venerdì 24 maggio 2024

RITUALI PER LA NANNA tratti da "IL LIBRO DELLA NANNA"

RITUALI PER LA NANNA tratti da "IL LIBRO DELLA NANNA"

RITUALI PER LA NANNA tratti da "IL LIBRO DELLA NANNA"
FILMATO RIASSUNTIVO QUI:

(tratto dal mio quarto libro: "Libro per la nanna"  
Per fa fare la nanna ai bambini deve istituire alcuni rituali. 
Ta questi utile ed importante è la lettura di un libro: vedere NATI PER LEGGERE.
Iniziativa che ha compiuto 20 anni, diffusa su tutto il territorio nazionale e che ha sedi regionali e, in Liguria, una sede molto attiva.
                       Un bambino che legge sarà un adulto che pensa. 
Lettura di un libro
Uno dei rituali del sonno più utili e validi è rappresentato, fin dai primi mesi di vita, dalla lettura ad alta voce.
I benefici della lettura sono molteplici: è dimostrato che leggere ai bambini, fin dai primi mesi di vita, consente loro di  acquisire più immaginazione e migliori capacità espressive.
La lettura ad alta voce è piacevole e crea l'abitudine all'ascolto e aumenta la capacità di attenzione del bambino. L'elemento che più conta, sia per la lettura, sia per la musica, é lo 
stare insieme, un momento speciale che può arricchire e rinforzare il legame genitore-bambino e, di conseguenza, favorire la separazione nel momento della nanna.
La lettura ad alta voce va inserita nell’ambito del rituale della buonanotte, scegliendo quando e dove farlo in modo abbastanza regolare (seppure senza rigidità): ad esempio, prima o dopo il bagnetto, la pappa o altre attività inserite nella routine pre-nanna. In questo modo il bambino saprà quando aspettarsi questo momento e proverà piacere nel vedere confermate le proprie aspettative e si potrà preparare alla nanna in modo più sereno. 
E’ bene che la lettura diventi un appuntamento fisso, un rituale anche di pochi minuti, che il bambino aspetta e desidera. Quando sarà diventata un’abitudine, sarà di conforto anche in momenti critici come in caso di malattia.
Un aspetto interessante della lettura serale, come di altre attività, è rappresentato dal fatto che, spesso, i bambini chiedono di rileggere lo stesso libro più e più volte, tanto che a noi genitori sembra di saperlo “a memoria” e di non poterne più. 
Tra i motivi vari ipotizzati del perché la spiegazione più attendibile è quella che il bambino con la rilettura può provare un’emozione nuova, ovvero il piacere dell’ascolto in assenza dell’ansia di non sapere come andrà a finire la storia.
A volte i bambini, nei primi anni, imparano la favola a memoria ma vogliono continuare a sentirsela raccontare
A tal proposito, riporto le parole di Rita Valentino Merletti, autrice del testo “Leggere ad alta voce”: 
“Certo che lo sapevo a memoria, infatti quello che volevo davvero non erano le parole della storia; volevo essere sicura, ma proprio assolutamente sicura, di risentire mia madre ridere di gusto nel rileggere per l’ennesima volta del litigio fra mastro Geppetto e mastro Ciliegia, volevo rivedere la sua espressione solenne quando leggeva della morte della Fata dai capelli turchini, volevo riprovare con lei la paura che sentiva Pinocchio quando, stretto tra le mani del Pescatore verde, rischiava di finire fritto in padella”.
È importante scegliere libri e materiali adatti all’età e alle caratteristiche di ciascun bambino: 
-       dalla nascita fino ai tre-quattro mesi saranno meno attratti dalle figure e molto di più dai suoni, in particolare da quelli della voce umana, pertanto è utile scegliere libri con ninne nanne, rime, filastrocche e, in ogni caso, ritmi cadenzati in grado di mantenere viva la loro attenzione. 
-       Dai 6 ai 12 mesi si possono proporre i primi libri, piccoli, robusti e maneggevoli come giocattoli, di dimensioni e materiali, impermeabili e che non possano essere spezzati o rotti per il rischio di soffocamento, adatti all’esplorazione tattile e orale (i bambini iniziano a conoscere il mondo circostante attraverso la bocca) oltre che visiva, ma sempre accompagnati dalla parola proferita ad alta voce, affinché l’esperienza dell’oggetto-libro si associ alla memoria del racconto.
-       Dai 12 ai 24 mesi il bambino sarà attratto da libri con grandi illustrazioni colorate, figure a contorni netti, tinte nitide e libri animati che si muovono, suonano, si compongono, facili da sfogliare e con storie semplici da ascoltare e riascoltare, che ripropongano i momenti cruciali della giornata (risveglio, pappa, bagno, sonno, gioco), offrendo riferimenti temporali che lo rassicurano.
-       Il libro a questa età può essere foriero di esperienze sensoriali (tattili, visive, uditive) ma anche emozionali (sorpresa, paura) e morali (messaggi educativi). 
-       Cambiare il tono della voce e il ritmo della narrazione, dare voce e mimica ai diversi personaggi, permettere al bambino di guardare le figure e girare le pagine mentre si legge, rende la storia più viva e accresce l’interesse.
-       Cercare libri che piacciono anche a noi, perché la lettura condivisa deve rappresentare un momento piacevole per entrambi: solo così riusciremo a trasmettere realmente il piacere della lettura ai nostri figli!

