Alberto Ferrando Pediatra di Genova. Blog dedicato alle famiglie, ai bambini, ai genitori ai nonni e tutti coloro che operano a contatto con i bambini.
venerdì 24 maggio 2024
RITUALI PER LA NANNA tratti da "IL LIBRO DELLA NANNA"
giovedì 23 maggio 2024
Cosa preferire tra svezzamento e autosvezzamento?
Cosa preferire tra svezzamento e autosvezzamento?
NON CHIAMIAMOLO SVEZZAMENTO
I termini svezzamento e autosvezzamento, ampiamente entrati nel linguaggio comune, sono utilizzati dalla maggior parte delle persone per indicare due approcci differenti con cui si introducono cibi diversi dal latte nell’alimentazione del bambino in forma solida, semisolida o liquida. Nell’ultimo periodo, però, i pediatri stanno cercando di sostituire questi termini con alimentazione complementare e alimentazione complementare a richiesta. Perché?
«Il termine "svezzamento” fa riferimento all'idea di "staccare il bambino da un vizio”– spiega Alberto Ferrando – ma prendere il latte al seno o al biberon non è certo un vizio. Per allontanarci da questa visione sarebbe meglio parlare di alimentazione complementare per indicare lo svezzamento e alimentazione complementare a richiesta per l’autosvezzamento. Quando si inizia lo svezzamento, infatti, i cibi diversi dal latte vengono introdotti gradualmentenella dieta del bambino, ma il latte materno o artificiale continuerà a fornire una parte significativa dei nutrienti di cui il bambino ha bisogno per crescere sano. Nel parlare comune restano molto utilizzati i termini svezzamento e autosvezzamento, ma è importante conoscerne il significato».
LE DIFFERENZE
Ogni bambino e ogni famiglia sono unici, e per capire quale approccio sia più adatto al nostro caso, è fondamentale comprendere le principali differenze tra svezzamento e autosvezzamento. Nello svezzamento tradizionale sono i genitori, con l’ausilio del pediatra, a guidare attivamente il processo di introduzione di cibi diversi dal latte nella dieta del bambino, scegliendo gli alimenti da offrire, le consistenze, le porzioni, i tempi e imboccando il bambino.
Il termine autosvezzamento, coniato dal pediatra Lucio Piermarini in un articolo del 2002 pubblicato sulla rivista "Medico e bambino", indica invece il passaggio da un'alimentazione lattea a una solida affidato all'autoregolazione del bambino, che deciderà autonomamente quanto mangiare. In questo caso i genitori propongono il loro stesso cibo opportunamente adattato (sminuzzato, triturato, macinato) usando le posate o permettendo al bambino di esplorare, toccare e mangiare autonomamente con le mani i cibi, spesso offerti sul tavolo del seggiolone in pezzi o strisce adatte alla sua presa. Nel caso in cui il bambino si alimenti esclusivamente in maniera autonoma impugnando gli alimenti, escludendo quindi l'utilizzo del cucchiaio o di altre posate da parte dei genitori, si parla più precisamente di "Baby led weaning".
COSA SCEGLIERE?
Sia lo svezzamento sia l'autosvezzamento possono essere approcci validi, e la scelta tra uno e l'altro metodo dipende dalle abitudini e dalle preferenze della famiglia, ma anche dalle esigenze del bambino.
«Quando si avvicina il momento dello svezzamento e i genitori si rivolgono a me per un consiglio – spiega il pediatra Alberto Ferrando – , come prima cosa mi informo sulle loro abitudini alimentari. Se non sono delle migliori, con un alto consumo di cibi precotti e junk food, il cosiddetto cibo spazzatura, consiglio di preferire lo svezzamento tradizionale in modo da poter controllare meglio quali cibi vengono introdotti nella dieta del bambino. Questo approccio potrebbe consentire loro di preparare pasti più equilibrati e sani, fornendo un modello positivo per le scelte alimentari. Se invece la famiglia è già pronta e segue un’alimentazione sana, varia ed equilibrata, si può iniziare con l’autosvezzamento, permettendo al bambino di provare un pochino tutto quello che mangiano anche i genitori, non ricorrendo alle classiche minestrine, liofilizzati o omogeneizzati».
