mercoledì 23 settembre 2026

Capricci: quando la rabbia è più grande di loro: cosa sono, cosa far e cosa non fare

 Capricci: quando la rabbia è più grande di loro; cosa sono, cosa fare e cosa non fare

Che cosa sono, quando preoccuparsi e perché la nostra vicinanza, con il telefono in tasca, fa la differenza. Una guida per genitori e nonni

In breve (ma vi invito a leggere tutto)

    capricci sono una tappa normale della crescita: oltre 8 bambini su 10 tra i 3 e i 5 anni hanno avuto almeno una crisi di rabbia nell'ultimo mese.

    Compaiono verso i 18 mesi, raggiungono il picco tra i 2 e i 3 anni e poi si diradano, man mano che il cervello impara a «frenare».

    Stanchezza, fame, cambiamenti (un fratellino, una nuova scuola), regole diverse tra gli adulti e adulti distratti dal telefono possono farli aumentare.

    Durante la tempesta servono sicurezza, poche parole e la nostra presenza; dopo, un abbraccio e un nome all'emozione.

    Alcuni segnali meritano una visita dal pediatra: li trovate nel paragrafo «Quando preoccuparsi».

Più avanti troverete istruzioni pratiche, i giochi per «allenarsi alla calma», un box sugli spasmi affettivi, la bibliografia e qualche libro da leggere, da soli o insieme ai bambini.

 

Come pediatra, sento parlare di capricci quasi ogni settimana. Genitori che riferiscono che per un nonnulla: una paletta del colore sbagliato, l'uscita dalla piscina, il cartone da spegnere il bambino o la bambina urla, si butta a terra, lancia i giochi e dice frasi che fanno male: «Vattene, non ti voglio più!». Poi, pochi minuti dopo, torna per un abbraccio.

«Dottore, dove sbagliamo? Gli resterà qualcosa?». Mi chiedono tanti genitori. Ho scritto questo articolo pensando a loro e a tutte le famiglie che vivono giornate simili. 

Che cosa sono i «capricci»

La parola «capriccio» non mi piace, perché fa pensare a un bambino viziato che vuole ottenere qualcosa. I pediatri parlano invece di crisi di rabbia (in inglese temper tantrum): esplosioni di emozioni che il bambino non riesce ancora a contenere. Pianto, urla, corpo che si irrigidisce o si butta a terra, calci, oggetti lanciati, a volte morsi o colpi. Gli studi che hanno osservato da vicino queste crisi descrivono una miscela di rabbia e di sofferenza, non un piano per manipolare gli adulti (Potegal e Davidson, 2003).

Perché succede? Il cervello di un bambino piccolo ha un «acceleratore» delle emozioni già potente e un «freno» ancora giovane. Le aree che permettono di fermarsi, aspettare e trovare le parole maturano lentamente, durante tutta l'infanzia e oltre. A 2, 3, 4 anni le emozioni arrivano forti come un'onda, e le parole per dirle non bastano ancora. Il capriccio è un'emozione troppo grande per un corpo e una testa ancora piccoli. Quasi sempre è scatenato da un bisogno: stanchezza, fame, paura di contare meno, desiderio di fare da solo.

Quanto sono frequenti e a che età compaiono

I numeri aiutano a tranquillizzare. Le crisi di rabbia sono tra i comportamenti più comuni della prima infanzia.

Età

Che cosa dicono gli studi

18–24 mesi

Circa 87 bambini su 100 hanno crisi di rabbia. Iniziano i «no» e il desiderio di autonomia.

30–36 mesi

Il picco: circa 91 bambini su 100. Le crisi quotidiane riguardano circa 1 bambino su 5 a 2 anni.

42–48 mesi

Circa 59 bambini su 100; le crisi quotidiane scendono a circa 1 su 10 a 4 anni.

3–5 anni

In uno studio su quasi 1.500 bambini, oltre l'80% aveva avuto almeno una crisi nell'ultimo mese, ma meno del 10% ne aveva tutti i giorni.

Dopo i 5 anni

Le crisi diventano più rare e più brevi. Se restano quotidiane e intense, è bene parlarne con il pediatra.