La bibliografia di “Nati per Leggere”  in “Una guida per genitori e futuri lettori” propone la sezione di libri “Prima della buonanotte”. 
Tra ninne nanne e filastrocche, storie della buonanotte e strutture ripetitive conosciute, la scelta è vasta. Il silenzio dell’ambiente e l’ascolto della voce del papà e della mamma (o di nonni, zie, fratelli e sorelle grandi) farà da cornice all’ascolto di storie che incantano e accompagnano nel sonno i bambini.



giovedì 23 maggio 2024

Cosa preferire tra svezzamento e autosvezzamento?

Cosa preferire tra svezzamento e autosvezzamento?

Articolo pubblicato sul sito  della Fondazione Veronesi che trovate nel link in fondo.
Intorno al sesto mese di vita del bambino, i genitori si trovano inevitabilmente ad affrontare il tema dello svezzamento: meglio quello tradizionale o l’autosvezzamento? Lo abbiamo chiesto al pediatra Alberto Ferrando, Presidente dell’Associazione Pediatri della Liguria.

NON CHIAMIAMOLO SVEZZAMENTO

I termini svezzamento e autosvezzamento, ampiamente entrati nel linguaggio comune, sono utilizzati dalla maggior parte delle persone per indicare due approcci differenti con cui si introducono cibi diversi dal latte nell’alimentazione del bambino in forma solida, semisolida o liquida. Nell’ultimo periodo, però, i pediatri stanno cercando di sostituire questi termini con alimentazione complementare e alimentazione complementare a richiesta. Perché?

«Il termine "svezzamento” fa riferimento all'idea di "staccare il bambino da un vizio”– spiega Alberto Ferrando – ma prendere il latte al seno o al biberon non è certo un vizio. Per allontanarci da questa visione sarebbe meglio parlare di alimentazione complementare per indicare lo svezzamento e alimentazione complementare a richiesta per l’autosvezzamento. Quando si inizia lo svezzamento, infatti, i cibi diversi dal latte vengono introdotti gradualmentenella dieta del bambino, ma il latte materno o artificiale continuerà a fornire una parte significativa dei nutrienti di cui il bambino ha bisogno per crescere sano. Nel parlare comune restano molto utilizzati i termini svezzamento e autosvezzamento, ma è importante conoscerne il significato».

LE DIFFERENZE

Ogni bambino e ogni famiglia sono unici, e per capire quale approccio sia più adatto al nostro caso, è fondamentale comprendere le principali differenze tra svezzamento e autosvezzamento. Nello svezzamento tradizionale sono i genitori, con l’ausilio del pediatra, a guidare attivamente il processo di introduzione di cibi diversi dal latte nella dieta del bambino, scegliendo gli alimenti da offrire, le consistenze, le porzioni, i tempi e imboccando il bambino.