L’EDUCAZIONE AL GUSTO
Il periodo dello svezzamento è fondamentale per gettare le basi per una buona educazione alimentare. «Esiste una finestra temporale che va dai sei mesi all’anno e mezzo in cui i bambini accettano di sperimentare e mangiare un po’ di tutto», ricorda il dottor Ferrando. «Successivamente, invece, scatta spesso la neofobia, ovvero la riluttanza a provare alimenti nuovi o sconosciuti. Per questo è fondamentale gettare le basi per una buona educazione alimentare nel periodo dello svezzamento, lasciando che il bambino sperimenti tutti i gusti. Anche alimenti amari o acidi, di norma meno accettati rispetto a quelli dolci, salati o al gusto chiamato “umami”, se sono presentati con costanza finiranno per essere mangiati. I bambini che praticano alimentazione complementare a richiesta di norma sono quelli che durante lo loro infanzia mangiano più volentieri frutta e verdura».
UNA METÀ VIA? SI PUÒ
Oltre alle abitudini alimentari della famiglia, a influenzare la scelta verso lo svezzamento o l’autosvezzamento c’è anche il tempo (e la pazienza) che i genitori hanno a disposizione. Dare da mangiare un omogeneizzato al proprio bambino può essere sicuramente più rapido e meno faticoso rispetto all’autosvezzamento che richiede più tempo, senza considerare il disordineche si viene a creare quando il bambino, mentre impara a maneggiare e a mangiare gli alimenti, li sparge ovunque, sul seggiolone e sul pavimento. C’è una bella notizia però: la scelta tra svezzamento e autosvezzamento non è vincolante o definitiva e i due metodi possono essere alternati in base alle esigenze dei genitori.
«Uno svezzamento di tipo misto è assolutamente consentito - rassicura Alberto Ferrando -, specialmente se entrambi i genitori lavorano e il tempo è poco. Va comunque considerato che, anche se si propende per lo svezzamento tradizionale, man mano che il bambino cresce, vorrà comunque mangiare quello che mangiano i genitori. Questa è una grossa occasione per rivedere un po’ il nostro stile alimentare».
COSA EVITARE?
Mangiare un po’ di tutto sì, ma delle regole ci sono.
«Per il primo anno di vita non possiamo dare al bambino latte vaccino e miele, a rischio di botulismo», precisa Alberto Ferrando. «Da limitare il più possibile salumi, alimenti preconfezionati e eccessivamente zuccherati così come un eccesso di proteine. Tuttavia, ricordiamo sempre che è la dose che fa il veleno: dare un assaggino di gelato, preferendo gusti delicati come frutta o fior di latte, si può. Che si utilizzi l’uno o l’altro approccio, quello che cerco di comunicare ai genitori è che durante lo svezzamento non è tanto importante quanto e cosa mangia il bambino, ma piuttosto osservare il piacere che manifesta nello stare a tavola insieme ai genitori e ai parenti. Inoltre, non bisogna dimenticare che il bambino deve mangiare quando ha fame e non va mai forzato. Il rischio è quello che il bambino si abitui a mangiare solamente cose poche salutari perché i genitori, pur di farlo mangiare anche quando non ne ha voglia, cedono un po’ troppo spesso a dolci, gelati e cioccolata».
IL RISCHIO DI SOFFOCAMENTO
Il timore principale dei genitori quando i bambini iniziano l’alimentazione complementare è il rischio di soffocamento. Ma quanto è diffuso? È più frequente nello svezzamento o nell’autosvezzamento? Come evitarlo?
Come spiega il Ministero della Salute nel documento “Linee di indirizzo per la prevenzione del soffocamento da cibo”, in Italia ci sono circa 1000 ospedalizzazioni all’anno causate da episodi di soffocamento, mentre i “quasi-eventi” e gli episodi di minore gravità sono circa 80,000 l'anno.