Fonti: Sisterhen e Daley, StatPearls, aggiornamento 2026Wakschlag e coll., 2012.

Di solito una crisi dura pochi minuti. Il messaggio importante è questo: avere crisi di rabbia non è un segno di malattia né di cattiva educazione. Conta come sono (quanto durano, quanto spesso, quanto sono violente) e come sta il bambino nel resto della giornata.

Perché arrivano: le cause e le «concause» che le aggravano

Una crisi raramente ha una sola causa. Spesso è la goccia che fa traboccare un vaso già pieno. Ecco i fattori che vedo più spesso nella pratica e che la letteratura conferma:

    Bisogni del corpo: sonno insufficiente, fame, stanchezza di fine giornata, un malessere che sta arrivando (un'otite, una febbre, un dolore ai denti). Molte crisi scoppiano nel tardo pomeriggio.

    Le transizioni: uscire dal parco, tornare a casa, spegnere un cartone, andare a letto. Passare da una cosa all'altra è faticoso per un bambino piccolo.

    Il «no» e la frustrazione: servono per crescere, ma fanno arrabbiare. Il bambino sta imparando che il mondo non ruota intorno a lui.

    Le parole che mancano: chi non riesce ancora a spiegarsi si arrabbia di più. Se il linguaggio è in ritardo, le crisi possono essere più frequenti ed è utile parlarne con il pediatra.

    I cambiamenti: la nascita di un fratellino, un trasloco, l'inserimento a scuola, un genitore che cambia lavoro, una separazione, un lutto. I bambini sentono tensioni che crediamo nascoste e le esprimono con il comportamento.

    Adulti stanchi o stressati: i bambini «leggono» il nostro stato d'animo. Un adulto nervoso fatica a restare calmo, e la calma è contagiosa quanto l'agitazione.

    Regole diverse tra gli adulti: se mamma, papà e nonni dicono cose diverse, il bambino non sa dove sia il confine e continua a «provare».

    Adulti presenti ma «altrove»: un genitore o un nonno con gli occhi sul telefono. Ne parlo in un paragrafo dedicato, perché è uno dei fattori su cui possiamo agire subito.

    Il temperamento: alcuni bambini sono più intensi e sensibili di altri. Non è una colpa: è il loro modo di essere, che va accompagnato.

 

La gelosia per un fratellino

Dopo la nascita di un fratello, molti primogeniti cambiano comportamento: diventano più capricciosi, «tornano piccoli», cercano più attenzioni. Non succede a tutti e non sempre in modo forte (Volling, 2012). Spesso la gelosia cresce quando il piccolo inizia a muoversi, a toccare i giochi e a interrompere.

La gelosia non è cattiveria: è il modo in cui un bambino dice «ho paura di contare meno». Frasi come «ormai sei grande» o «devi avere pazienza, sei il fratello maggiore» caricano il bambino di un peso che non è ancora in grado di portare. Meglio riconoscere i suoi bisogni: un momento tutto per lui ogni giorno, alcuni giochi solo suoi, messi al sicuro, e un ruolo da «esperto» solo se gli va, mai come dovere.

Quando giocano insieme, un adulto dovrebbe essere sempre presente: con un fratellino di pochi mesi è una semplice misura di sicurezza.

Quando preoccuparsi

Nella grande maggioranza dei casi i capricci passano da soli, con il tempo e con il nostro aiuto. Alcune caratteristiche, però, si associano più spesso a difficoltà che meritano attenzione (Belden e coll., 2008)Parlatene con il pediatra se notate:

    crisi che durano abitualmente più di 25 minuti;

    crisi molto frequenti: più di 5 al giorno per più giorni, 10–20 in un mese a casa, oppure tutti i giorni dopo i 5 anni;

    aggressività verso persone o oggetti nella maggior parte delle crisi, o gesti che fanno male davvero (a un fratellino, a un adulto);

    autolesionismo: sbattere la testa, mordersi, graffiarsi;

    un bambino che non riesce a calmarsi, né da solo né con l'aiuto di un adulto;

    crisi anche a scuola o con estranei, oppure senza un motivo riconoscibile;

    altri segnali insieme: sonno disturbato, pipì a letto dopo essere stato asciutto, tristezza o paura persistenti, frasi di morte rivolte a sé stesso, perdita di abilità già acquisite;

    dubbi sul linguaggio, sull'udito o sullo sviluppo;

    comportamenti pericolosi ripetuti: slacciarsi la cintura in auto, scappare verso la strada;

    un bambino che perde conoscenza durante il pianto (vedi il box sugli spasmi affettivi).