Il termine autosvezzamento, coniato dal pediatra Lucio Piermarini in un articolo del 2002 pubblicato sulla rivista "Medico e bambino", indica invece il passaggio da un'alimentazione lattea a una solida affidato all'autoregolazione del bambino, che deciderà autonomamente quanto mangiare. In questo caso i genitori propongono il loro stesso cibo opportunamente adattato (sminuzzato, triturato, macinato) usando le posate o permettendo al bambino di esplorare, toccare e mangiare autonomamente con le mani i cibi, spesso offerti sul tavolo del seggiolone in pezzi o strisce adatte alla sua presa. Nel caso in cui il bambino si alimenti esclusivamente in maniera autonoma impugnando gli alimenti, escludendo quindi l'utilizzo del cucchiaio o di altre posate da parte dei genitori, si parla più precisamente di "Baby led weaning".

COSA SCEGLIERE?

Sia lo svezzamento sia l'autosvezzamento possono essere approcci validi, e la scelta tra uno e l'altro metodo dipende dalle abitudini e dalle preferenze della famiglia, ma anche dalle esigenze del bambino.

«Quando si avvicina il momento dello svezzamento e i genitori si rivolgono a me per un consiglio – spiega il pediatra Alberto Ferrando – , come prima cosa mi informo sulle loro abitudini alimentari. Se non sono delle migliori, con un alto consumo di cibi precotti e junk food, il cosiddetto cibo spazzatura, consiglio di preferire lo svezzamento tradizionale in modo da poter controllare meglio quali cibi vengono introdotti nella dieta del bambino. Questo approccio potrebbe consentire loro di preparare pasti più equilibrati e sani, fornendo un modello positivo per le scelte alimentari. Se invece la famiglia è già pronta e segue un’alimentazione sana, varia ed equilibrata, si può iniziare con l’autosvezzamento, permettendo al bambino di provare un pochino tutto quello che mangiano anche i genitori, non ricorrendo alle classiche minestrine, liofilizzati o omogeneizzati».

L’EDUCAZIONE AL GUSTO

Il periodo dello svezzamento è fondamentale per gettare le basi per una buona educazione alimentare. «Esiste una finestra temporale che va dai sei mesi all’anno e mezzo in cui i bambini accettano di sperimentare e mangiare un po’ di tutto», ricorda il dottor Ferrando. «Successivamente, invece, scatta spesso la neofobia, ovvero la riluttanza a provare alimenti nuovi o sconosciuti. Per questo è fondamentale gettare le basi per una buona educazione alimentare nel periodo dello svezzamento, lasciando che il bambino sperimenti tutti i gusti. Anche alimenti amari o acidi, di norma meno accettati rispetto a quelli dolci, salati o al gusto chiamato “umami”, se sono presentati con costanza finiranno per essere mangiati. I bambini che praticano alimentazione complementare a richiesta di norma sono quelli che durante lo loro infanzia mangiano più volentieri frutta e verdura».

UNA METÀ VIA? SI PUÒ

Oltre alle abitudini alimentari della famiglia, a influenzare la scelta verso lo svezzamento o l’autosvezzamento c’è anche il tempo (e la pazienza) che i genitori hanno a disposizione. Dare da mangiare un omogeneizzato al proprio bambino può essere sicuramente più rapido e meno faticoso rispetto all’autosvezzamento che richiede più tempo, senza considerare il disordineche si viene a creare quando il bambino, mentre impara a maneggiare e a mangiare gli alimenti, li sparge ovunque, sul seggiolone e sul pavimento. C’è una bella notizia però: la scelta tra svezzamento e autosvezzamento non è vincolante o definitiva e i due metodi possono essere alternati in base alle esigenze dei genitori.

«Uno svezzamento di tipo misto è assolutamente consentito - rassicura Alberto Ferrando -, specialmente se entrambi i genitori lavorano e il tempo è poco. Va comunque considerato che, anche se si propende per lo svezzamento tradizionale, man mano che il bambino cresce, vorrà comunque mangiare quello che mangiano i genitori. Questa è una grossa occasione per rivedere un po’ il nostro stile alimentare».

COSA EVITARE?

Mangiare un po’ di tutto sì, ma delle regole ci sono.

«Per il primo anno di vita non possiamo dare al bambino latte vaccino miele, a rischio di botulismo», precisa Alberto Ferrando. «Da limitare il più possibile salumi, alimenti preconfezionati e eccessivamente zuccherati così come un eccesso di proteine. Tuttavia, ricordiamo sempre che è la dose che fa il veleno: dare un assaggino di gelato, preferendo gusti delicati come frutta o fior di latte, si può. Che si utilizzi l’uno o l’altro approccio, quello che cerco di comunicare ai genitori è che durante lo svezzamento non è tanto importante quanto e cosa mangia il bambino, ma piuttosto osservare il piacere che manifesta nello stare a tavola insieme ai genitori e ai parenti. Inoltre, non bisogna dimenticare che il bambino deve mangiare quando ha fame e non va mai forzato. Il rischio è quello che il bambino si abitui a mangiare solamente cose poche salutari perché i genitori, pur di farlo mangiare anche quando non ne ha voglia, cedono un po’ troppo spesso a dolci, gelati e cioccolata».