«Il rischio di soffocamento, che è sovrapponibile in entrambi i tipi di svezzamento, tradizionale o a richiesta – precisa il dottor Alberto Ferrando – è molto frequente nei bambini molto piccoli, sotto i quattro anni. Perché i genitori possano intervenire tempestivamente in caso di soffocamento è fondamentale che il pediatra insegni loro la manovra di disostruzione da un corpo estraneo, detta manovra di Heimlich. È importante spiegare ai genitori che il timore del soffocamento non può essere tale da impedire ai bambini di assaggiare alimenti solidi, se opportunamente tagliati e scelti con criterio».
I CONSIGLI DEL MINISTERO
Ecco gli accorgimenti principali del Ministero della Salute per limitare al massimo il rischio di soffocamento:
- Evitare alimenti troppo piccoli (es. noccioline e semi), troppo grandi (es. grossi pezzi di frutta e verdura cruda), tondi (es. ciliegie e uva) o a forma cilindrica (es. wurstel e carote)
- Evitare alimenti con consistenza dura, appiccicosa (es. burro d’arachidi), fibrosa (es. sedano) e comprimibile (es. wurstel e marshmallow)
- Tagliare gli alimenti cilindrici a listarelle e quelli tondi in quarti
- Eliminare nervature e filamenti
- Cuocere i cibi pericolosi fino a quando diventano morbidi o tagliarli in pezzi piccoli o tritarli/grattugiarli
- Evitare frutta a guscio e semi, caramelle e gomme da masticare fino ai 4/5 anni
«Esistono anche regole comportamentali che riducono moltissimo il rischio di soffocamento – conclude Ferrando – come lasciare che il bambino mangi in maniera concentrata, senza la distrazione della televisione o di giochi e videogiochi, senza forzarlo mai a mangiare se non mostra appetito. Il bambino dovrebbe mangiare in un ambiente rilassato e tranquillo, sempre sotto la supervisione di qualcuno».
Edit: l'articolo è stato aggiornato in data 23/05/2024
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lunedì 20 maggio 2024
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domenica 19 maggio 2024
VARICELLA
VARICELLA (VIRUS VARICELLA-ZOSTER)
La varicella è causata dal virus varicella zoster (VZV), un herpes virus che causa 2 forme morbose distinte, la varicella e l’herpes zoster.
La prima è dovuta all’infezione primaria da VZV, la seconda è dovuta alla riattivazione del VZV latente in chi aveva già contratto la varicella.
La varicella è una malattia infettiva estremamente contagiosa (indice di contagiosità di oltre 90%), che colpisce soprattutto in età pediatrica. (Tutte le malattie infettive sono contagiose, alcune pochissimo come la mononucleosi altre, come la varicella, molto per cui il contatto con una persona affetta da varicella determina la malattia nella maggior parte dei contatti suscettibili: che non avevano fatto la malattia o il vaccino).
La malattia ha un’incubazione di 7-21 giorni e quando insorge è caratterizzata da febbre (molto variabile: da assente a molto alta) e lesioni cutanee.
Le lesioni cutanee iniziano con delle macchiette inizialmente piane che si trasformano in vescichette (vedi foto) tipo piccole ustioni, di dimensioni variabili da pochi mm a 5 o più mm.
Le vescicole sono ripiene di liquido inizialmente chiar che diventa poi giallastro, infine si rompono e si formano delle croste. Il numero delle vescicole varia da individuo ad individuo, da pochi elementi fino a da avere una estensione su tutto il corpo, in media si aggira circa sui 300 elementi.
Le lesioni si manifestano su tutto il corpo, sul cuoio capelluto, sulle mucose, sui genitali e sulle mucose.
L’eruzione è usualmente più intensa negli adolescenti e negli adulti ove ha un andamento più severo e le complicanze sono molto più frequenti.
Le lesioni cutanee compaiono a “pousses” ossia a “gettate” subentranti. E si trovano così lesioni in varie fasi (aspetto a cielo stellato).
Tra le complicanze della varicella le più comuni sono certamente le sovrapposizioni batteriche causate da Staphylococcus aureus o Streptococcus pyogenes.