Due consigli pratici. Il primo: tenete per due settimane un piccolo diario delle crisi (giorno, ora, dove, cosa è successo prima, quanto è durata, cosa ha aiutato). È lo strumento più utile che potete portare in visita. Il secondo: non aspettate che «passi da sé» se ci sono i segnali sopra. L'età prescolare è proprio quella in cui un aiuto ai genitori funziona meglio (Havighurst e coll., 2010).

Se il comportamento cambia all'improvviso in un bambino che di solito sta bene, prenotate una visita: a volte dietro c'è un piccolo disturbo fisico (dolore, sonno disturbato, un malessere) o un cambiamento in famiglia di cui non ci eravamo accorti. E non parlatene davanti al bambino: capisce molto più di quanto crediamo.

Che cosa fare, e che cosa non fare

Io paragono la crisi di rabbia a un mare in tempesta. Quando ci si è dentro, non si calma né con le buone né con le cattive. Bisogna mettere al sicuro la barca, restare vicini e aspettare che le onde si abbassino.

Durante la tempesta

1.    Prima la sicurezza. Allontanate con calma gli oggetti pericolosi. Se c'è un fratellino, portatelo in un'altra stanza e rassicuratelo: «Tuo fratello è arrabbiato, adesso passa».

2.    Restate vicini, anche senza parlare. Se il bambino non vuole essere toccato, basta la vostra presenza a un passo di distanza.

3.    Poche parole, voce bassa. In quel momento non riesce ad ascoltare ragionamenti. Basta una frase ripetuta con calma: «Sono qui. Aspetto che il mare si calmi».

4.    Le frasi cattive non vanno prese sul personale. «Non ti voglio» è la rabbia che parla, non il suo cuore.

5.    Il limite resta. Se la crisi è scoppiata per un «no», il «no» non cambia. Non per punire, ma perché il bambino ha bisogno di adulti affidabili.

Dopo la tempesta

1.    Se cerca un abbraccio, accoglietelo. Non è un premio alla crisi: è il messaggio che il vostro affetto non si spegne quando lui si arrabbia.

2.    Date un nome all'emozione, in poche parole: «Eri proprio arrabbiato perché dovevamo uscire dalla piscina». Sentirsi capiti è il primo passo per imparare a calmarsi.

3.    Ricordate la regola in modo semplice: «Arrabbiarsi si può. Fare male no».

4.    Proponete un gesto per rimediare: rimettere a posto insieme, vedere se la sorellina sta bene, farle un disegno. Le scuse non vanno pretese: se arrivano da sole, valgono di più.

5.    Niente prediche. Meglio una frase e un abbraccio che una spiegazione di dieci minuti.

In sintesi

Che cosa aiuta

Che cosa evitare

Restare calmi e vicini

Urlare, minacciare, prendere in giro

Poche regole, chiare e uguali tra genitori e nonni

Regole che cambiano secondo l'adulto o l'umore

Annunciare i cambi di attività: «Tra 5 minuti andiamo»

Il «basta!» improvviso

Dare una scelta tra due opzioni: «Andiamo a casa saltellando o come un robot?»

Gli ordini ripetuti dieci volte

Lodare ciò che va bene: «Hai aspettato il tuo turno!»