IL RISCHIO DI SOFFOCAMENTO

Il timore principale dei genitori quando i bambini iniziano l’alimentazione complementare è il rischio di soffocamento. Ma quanto è diffuso? È più frequente nello svezzamento o nell’autosvezzamento? Come evitarlo?

Come spiega il Ministero della Salute nel documento “Linee di indirizzo per la prevenzione del soffocamento da cibo”, in Italia ci sono circa 1000 ospedalizzazioni all’anno causate da episodi di soffocamento, mentre i “quasi-eventi” e gli episodi di minore gravità sono circa 80,000 l'anno.

«Il rischio di soffocamento, che è sovrapponibile in entrambi i tipi di svezzamento, tradizionale o a richiesta – precisa il dottor Alberto Ferrando – è molto frequente nei bambini molto piccoli, sotto i quattro anni. Perché i genitori possano intervenire tempestivamente in caso di soffocamento è fondamentale che il pediatra insegni loro la manovra di disostruzione da un corpo estraneo, detta manovra di Heimlich. È importante spiegare ai genitori che il timore del soffocamento non può essere tale da impedire ai bambini di assaggiare alimenti solidi, se opportunamente tagliati e scelti con criterio».

I CONSIGLI DEL MINISTERO

Ecco gli accorgimenti principali del Ministero della Salute per limitare al massimo il rischio di soffocamento:

  • Evitare alimenti troppo piccoli (es. noccioline e semi), troppo grandi (es. grossi pezzi di frutta e verdura cruda), tondi (es. ciliegie e uva) o a forma cilindrica (es. wurstel e carote)
  • Evitare alimenti con consistenza duraappiccicosa (es. burro d’arachidi), fibrosa (es. sedano) e comprimibile (es. wurstel e marshmallow)
  • Tagliare gli alimenti cilindrici a listarelle e quelli tondi in quarti
  • Eliminare nervature e filamenti
  • Cuocere i cibi pericolosi fino a quando diventano morbidi o tagliarli in pezzi piccoli o tritarli/grattugiarli
  • Evitare frutta a guscio e semi, caramelle e gomme da masticare fino ai 4/5 anni

«Esistono anche regole comportamentali che riducono moltissimo il rischio di soffocamento – conclude Ferrando – come lasciare che il bambino mangi in maniera concentrata, senza la distrazione della televisione o di giochi e videogiochi, senza forzarlo mai a mangiare se non mostra appetito. Il bambino dovrebbe mangiare in un ambiente rilassato e tranquillo, sempre sotto la supervisione di qualcuno».

Edit: l'articolo è stato aggiornato in data 23/05/2024

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https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/pediatria/cosa-preferire-tra-svezzamento-e-autosvezzamento



lunedì 20 maggio 2024

Cani e bambini: Importante testimonianza di una mamma: conoscere la psicologia canina.

