto di essere allenato da personale adatto a quella fascia di età e qualificato. Per evitare il rischio di esercizi sbagliati o che arrecano sovraccarico delle strutture in crescita o creano problemi psicologici.
5. Diritto di essere trattato con rispetto. Non è raro sentire l'allenatore che urla o ordina degli esercizi pesanti per punizione od osservare un genitore che sgrida il bambino, invece di incoraggiare e fornire il suggerimento tecnico giusto per migliorare e sdrammatizzare l'eventuale errore con una carezza o altro.
6. Diritto del giusto riposo. Lo studio, la malattia, la crescita richiedono dei carichi di attività motoria diversi a seconda dei periodi e le pause giuste, gli allenamenti troppo frequenti vanno ridotti e i riposi non devono essere ripresi come una colpa.
7. Diritto del controllo della salute. La competizione va riservata ai bambini in perfette condizioni psicofisiche e che lo desiderino, senza pressioni esterne con il rispetto del trattamento adeguato e il tempo giusto di guarigione e riabilitazione dai traumi, della gradualità della qualità e della quantità del carico di lavoro. Obbligatorio il certificato di stato di buona salute fisica per le attività non agonistiche che lo richiedano ed il certificato di idoneità agonistica per gli sport agonistici dietro indicazione delle rispettive Federazioni sportive per quanto riguarda l'età di inizio.
8. Diritto di competere con giovani di pari capacità. Bisogna sforzarsi di praticare sportiva fra gruppi non solo omogenei per età cronologica ma anche per età ossea o maturità puberale, per avere le stesse probabilità di divertimento e di successo. Per gli sport di contatto l'attività deve essere anche in considerazione del peso.
9. Diritto di pari opportunità. Tutti i bambini devono poter giocare, senza far panchina, senza tenere conto del risultato agonistico, che sarà ricercato più avanti nel tempo.
10. Diritto di non essere sempre un campione. Non sempre il bambino può essere un campione o continuare ad esserlo, chi lo è, può esserlo anche solo per un periodo, e deve sapere che pratica sport per i vantaggi che arreca e per divertirsi, perchè solo uno su quarantamila sarà un campione anche nella vita futura come professionista.
Qualche genitore o, perchè no?, qualche allenatore ha ritrovato, o si è ritrovato, nelle situazioni segnalate poco sopra come inadatte per un minore ? Compito loro come di tutti, noi Pediatri compresi, è intervenire laddove si evidenziano rischi di lesioni dei "diritti" che il minore ha nel settore della pratica sportiva perchè il maltrattamento non è solo quello tradizionalmante inteso, fatto di lesioni fisiche o psicologiche, ma maltrattamento è anche tutto ciò che più sottilmente e, magari inconsapevolmente, facciamo ai bambini anteponendo al loro, il nostro interesse di adulti.


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