Confronti: «Guarda com'è bravo tuo cugino»

Un angolo della calma proposto come rifugio

Isolare il bambino come castigo, a lungo e da solo

Conseguenze brevi e collegate al fatto (il gioco lanciato va via per un po')

Sculacciate e punizioni fisiche

Stringere forte un pupazzo, respirare, disegnare

Invitare a «sfogarsi» picchiando un cuscino

Mettere via il telefono quando siamo con loro

Calmare la crisi con uno schermo

 

Sulle sculacciate voglio essere chiaro, con affetto. A tutti può capitare di sentire «prudere le mani». Ma l'Accademia Americana di Pediatria raccomanda di non usare punizioni fisiche né umilianti (Sege e Siegel, 2018), e una grande analisi di cinquant'anni di studi le associa a più aggressività e più problemi di comportamento nel tempo, senza vantaggi educativi (Gershoff e Grogan-Kaylor, 2016). La sculacciata insegna che chi è più forte ha ragione: esattamente il contrario di ciò che vogliamo insegnare.

Sul cuscino da picchiare: l'idea di «sfogare» la rabbia colpendo qualcosa è molto diffusa, ma negli adulti non riduce la rabbia e anzi può aumentarla (Bushman, 2002). Nei bambini mancano studi specifici. Meglio abbracciare forte un pupazzo, respirare, scarabocchiare.

Sull'angolo della calma: un breve momento di pausa, spiegato prima, non punitivo e con l'adulto disponibile, è uno strumento valido (Dadds e Tully, 2019). Diverso è chiudere un bambino da solo in camera per «farlo riflettere».

Allenarsi a gestire la rabbia: istruzioni per l'uso

La regola d'oro è una sola: si impara a mare calmo e si usa a mare mosso. Gli strumenti vanno provati nei momenti tranquilli, giocando, qualche minuto al giorno. Durante la crisi il bambino non può imparare nulla di nuovo: può solo usare ciò che ha già allenato.

I cinque passi dell'«allenatore delle emozioni»

Un programma per genitori di bambini in età prescolare, valutato in uno studio controllato, propone cinque passi semplici (Havighurst e coll., 2010):

1.    Accorgersi dell'emozione, anche quando è piccola, prima che diventi una tempesta.

2.    Vederla come un'occasione di vicinanza, non come un fastidio da far sparire.

3.    Ascoltare con empatia, anche solo con lo sguardo.

4.    Dare un nome all'emozione: «Sei arrabbiato perché…».

5.    Porre il limite e cercare insieme una soluzione: «Arrabbiarsi si può, spingere no. Che cosa possiamo fare?».

Giochi e strumenti da provare insieme

Idea

Come fare

Il mare della rabbia

Disegnate insieme un mare in tre colori: verde calmo, giallo con le onde, rosso in tempesta. Chiedete: «Dove senti il giallo nel corpo? Nei pugni? Nella pancia?». Un po' alla volta il bambino imparerà a dire «sono giallo!» prima di arrivare al rosso.

L'angolo della calma

Preparatelo con lui, lasciandogli scegliere le cose: un cuscino, un pupazzo da abbracciare forte, fogli e pastelli, un libro, un «barattolo della calma» (acqua e brillantini da guardare mentre si posano). Non è un castigo ma un rifugio: «Vuoi andare nel tuo angolo? Vengo con te».

Respiri-gioco

«Annusa il fiore, soffia sulla candelina». Le bolle di sapone. Il «palloncino» con le mani sulla pancia che si gonfia e si sgonfia. Pochi minuti al giorno, per esempio prima della nanna.

Disegnare la rabbia

«Di che colore è la tua rabbia oggi?». Può scarabocchiare forte e poi, se vuole, accartocciare il foglio. È un gesto simbolico, non contro qualcuno.

Il gioco simbolico

Pupazzi o bambole con «la famiglia e il fratellino»: lasciate che metta in scena gelosia e rabbia senza correggerlo. È uno spazio sicuro per esprimersi.

Libri insieme

Leggete con calma un libro sulle emozioni e chiedete: «A te è mai successo?». Trovate qualche titolo in fondo all'articolo.

Il tempo speciale

10–15 minuti al giorno solo per lui, con un gioco che sceglie lui e senza telefono. È il «vaccino» più semplice contro la gelosia. Non si toglie mai per punizione.

Anticipare i cambi

Un preavviso di 5 minuti con un timer o una canzone; una scelta tra due opzioni; un piccolo compito da «esperto» per il rientro a casa.