Cani e bambini:
Importante testimonianza di una mamma: 
conoscere la psicologia canina e quando arriva un bambino, se avete un cane in casa , informarsi da persone competenti che conoscono i cani.
MAI LASCIARE I BAMBINI SOLI CON I CANI COMUNQUE.
DALEGGERE FINO IN FONDO.
"Buongiorno dottore.
Vorrei condividere, in tema di cani e bambini, la mia esperienza.
Noi abbiamo un dogo argentino maschio non castrato, 60 kg abbondanti in piena forma fisica.
È arrivato da noi nel 2015 che aveva 60gg.
Con lui è stata tosta per me che non avevo mai avuto un cane. Abbiamo fatto tanto addestramento con l obbiettivo di uscire a passeggiare tranquilli. Il cane è sempre stato più che mansueto con gli umani, anzi, un coccolone.
Con i bambini, noi non ne avevamo, niente da segnalare, qualche slinguata affettuosa e basta.
Poi nel 2017 è arrivato il nostro primo figlio.
Fino a 3/5 mesi direi niente di che, lui stava nella culla, e il cane sul divano.
Quando invece lo abbiamo iniziato a mettere nel box tutto è cambiato. Il cane era inquieto, agitato, e noi sospettosi, agitati, in un loop che poteva essere tragico.
Un giorno mentre il bimbo era nel box pancia sotto e testina sollevata ha iniziato ad attirare il cane e fare versi.
Li ho visto il cane con la coda tra le gambe indietreggiare e poi partire in avanti in difesa.
Per fortuna ero pronta e non è successo nulla.
Abbiamo chiamato diversi esperti...alla fine mi hanno segnalato un esperto della razza di Livorno che ho contatto e che è venuto a casa nostra per una valutazione.
Ci ha tranquillizzato, e spiegato che i cani riconoscono l'essere umano dall'odore o dalla gestualità, cose che in un neonato non sono riconoscibili e quindi la sua era paura, alimentata anche dal clima teso che avevamo in casa.
Con esercizi mirati e un po di pazienza e calma ne siamo usciti!
Ora il bimbo ha 6 anni, ne è arrivato un altro che ne ha 2 e il cane ne ha 9.
Se fosse successo qualcosa all'epoca quello che avrei potuto dire è che il cane non aveva mai dato nessun segno di aggressività e non avrei mentito.
Il neonato mette il cane in una situazione sconosciuta, se si hanno cani molossi di grossa taglia, la situazione va seguita con un aiuto. Buona giornata".
Se il cane è adulto, il bambino può essere visto come oggetto misterioso dai cani di qualsiasi sesso che non conoscono i bambini e che verranno perciò valutati a seconda del loro comportamento.
Se il bambino strilla, infastidisce, tira la coda o fa altri gesti sgraditi viene identificato come uno “strano animale” da evitare (se possibile) o da attaccare ( se la fuga è negata); se corre via velocemente può essere identificato come preda da rincorrere, acciuffare e, perché no, mordere.
Dopo quanto esposto, diventa chiara l’importanza di una buona socializzazione di qualsiasi cane e di una buona educazione dei bambini che devono imparare a rapportarsi in modo corretto con i cani. (cit. Valeria Rossi – Comprendere il linguaggio del cane).


domenica 19 maggio 2024

VARICELLA

VARICELLA (VIRUS VARICELLA-ZOSTER)

La varicella è causata dal virus varicella zoster (VZV), un herpes virus che causa 2 forme morbose distinte, la varicella e l’herpes zoster. 

La prima è dovuta all’infezione primaria da VZV, la seconda è dovuta alla riattivazione del VZV latente in chi aveva già contratto la varicella. 

La varicella è una malattia infettiva estremamente contagiosa (indice di contagiosità di oltre 90%), che colpisce soprattutto  in età pediatrica. (Tutte le malattie infettive sono contagiose, alcune pochissimo come la mononucleosi altre, come la varicella, molto per cui il contatto con una persona affetta da varicella determina la malattia nella maggior parte dei contatti suscettibili: che non avevano fatto la malattia o il vaccino).

La malattia ha un’incubazione di 7-21 giorni e quando insorge è caratterizzata  da febbre (molto variabile: da assente a molto alta) e lesioni cutanee. 

Le lesioni cutanee iniziano con delle macchiette inizialmente piane che si trasformano in vescichette (vedi foto) tipo piccole ustioni, di dimensioni variabili da pochi mm a 5 o più mm.

Le vescicole sono ripiene di liquido inizialmente chiar che diventa poi giallastro, infine si rompono e si formano delle croste. Il numero delle vescicole varia da individuo ad individuo, da pochi elementi  fino a da avere una estensione su tutto il corpo,  in media si aggira circa sui 300 elementi. 

Le lesioni si manifestano su tutto il corpo, sul cuoio capelluto, sulle mucose, sui genitali e sulle mucose. 

L’eruzione è usualmente più intensa negli adolescenti e negli adulti ove ha un andamento più severo e le complicanze sono molto più frequenti. 

Le lesioni cutanee compaiono a “pousses” ossia a “gettate” subentranti. E si trovano così lesioni in varie fasi (aspetto a cielo stellato).

Tra le complicanze della varicella le più comuni sono certamente le sovrapposizioni batteriche causate da Staphylococcus aureus o Streptococcus pyogenes. 