Altre complicazioni sono quelle respiratorie tra cui la polmonite che si verifica in circa il 20% delle infezioni dell’adulto mentre è molto meno frequente in età pediatrica.
Il VZV può inoltre causare anche infezioni del sistema nervoso.
In un paese come gli Stati Uniti, prima dell'introduzione della vaccinazione, la varicella causava ogni anno 4 milioni di casi a cui seguivano annualmente 10.000 ospedalizzazioni e circa 100 morti.
Le ospedalizzazioni sono molto più frequenti nell'adolescente e nell'adulto tanto che la loro incidenza è oltre 20 volte superiore nella fascia di età tra 15 e 44 anni rispetto alla fascia di età 5-9 anni (2).
TERAPIA: solo sintomatica: antipiretico se febbre e antistaminico per bocca per il prurito (chiedere al pediatra curante).
Utili anche bagnetti tiepidi e prodotti locali.
Non indicato l’uso di talco o talco mentolato in polvere. Si può usare in gell.
Per quanto riguarda l’uso di farmaci antivirali (aciclovir) il loro uso è da valutare in situazioni particolari (età, immunodeficienza) ricordando che il farmaco non è ben assorbito per via orale e non indicato nel trattamento della varicella in bambini sani (dà buoni risultati per via endovenosa nei pazienti immunocompromessi per cui è necessario il ricovero per effettuare la terapia).
L’utilizzo dell’acyclovir per os nel trattamento della varicella riduce di poco la durata e l’intensità della malattia se la somministrazione del farmaco viene iniziata nelle prime 24 ore dall’inizio dell’eruzione, e ha un effetto quasi nullo se viene iniziato più tardivamente.
PREVENZIONE: Per tutte le ragioni sopra esposte la profilassi attiva (vaccino) della varicella ha un ruolo importante. Il vaccino anti-varicella, vivo attenuato, è in commercio in molti paesi del mondo e ne sono state già distribuite oltre decine di milioni di dosi.
Il vaccino si è dimostrato un buon immunogeno, inducendo sieroconversione in oltre 95% dopo la I dose in bambini di età compresa tra 12 mesi e 12 anni (7,8).
In ragazzi più grandi ed adulti la percentuale di sieroconversioni dopo 1 dose è di circa il 75% per cui si consiglia, in queste categorie, di effettuare 2 dosi di vaccino, a distanza di almeno un paio di mesi l’una dall’altra (7,8). Il vaccino ha una buone efficacia protettiva, difendendo dalla malattia nel 90% dei casi e dalle forme di entità media e grave quasi nel 100% dei casi. Dati recenti dimostrano infatti che durante epidemie di varicella il 74% dei casi si verificano in soggetti mai vaccinati in precedenza e, quando la malattia si verifica in soggetti che avevano già ricevuto il vaccino, nell’86% dei casi il paziente va incontro ad una forma lieve di malattia, caratterizzata da modesti segni generali e scarse lesioni cutanee.
Il contagio può avvenire già vari giorni giorni prima dell'apparizione delle vescicole e continua fino a quando tutte le lesioni non si sono trasformate in croste.
Il vaccino appare estremamente sicuro; il più comune effetto collaterale è rappresentato da rossore o dolore in sede di iniezione. E’ possibile un’eruzione cutanea, ma questa si verifica in meno del 5% dei soggetti vaccinati.
Il vaccino antivaricella è diventato obbligatorio in Italia dal 2017 (decreto legge 73/2017) per tutti i nuovi nati. Si somministra in due dosi: la prima nel secondo anno di vita, la seconda dose di richiamo intorno ai 5-6 anni. Ma si può anticipare anche a distanza di pochi mesi dalla prima dose.
Può essere somministrato singolarmente o insieme al vaccino antimorbillo, rosolia e parotite (MPRV)
Il vaccino è stato utilizzato per la prevenzione post-esposizione della varicella. La sua efficacia è stata dimostrata purché il vaccino venga somministrato nei primi 3 giorni dal contagio.
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Alberto Ferrando
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