 

Una parola per i nonni

I nonni sono spesso in prima linea, e tanti mi dicono con sincerità di sentirsi stanchi. Tre suggerimenti: concordate con i genitori poche regole comuni, perché la coerenza vale più di mille spiegazioni; raccontate ai genitori gli episodi importanti in privato, mai davanti al bambino; e proteggete le vostre energie: pause, aiuto nelle giornate lunghe, niente sensi di colpa se una giornata va storta. Un nonno calmo e riposato è già un grande aiuto.

La nostra vicinanza è la medicina più potente

Prima di imparare a calmarsi da soli, i bambini si calmano con noi. Gli psicologi la chiamano co-regolazione: il nostro respiro lento, la voce bassa, la presenza tranquilla fanno da «freno esterno» finché il freno interno non è maturo. Ogni volta che restiamo vicini durante una tempesta, il bambino impara che le emozioni forti si possono attraversare senza perdere l'amore di chi gli vuole bene.

Non è solo una bella idea. L'Organizzazione Mondiale della Sanità e l'UNICEF mettono le cure responsive, cioè adulti che notano i segnali del bambino e rispondono in modo sensibile, al centro dello sviluppo nei primi anni (Nurturing Care Framework, 2018). Anche il Ministero della Salute, nel documento sui primi mille giorni, ricorda quanto contino la relazione e il tempo condiviso (Ministero della Salute, 2020).

La vicinanza si costruisce con gesti piccoli e quotidiani: il pasto insieme, la lettura della sera (il programma Nati per Leggere lo ripete da anni), una canzone, un ballo in cucina, dieci minuti di gioco scelto da loro, l'ascolto all'uscita da scuola con domande vere: non «cosa hai fatto?», ma «con chi hai riso oggi?».

Presenti ma «altrove»: quando siamo sul cellulare

Ed eccoci a un tema che mi sta molto a cuore. Possiamo essere nella stessa stanza di un bambino ed essere, in realtà, altrove: con gli occhi sul telefono, la testa in una chat, il pollice che scorre. Lo facciamo tutti, io compreso. Ma è importante sapere che cosa succede dall'altra parte.

Negli anni Settanta lo psicologo Edward Tronick ha descritto un esperimento diventato famoso, lo still face, il «volto immobile»: una mamma gioca con il suo bambino di pochi mesi e poi, per qualche minuto, resta con il viso fermo, senza espressione. Il bambino prima cerca di «riaccenderla» con sorrisi e vocalizzi, poi si agita, protesta, e infine si chiude e distoglie lo sguardo (Tronick e coll., 1978). Un volto chino sul telefono, per un bambino, assomiglia molto a quel volto immobile.

Gli studi più recenti vanno nella stessa direzione:

    in un'osservazione in alcuni fast food americani, 40 adulti su 55 hanno usato un dispositivo durante il pasto con i bambini; quando erano molto assorbiti, i bambini alzavano il tiro per attirare l'attenzione e gli adulti rispondevano in modo più brusco (Radesky e coll., 2014);

    in 170 famiglie con bambini di circa 3 anni, le interruzioni dovute alla tecnologia durante il tempo insieme (i ricercatori le chiamano technoference) si associavano a più problemi di comportamento, sia di tipo «esplosivo» sia di chiusura (McDaniel e Radesky, 2018);

    lo stesso gruppo ha osservato un circolo vizioso: i comportamenti difficili stressano i genitori, che si rifugiano di più nel telefono, e questo a sua volta peggiora il comportamento (McDaniel e Radesky, 2018b);

    una revisione della letteratura conclude che l'uso dello smartphone da parte dei genitori si associa a una minore sensibilità e prontezza nella risposta ai segnali dei bambini da 0 a 5 anni (Braune-Krickau e coll., 2021).

Sono in gran parte studi osservazionali: mostrano associazioni coerenti, non dimostrano da soli che il telefono «causi» i capricci. Ma il messaggio pratico è chiaro. Molte crisi sono, in fondo, una domanda: «Mi vedi?». Se la risposta è uno schermo, la domanda si fa più forte. E la Società Italiana di Pediatria ricorda anche di non usare il telefono come «pacificatore» per calmare il bambino, e che i figli imitano le nostre abitudini digitali (SIP, 2018).