Altre complicazioni sono quelle respiratorie tra cui la polmonite che si verifica in circa il 20% delle infezioni dell’adulto mentre è molto meno frequente in età pediatrica. 

Il VZV può inoltre causare anche infezioni del sistema nervoso. 

In un paese come gli Stati Uniti, prima dell'introduzione della vaccinazione, la varicella causava ogni anno 4 milioni di casi a cui seguivano annualmente 10.000 ospedalizzazioni e circa 100 morti. 

Le ospedalizzazioni sono molto più frequenti nell'adolescente e nell'adulto tanto che la loro incidenza è oltre 20 volte superiore nella fascia di età tra 15 e 44 anni rispetto alla fascia di età 5-9 anni (2). 

 

TERAPIA: solo sintomatica: antipiretico se febbre e antistaminico per bocca per il prurito (chiedere al pediatra curante). 

Utili anche bagnetti tiepidi e prodotti locali. 

Non indicato l’uso di talco o talco mentolato in polvere. Si può usare in gell.

Per quanto riguarda l’uso di farmaci antivirali (aciclovir)  il loro uso è da valutare in situazioni particolari (età, immunodeficienza) ricordando che il farmaco non è ben assorbito per via orale e  non indicato nel trattamento della varicella in bambini sani (dà buoni risultati per via endovenosa nei pazienti immunocompromessi per cui è necessario il ricovero per effettuare la terapia). 

 L’utilizzo dell’acyclovir per os nel trattamento della varicella riduce di poco la durata e l’intensità della malattia se la somministrazione del farmaco viene iniziata nelle prime 24 ore dall’inizio dell’eruzione, e ha un effetto quasi nullo se viene iniziato più tardivamente. 

 

PREVENZIONE: Per tutte le ragioni sopra esposte la profilassi attiva (vaccino) della varicella ha un ruolo importante. Il vaccino anti-varicella, vivo attenuato, è in commercio in molti paesi del mondo e ne sono state già distribuite oltre decine di milioni di dosi. 

Il vaccino si è dimostrato un buon immunogeno, inducendo sieroconversione in oltre 95% dopo la I dose in bambini di età compresa tra 12 mesi e 12 anni (7,8). 

In ragazzi più grandi ed adulti la percentuale di sieroconversioni dopo 1 dose è di circa il 75% per cui si consiglia, in queste categorie, di effettuare 2 dosi di vaccino, a distanza di almeno un paio di mesi l’una dall’altra (7,8). Il vaccino ha una buone efficacia protettiva, difendendo dalla malattia nel 90% dei casi e dalle forme di entità media e grave quasi nel 100% dei casi. Dati recenti dimostrano infatti che durante epidemie di varicella il 74% dei casi si verificano in soggetti mai vaccinati in precedenza e, quando la malattia si verifica in soggetti che avevano già ricevuto il vaccino, nell’86% dei casi il paziente va incontro ad una forma lieve di malattia, caratterizzata da modesti segni generali e scarse lesioni cutanee.

Il contagio può avvenire già vari giorni  giorni prima dell'apparizione delle vescicole e continua fino a quando tutte le lesioni non si sono trasformate in croste.

 

Il vaccino appare estremamente sicuro; il più comune effetto collaterale è rappresentato da rossore o dolore in sede di iniezione. E’ possibile un’eruzione cutanea, ma questa si verifica in meno del 5% dei soggetti vaccinati. 

Il vaccino antivaricella è diventato obbligatorio in Italia dal 2017 (decreto legge 73/2017) per tutti i nuovi nati. Si somministra in due dosi: la prima nel secondo anno di vita, la seconda dose di richiamo intorno ai 5-6 anni. Ma si può anticipare anche a distanza di pochi mesi dalla prima dose.

Può essere somministrato singolarmente o insieme al vaccino antimorbillo, rosolia e parotite (MPRV)

Il vaccino è stato utilizzato per la prevenzione post-esposizione della varicella. La sua efficacia è stata dimostrata purché il vaccino venga somministrato nei primi 3 giorni dal contagio.

RACCOMANDATA LA VACCINAZIONE ALLE DONNE IN ETA’ FERTILE CHE NON HANNO AVUTO LA MALATTIA.

Alberto Ferrando




 

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