Qualche idea concreta, senza sensi di colpa

    Zone libere dal telefono: la tavola, il ritiro da scuola, il bagnetto, la nanna, il tempo speciale.

    Notifiche spente quando siamo con loro; il telefono in borsa al parco, non in mano.

    Diciamolo ad alta voce, se dobbiamo usarlo: «Rispondo a un messaggio di lavoro, due minuti e sono da te». Poi manteniamo la promessa.

    Nonni compresi: anche per voi vale la stessa regola. I bambini non fanno distinzioni.

    Guardiamo noi stessi con gentilezza: l'obiettivo non è la perfezione, ma accorgersi e tornare presenti.

 

Box · Gli spasmi affettivi: il pianto che «toglie il respiro»

Alcuni bambini, durante un pianto forte per rabbia, paura o dolore, smettono di respirare, diventano blu o pallidi e possono perdere conoscenza per qualche secondo, a volte con qualche scossa. Si chiamano spasmi affettivi (in inglese breath-holding spells). Per un genitore sono momenti terribili, ma nella grande maggioranza dei casi non sono pericolosi.

    Forma cianotica (la più frequente): scatenata da rabbia o frustrazione; il bambino piange, espira, smette di respirare e diventa blu.

    Forma pallida (più rara): segue un dolore o uno spavento improvviso (per esempio una botta); il cuore rallenta per un riflesso e il bambino diventa pallido e molle.

    Riguardano da meno dell'1% fino al 5% dei bambini sani, iniziano di solito nel primo anno, hanno il picco verso i 2 anni e scompaiono entro i 4 anni in più della metà dei casi, entro gli 8 in quasi tutti (MSD Manuali, 2025).

    Sono involontari: il bambino non lo fa «apposta». Non aumentano il rischio di epilessia (MSD Manuali, 2025).

    Cosa fare: mantenere la calma, mettere il bambino disteso su un fianco in un posto sicuro, non scuoterlo e non mettergli nulla in bocca. Di solito si riprende da solo in meno di un minuto.

    Il primo episodio va sempre fatto valutare dal pediatra, che deciderà se servono esami (per esempio un ECG, soprattutto nelle forme pallide) o un controllo della carenza di ferro, che può favorirli (Zehetner e coll., Cochrane 2010).

Ne parlerò in modo approfondito in un post dedicato. Intanto potete rileggere il mio primo articolo sugli spasmi affettivi (2015).

 

In sintesi

    Queste sono indicazioni generali: non sostituiscono la valutazione del singolo bambino da parte del suo pediatra.

    Molti studi sui capricci, sulle sculacciate e sull'uso del telefono sono osservazionali: mostrano associazioni robuste e coerenti, ma non dimostrano da soli un rapporto di causa ed effetto.

    Le soglie di attenzione (25 minuti, 5 crisi al giorno) vengono da studi su campioni americani e sono indicative, non valori diagnostici.

    Alcuni strumenti pratici (l'angolo della calma, il «mare della rabbia», i giochi) si basano su esperienza clinica e parere di esperti più che su studi controllati.

    Sugli interventi specifici per la gelosia tra fratelli le evidenze sono ancora limitate (Tucker e Finkelhor, 2017).

da ora in poi?

Cambia lo sguardo. Dal chiederci «come faccio a farlo smettere?» al chiederci «che cosa mi sta dicendo?». La rabbia non va spenta: va accompagnata, perché è un'emozione sana che il bambino deve imparare a usare. Si allena come una competenza, con regole chiare, adulti coerenti, tanti piccoli momenti di vicinanza vera, con il telefono in tasca, e con il pediatra come alleato quando qualcosa non torna.

E ai genitori e ai nonni dico: non state sbagliando. Il fatto che vi facciate queste domande è già il segno che il vostro bambino è in buone mani.

Per approfondire sul blog: Capricci a tavola: perché e cosa fare? (2017) · Spasmi affettivi (2015).

#ferrandoalberto #pediatria #capricci #rabbia #genitori #nonni #emozioni #bambini

 

Bibliografia essenziale

Nazionale

1.     Ministero della Salute. Investire precocemente in salute: azioni e strategie nei primi mille giorni di vita.Documento di indirizzo, 2020. salute.gov.it

2.     Bozzola E, Spina G, Ruggiero M, et al. Media devices in pre-school children: the recommendations of the Italian Pediatric Society. Italian Journal of Pediatrics 2018;44:69. doi:10.1186/s13052-018-0508-7

3.     Società Italiana di Pediatria. Smartphone e tablet già nel primo anno di vita: no al telefonino «pacificatore». Comunicato, 18 giugno 2018. sip.it

4.     Panizon F. Trattamento degli spasmi affettivi. Medico e Bambino pagine elettroniche 2011;14(1). medicoebambino.com

5.     Sulkes SB. Spasmi affettivi. Manuale MSD, Edizione per i professionisti (edizione italiana), revisione maggio 2025. msdmanuals.com

6.     Nati per Leggere (Associazione Culturale Pediatri, Associazione Italiana Biblioteche, Centro per la Salute del Bambino). natiperleggere.it

Internazionale

7.     Sisterhen LL, Daley SF. Temper Tantrums. StatPearls, NCBI Bookshelf; aggiornamento 19 giugno 2026. NBK544286

8.     Wakschlag LS, Choi SW, Carter AS, et al. Defining the developmental parameters of temper loss in early childhood: implications for developmental psychopathology. J Child Psychol Psychiatry 2012;53(11). PubMed 22928674

9.     Belden AC, Thomson NR, Luby JL. Temper tantrums in healthy versus depressed and disruptive preschoolers: defining tantrum behaviors associated with clinical problems. J Pediatr 2008;152(1):117-122. PubMed 18154912

10.  Potegal M, Davidson RJ. Temper tantrums in young children: 1. Behavioral composition. J Dev Behav Pediatr 2003;24(3):140-147. doi:10.1097/00004703-200306000-00002

11.  Sege RD, Siegel BS; AAP Council on Child Abuse and Neglect. Effective discipline to raise healthy children. Pediatrics 2018;142(6):e20183112. doi:10.1542/peds.2018-3112

12.  Gershoff ET, Grogan-Kaylor A. Spanking and child outcomes: old controversies and new meta-analyses. J Fam Psychol 2016;30(4):453-469. doi:10.1037/fam0000191

13.  Havighurst SS, Wilson KR, Harley AE, et al. Tuning in to Kids: improving emotion socialization practices in parents of preschool children – findings from a community trial. J Child Psychol Psychiatry 2010;51(12). doi:10.1111/j.1469-7610.2010.02303.x

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15.  Bushman BJ. Does venting anger feed or extinguish the flame? Catharsis, rumination, distraction, anger, and aggressive responding. Pers Soc Psychol Bull 2002;28(6). doi:10.1177/0146167202289002 (studio su adulti)

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Link verificati il 23 settembre 2026.

Consigli di lettura

Per genitori e nonni

    Daniel J. Siegel, Tina Payne Bryson. 12 strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale del bambino. Raffaello Cortina, 2012. Come funziona il cervello «a due piani» e perché la vicinanza calma. Scheda editore

    Daniel J. Siegel, Tina Payne Bryson. La sfida della disciplina. Raffaello Cortina, 2015. Limiti chiari senza urla né punizioni. Scheda editore

    Daniele Novara. Urlare non serve a nulla. Rizzoli BUR, 2014. Gestire i conflitti con i figli in modo pratico. Scheda editore

    Adele Faber, Elaine Mazlish. Come parlare perché i bambini ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino. Mondadori. Un classico, pieno di esempi di frasi da usare. Scheda editore

    Sherry Turkle. La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell'era digitale. Einaudi. Per chi vuole riflettere su che cosa perdiamo quando lo schermo si mette in mezzo. Scheda editore

Da leggere insieme ai bambini

    Mireille d'Allancé. Che rabbia! Babalibri. Dai 3 anni. Scheda editore

    Anna Llenas. I colori delle emozioni. Gribaudo, 2014. Dai 3 anni. Scheda editore



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